Il clima surreale e quell’obiettivo più grande della Champions

di Riceviamo e Pubblichiamo |

Avvertenza: qui non si parla del prossimo allenatore della Juventus, ma semmai di quello che l’ha allenata dal 2014 a oggi, Massimiliano Allegri. E si parla ancora di più, in verità, del clima surreale di critica più o meno feroce di marca juventina che lo circonda, lui e la squadra da lui guidata alla conquista di cinque scudetti consecutivi, quattro coppa italia, due supercoppa italiana, due finali di Champions, cui si aggiungono una manciata abbondante di partite memorabili che hanno portato l’allenatore livornese e i suoi ragazzi a eliminare il Barcellona di Messi, il Real Madrid di Cristiano, l’Atletico Madrid di Simeone, e a vincere o rimontare magistralmente in alcuni fra gli stadi più temuti del continente, dall’Old Trafford al Bernabeu, dal Westfalen Stadion a Wembley. Senza contare San Paolo, San Siro e Olimpico, impianti dove storicamente non abbiamo mai passeggiato, neanche ai “bei tempi” tanto invocati dai critici del tecnico livornese.
L’articolo potrebbe finire qui, bastano le due righe sopra per dare il senso compiuto dell’insensatezza dell’isteria antiallegriana di molti juventini (le critiche ci stanno eccome, la voglia di cambiare anche, le crociate montate in questi mesi sono un’allucinazione collettiva), ma provo a chiudere il ragionamento, senza entrare nelle polemiche e nelle discussioni di queste ore su questioni tecniche e tattiche, a loro modo anche interessanti; anzi, limitandomi a constatare quali sono gli effetti di questo lamento continuo ormai tracimato anche in ambienti bianconeri solitamente dotati di senno. Due, molto deleteri, entrambi di matrice culturale. Primo: qualunque sia il futuro della Juve e della sua guida tecnica, il clima creatosi, anzi creatoci, non aiuta e non aiuterà.
Questo sentore di disastro imminente, come se la squadra fosse perennemente sull’orlo del fallimento, è una montagna che abbiamo innalzato con le nostre mani e che renderà molto in salita la già tortuosa strada del mondo Juve (inteso come tifo, per fortuna la società Juventus e chi la guida stanno avanti anni luce rispetto a noi, Dio ci conservi a lungo AA e questo gruppo dirigente) verso la piena consapevolezza di appartenere a un’élite di club globali che stanno dominando il mondo del calcio. Secondo, ancora più doloroso: sul piano culturale appunto, ha vinto l’antijuventinità, ha vinto chi scrive le pagelle su Cristiano Ronaldo affermando che “la Juve uno così se lo deve meritare”. Ha vinto chi descrive la Juve come un mondo triste, un luogo altro rispetto alla felicità che può dare il calcio quando mischiato al sentimento, miscela che secondo loro noi non siamo in grado di ottenere, perché pensiamo solo a vincere.
Sai che noia, verrebbe da dire con la solita benedetta ironia, se non avessero iniziato a dirlo senza la solita benedetta ironia, anzi, anche parecchi dei nostri. E così molti di noi stanno finendo per assomigliare alle caricature ridicole con cui ci rappresentano dal di fuori. Ecco perché sarebbe bello e utile che molti capissero che non deridere il lavoro di Allegri, uno degli allenatori più vincenti della nostra storia (e quindi del calcio italiano, le due cose, forse non lo ricordiamo più, coincidono spesso e volentieri), vuol dire non deridere la Juventus. Festeggiare l’ottavo scudetto consecutivo, vuol dire festeggiare la Juventus. Non fischiare Cuadrado quando esce, non rumoreggiare a ogni passaggio sbagliato, vuol dire non fischiare la Juventus, non rumoreggiare quando la Juventus cammina al nostro fianco e noi al suo. Pensavo a tutto questo uscendo da Old Trafford, dove ho avuto la fortuna di assistere al derby di Manchester. Pensavo a noi, a questo clima, mentre scendevo i gradini circondato da tifosi dello United che cantavano compatti la fierezza di essere tifosi di un club leggendario, pochi minuti dopo aver perso un derby che regalerà probabilmente il titolo agli odiati cugini (o in alternativa al Liverpool, la loro nemesi). L’orgoglio, l’appartenenza, la consapevolezza della propria grandezza. La calma dei forti. Ci serve ritrovare questo, al più presto, al di là di cosa succederà da domani in poi. Sennò hanno vinto loro. Altro che Champions o non Champions.
Di Federico Sarica, fondatore di Rivista Undici e Rivista Studio


JUVENTIBUS LIVE