Ignazio Scardina è morto (inutilmente)

di Francesco Alessandrella |

Letto l’art. 530 cpv. c.p.p. assolve Scardina Ignazio dal reato ascrittogli al capo a) per non aver commesso il fatto”. Un rigo, uno solo, nelle 558 pagine della sentenza di primo grado pronunciata dal Tribunale di Napoli, nona sezione penale, l’8 novembre 2011, poneva fine all’incubo in cui era stato proiettato il giornalista della RAI a partire dal 2006, anno di inizio di quella vera e propria costruzione giuridica che è stata Calciopoli. Una sentenza, incredibilmente impugnata dalla Procura, che la Corte di Appello, di lì a qualche anno confermerà in pieno.

E in quella costruzione giuridica Scardina, per la Procura di Napoli, aveva un ruolo ben preciso: quello di tutelare “il gruppo sia mediante la predisposizione di compiacenti servizi giornalistici sia rispetto al pericolo rappresentato dalle dichiarazioni accusatorie che avrebbe potuto fornire all’Autorità Giudiziaria l’ex presidente dell’Ancora Pieroni”.

Non era notissimo al grande pubblico, Scardina. Era uno che non compariva molto in video, ma aveva un importante ruolo di coordinamento, in qualità di capo della redazione calcistica di RAISport. Aveva, in pratica, il compito di predisporre la “squadra” di giornalisti che in quel turno di campionato avrebbe seguito le varie partite, realizzando i servizi per le trasmissioni sportive della RAI. Scardina decideva, dunque, per ogni partita, chi avrebbe predisposto la sintesi per 90° Minuto, chi le interviste live per Stadio Sprint, chi il servizio principale o eventuali servizi di colore o, come si dice in gergo “di appoggio” per la Domenica Sportiva. E l’assegnazione dei vari incarichi teneva conto dell’importanza della partita, della trasmissione cui il servizio era destinato, del valore e dell’esperienza dei vari giornalisti a disposizione della redazione.

È in questo panorama che, incredibilmente, il nome di Scardina viene tirato fuori da alcuni suoi colleghi che sottolineano alla Procura di Napoli (e non, ad esempio ad un normale giudice del lavoro) di aver subito delle discriminazioni nello svolgimento della loro professione a causa di un fortissimo condizionamento di Moggi nell’ambiente. Senza, peraltro fornire prove, documenti, ordini di servizio o quant’altro possa essere utile a sostegno della loro tesi. Nulla di nulla. E in sette anni di indagini, processi, testimonianze, non uno straccio di prova, non una verifica. Anzi, tutti i testimoni dell’epoca, dall’allora direttore di RAISport Fabrizio Maffei, al vicedirettore Andrea Giubilo, agli inviati Fabrizio Failla e Carlo Paris, confermano la correttezza di Scardina, negano che egli abbia mai messo in essere qualsiasi attività volta a favorire squadre o personeggi del mondo calcistico in generale. E quanto alla questione Pieroni l’unica (!) intercettazione tra Scardina e Moggi prova esattamente il contrario: che il giornalista sapesse chiaramente che quelle dichiarazioni riportate da Repubblica non piacevano al Direttore della Juve e che ciò nonostante avesse deciso di mandare in onda il servizio registrato.

E così, il Tribunale prima e la Corte di Appello dopo non possono che arrivare alla scontata conclusione di assolverlo da ogni imputazione.

Ma intanto, la carriera, la dignità, la vita di un uomo onesto era andata distrutta.

Mi è capitato di parlare con Scardina qualche volta durante le pause di quel processo. E di riuscire a scorgere nei suoi occhi una qualche forma di vergogna per il fatto di trovarsi lì. Non riusciva a capacitarsi che venissero utilizzati soldi e personale dello Stato per quel processo sottraendoli magari a cose più importanti. E non si capacitava di essere in un’aula dove c’erano delle sbarre di ferro che, da vicino “fanno impressione”. Non trovava giusto, ma era stato costretto a farlo, raccontare al mondo “i fatti suoi”, con quali soldi aveva acquistato una Fiat Idea a 14.000 €. E, soprattutto non capiva una cosa: “sono 4 anni che non lavoro e spesso mi chiedo perché” (dalla sua dichiarazione spontanea del marzo 2010).

E l’ultima volta che era stato in aula mi era apparso debole, provato, stanco. Seppi che stava male, ieri la morte.

Se Calciopoli fosse stato un processo non di parte, inteso di una parte contro tutti, come purtroppo si è rivelato, oggi Scardina sarebbe un novello Tortora. Uno che senza alcuna colpa si ritrova alla gogna pubblica, accusato da suoi colleghi di reati inesistenti, che paga per tutto ciò addirittura con la vita. Uno che dovrebbe essere ricordato ad esempio, come monito di quello che la maldicenza, la superficialità, l’arroganza, la mala giustizia può provocare.

Purtroppo non sarà così. Se già nel pomeriggio del giorno della sua morte si fanno illazioni, si costruiscono congetture su una partita di calcio; se l’atmosfera che si respira sui campi di calcio contempla la parola complotto; se dirigenti di società sono costretti a scappare dopo una normale partita vinta regolarmente, Ignazio Scardina è morto inutilmente.

Ed è, se possibile, la cosa che fa più male!