Il ciclo Juve non è finito (ma non rinneghiamo il passato)

di Giulio Gori |

Nel 2011 la Juventus, arrivata per la seconda volta consecutiva settima in campionato, decide di rivoluzionare la rosa. Arrivano 12 giocatori nuovi e un nuovo allenatore. E, contro tutte le attese, vince lo scudetto. Da allora la politica della società è stata quella di non congelare mai la squadra e di lavorare sempre a migliorarla (o comunque cercare di migliorarla), ma senza più stravolgerla. Parlando dei giocatori di rilievo, ne arrivano 5 nel 2012, 3 nel 2013, 5 nel 2014, ben 10 nel 2015, 5 nel 2016, 7 nel 2017, 8 nel 2018, 7 nel 2019. Tenuto conto che si tratta di titolari e di riserve, il processo di sostituzione riguarda un numero molto basso di titolari ogni anno, tranne nel 2015. Il risultato è che dopo quel primo scudetto, la Juventus ha vinto gli otto successivi, oltre a quattro Coppe Italia, quattro Supercoppe Italiane, e raggiungendo in sette volte su otto la fase ad eliminazione diretta della Champions (2 finali, 3 volte ai quarti, 2 volte agli ottavi), oltre a una semifinale di Europa League.

In questi anni, manca, anzi pesa, un’affermazione europea, ma è evidente che il piano di lenta sostituzione della rosa da parte della società stia pagando. Perché in questo modo non c’è mai il rischio della fine di un ciclo. Ma non c’è neppure il rischio contrario della necessità di un periodo di adattamento. Della Juventus di quel primo scudetto, nell’ultima partita contro il Lione in Champions, c’era un solo reduce tra i titolari, Leonardo Bonucci, che è stato anche l’ultimo superstite della ben più recente finale Champions 2015. Della finale Champions 2017, appena tre anni fa, sono stati solo in 6, sui 15 giocatori utilizzati durante i novanta minuti. Quindi quando si sente parlare di necessità di una rivoluzione perché «il ciclo è finito» servirebbe capire di che ciclo si sta parlando. Anzi, l’esperienza del 2015 – un’esperienza non voluta dalla società, ma che nacque dagli addii di Pirlo, Tevez e Vidal, per loro volontà – dovrebbe dimostrare quanto sia difficile iniziare una stagione ripartendo quasi da un foglio bianco: la squadra cominciò a far punti solo da novembre e vinse lo scudetto solo grazie a una rimonta straordinaria, ma anche un estremo equilibrio tra le principali avversarie che si rubarono punti a vicenda (Napoli, Inter e Fiorentina fino a inizio 2016 rimasero sostanzialmente appaiate).

A maggior ragione, di fronte a un cambio di allenatore, con Andrea Pirlo alla guida della nuova Juventus, l’esperienza consiglierebbe di cambiare il meno possibile. Con una diversa guida tecnica, c’è solo da fare i ritocchi necessari, altrimenti rischieremmo di pagarne lo scotto. Nel 2014, con l’arrivo di Allegri (che per molti mesi mantenne il modulo del suo predecessore), solo uno dei 5 nuovi acquisti fu da subito titolare (Evra). Anche nella scorsa stagione, Maurizio Sarri, che ha radicalmente cambiato il modo di giocare della squadra, è partito dai giocatori più navigati, schierando a lungo Khedira e Matuidi come mezzali e ricorrendo solo a de Ligt tra i nuovi (complice oltrettutto l’infortunio di Chiellini).

Certo, la Juventus deve continuare a cambiare, con un processo di sostituzione che ringiovanisca la rosa e tagli chi, complice l’età e la condizione fisica, non può più assicurare livelli di gioco adeguati. Significa che giocatori come Higuain e Khedira devono lasciare. Significa che ci serve (almeno) un centravanti e una mezzala di grande livello. Ma voler andare a mettere in discussione ruoli in cui ci sono trentenni tra i migliori in Europa (mi riferisco in particolare ai terzini, sui cui si concentrano gli strali di chi confonde calciatori con giocolieri) significa volersi suicidare. Significa voler dilapidare il vantaggio rispetto al fondamentale obiettivo di stagione, quello scudetto che chi ha qualche anno alle spalle (e magari ha vissuto tutta l’adolescenza senza poterne festeggiare uno di fronte a amici e compagni di classe) sa che non è per nulla scontato.

Continuità significa anche continuità nel gioco. Sarri lo scorso anno ha deciso di cambiare, ma è per questo motivo che era stato chiamato alla Juventus. Pirlo, che è un ex fuoriclasse e una persona saggia, dovrebbe ripartire da quanto fatto in questi 13 mesi.
Perché se il lavoro di Sarri è stato incompleto, privo di alcuni pezzi fondamentali, le sue premesse sono invece molto interessanti. La Juventus, tatticamente, negli anni scorsi aveva costruito una bella casa, solida e accogliente, ma piccola, senza tanti fronzoli. Col nuovo corso abbiamo costruito un palazzo grande, alto, molto curato nei dettagli, ma dimenticando di fare le fogne e il tetto. Ripartiamo da lì, ripartiamo dalla capacità di costruire dal basso, di consolidare il possesso, di portare pressing alto, di difendere avanzando. Magari reimparando a difendere e ricordandoci che i movimenti non si devono fermare sulla trequarti, perché di lì in poi c’è da preoccuparsi di tirare e segnare, non solo di fare tikitaccio. Quelle basi sono però importanti: sono soltanto una premessa, da sole non bastano, ma se ben ritoccate aumentano le probabilità di vincere.

Rivoluzionare la squadra, invece, le farebbe crollare.


JUVENTIBUS LIVE