Il banale dello scontro Allegri-Adani

E’ cominciato tutto da Giuliano Ferrara nel 1991, con il celebre schiaffo di Roberto D’Agostino a Vittorio Sgarbi. Da allora, da quel momento allo stesso tempo trash eppure fondativo, la rissa televisiva è diventata il cliffhanger del talk show, il momento clou che più diverte e appassiona, il frangente in cui non ci si può limitare al ruolo stanco di spettatore passivo, perché è necessario prendere le parti di uno dei due contendenti. L’ultimo capitolo della ormai lunghissima saga è andato in scena dopo Inter-Juventus della stagione 2019-2020, tra Massimiliano Allegri e Daniele Adani.

Dalle origini…

Al duello post Inter – Juve

Non è stato un momento di spettacolo televisivo, tutt’altro. I due balbettavano, incespicavano, parlavano l’uno sopra l’altro senza esprimere concetti troppo comprensibili, ma il tutto è girato intorno a due affondi stizziti e nervosi, piatti, da lite per futili motivi a una qualsiasi riunione di condominio. L’accusa netta di Adani, sulle prime molto educato, di “non dire cose serie”, la reazione un po’ arrogante del tecnico campione d’Italia “Stai zitto, ora parlo io, altrimenti me ne vado”: infine il conclusivo, quanto infantile, “Stai zitto lo dici a tuo fratello” dell’opinionista.

Inutile soffermarsi sull’episodio, il teatrino delle pose, degli endorsement, delle battute e dei processi all’uno o all’altro dei contendenti è il perfetto passatempo social di una sera. Più interessante analizzare due aspetti, chiamiamoli così, propedeutici: 1) la polemica sotterranea tra chi, come Allegri, si erge a fautore del calcio pragmatico che parte dall’esperienza empirica, sulla base del mantra “il calcio è semplice”, e chi come Adani, assume volente o nolente una posizione un po’ saccente da scienziato da laboratorio, prodigo di situazioni risolutive e progetti sul bel calcio, come se formare una squadra vincente fosse possibile solo attraverso l’applicazione di regole e teoremi; 2) l’errore strettamente comunicativo del mister bianconero, una pratica in cui in genere Allegri (a modo suo) eccelle: la lite televisiva in conferenza stampa non può e non deve mai essere nervosa e improvvisata.
1) Lo scontro tra semplicisti e scienziati è una guerra di religione inutile e culturalmente dannosama che nasce da un principio di realtà: esiste un fenomeno originato dall’era social e dalla nascita conseguente di un movimento ampio e rumoroso di teorici della tattica e della teoria calcistica ex-post, pezzi lenzuolo scritti da chi ha solo giocato a Football Manager e crede, dalla propria cameretta, nell’intimo, di essere migliore dei professionisti. Proprio contro i ragionieri scienziati, Allegri ha deciso di intraprendere una battaglia di campo, individuando uno dei suoi più acerrimi critici, proprio Adani, nell’icona di tale tipologia. Naturalmente è un grave errore del tecnico bianconero, che in primo luogo, proprio perché ritiene gli scienziati da tastiera o i commentatori tv da schemino inadeguati a discorrere di pratica calcistica di primo livello, dovrebbe direttamente disconoscerli: non scendere con loro sul piano dei contenuti, non perdere la pazienza e semmai ridicolizzarli approfittando del vantaggio strategico di chi siede davvero sulla panchina più importante di Italia e tra le più importanti del mondo. Scendere sullo stesso piano dei commentatori da salotto, per di più senza argomenti forti ma ripetendo il mantra “il calcio è semplice”, o peggio, banalizzando le sconfitte a tutto campo in cui un avversario, l’Ajax, non ha oggettivamente fatto “quattro ripartenze”, ma ha dimostrato in due gare di essere nettamente superiore in tutti i fondamentali di gioco, è stato un errore dialettico importante, che ha offerto il fianco e un nuovo argomento agli scienziati.

Allegri si è mostrato dunque permaloso e sensibile, colpito a fondo dalla sconfitta contro un calcio, quello degli olandesi, che è la nemesi dei dogmi in cui negli ultimi due anni pare essersi rifugiato, al netto di tutte le componenti di gestione quotidiana, imprevisti, condizioni dei giocatori e gestione dei momenti di difficoltà
che lui è un maestro a superare. Come se il mister fosse entrato in una specie di gabbia edonistica e narcisista in cui si è convinto che la sua minestra sia l’unica in grado di saziare e titillare il palato allo stesso tempo. Non è così, meglio capirlo subito. Anche l’attacco ai suoi stessi giocatori, colpevoli di aver perso palloni caldi, e il chiamare in causa Spinazzola in modo irridente, non sono passaggi dialettici riusciti di un allenatore che di solito è abile davanti ai microfoni ed è in grado di perpetuare un personaggio: ieri però ha fornito un assist a porta vuota ai (purtroppo tanti) cicisbei da autopsie delle gare postume, divoratori di statistiche, incapaci di vedere nel calcio la sua essenza primaria, che resta, e qui ha ragione Max, il genio, l’arte di far esplodere l’attimo, lo sport della forza mentale che si fa alchimia unica tra 11 uomini, empatia e intesa, trance agonistica e voglia di vincere. Componenti che è giusto provare a valorizzare attraverso la teoria del calcio e la tattica, ma che sono e saranno sempre in grado di sovvertire ogni idea a tavolino. Ai contendenti che hanno visibilità, l’unica preghiera che si può rivolgere è dunque di alzare il livello dei contenuti.

2) Allegri, dunque, ha fallito soprattutto sul piano della comunicazione. Ha dismesso il momento teatrale, quello della recita in cui si è costruito un personaggio un po’ rustico da commedia toscana che però funziona, per essere vero e sincero fino in fondo. Errore capitale, da non ripetere: poiché la televisione funziona bene solo quando è oscena, ovvero quando mostra il più vero del vero: le liti televisive funzionano bene soprattutto quando sono preparate, e non nel senso di sceneggiate o fasulle, ma nel senso, più sottile, dei contendenti che arrivano predisposti alla rissa. Il calcio non è da meno. La conferenza stampa o le interviste del dopopartita sono di norma un rituale abbastanza trito e ritrito, ma nell’epoca del calcio divenuto un flusso mediatico senza pause, paradossalmente si ergono a momenti in grado di suscitare enorme attenzione e grandi attese proprio perché ritualizzati.

Durante le rare occasioni in cui la gabbia salta, tuttavia, è bene che le variazioni sul tema siano in qualche modo duelli rusticani indimenticabili per efficacia. E ciò può accadere solo quando almeno uno dei protagonisti, vi arriva totalmente preparato. José Mourinho era il re indiscusso delle risse televisive premasticate. Mourinho, nei momenti clou della stagione, prima e dopo sfide decisive, o dopo attacchi a distanza, arrivava alle interviste prodigiosamente edotto. Come dimenticare il celeberrimo “a me tu mi puoi invitare a cena che io non vengo” mitragliato in faccia a Mario Sconcerti, o il monologo sulla “prostituzione intellettuale” degno della 25esima ora, così come il “Monaco di Tibete, se qualche monaco di Tibete vuole parlare di me mi deve pagare” riferito a Lo Monaco, all’epoca dirigente del Catania?

Allo stesso grado di preparazione “attoriale” assurgono il piccante “lei da giocatore faceva poche uscite a vuoto ma una ci costò il mondiale”, prima e ultima vittoria dialettica di Enrico Varriale nella vita, così come degne delle migliori commedie sono gli sketch Mazzone Vs Varriale (ancora lui), gli high-lights di Malesani, o il “devi essere meno geloso” di uno Zlatan Ibrahimovic in versione film di Guy Ritchie sussurrato in faccia a un incredulo Arrigo Sacchi. Più sanguigne, ma altrettanto sceneggiate erano gli indimenticabili exploit di Antonio Conte, con il muscolare “che non ci salga nessuno poi su quel cazzo di carro”, il veemente “togliti la maglia rossonera” intimato Zvonimir Boban dopo il celebre gol di Muntari e la perdurante recita del “calo di zuccheri” e della conferenza autopunitiva dopo un Lazio – Juventus.

La forza del seduttore, in questi momenti di tensione, è sempre la sicumera, la sensazione di detenere il segreto o la grande verità cui bisogna solo alludere attraverso la dissimulazione, l’attacco documentato, la dimostrazione di brillantezza. Quando ciò non avviene, la lite risulta soltanto volgare. Il funzionalismo si sostituisce al rituale, e restano solo le banalità, o le semplificazioni che non fanno bene a nessuno.

 


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