Ieri altri, oggi Ruotolo, domani si vedrà

di Massimo Zampini |

Non conosco bene il lavoro di Guido Ruotolo. Conosco il fratello, come tanti telespettatori, ma non lui.

So che è un valido giornalista, credo in pensione. Ho chiesto a qualche suo collega un parere, prima di scriverne qualcosa, e mi è stato spiegato che è stato un “grande giornalista investigativo specializzato in terrorismo, brigatismo, immigrazione e servizi segreti”, “una bravissima persona”, “un uomo buono”.

Lo riporto perché credo che sia vero, intanto, ma anche perché il punto è esattamente questo.

Il punto è proprio che Ruotolo è stato un “grande giornalista” ed è tutt’ora, non ho motivi per dubitarne, “una bravissima persona” e “un uomo buono”. Fosse uno scemo, la chiuderemmo con una sonora risata, come ci capita con lo stupidario che leggiamo quotidianamente dappertutto. Fosse un incapace, un tipo cattivo o una persona poco raccomandabile, pure.

 

Invece no. Quando parliamo della follia che suscita la Juve in diversi tifosi, ci riferiamo esattamente a questo genere: persone intelligenti, sensibili, colte, professionisti esemplari, con importanti ruoli istituzionali o comunque bravissime persone. Le altre, gli animali da social e non, quelli che se ironizzi sul gol di Higuain ti dicono “razzista, vuoi che esploda il Vesuvio”, ci interessano fino a un certo punto.

 

Ma cosa può indurre uno stimato giornalista che si è sempre occupato di vicende ben più serie ad aprire un tweet con un hashtag da bambino maleducato (#juvemerda), per poi sproloquiare sulla sentenza d’appello del caso biglietti, salvo infine cancellare tutto, esattamente appunto come un novellino alle prime armi, che si è fatto trasportare dal tifo per poi capire che la si è combinata grossa e riproporre infine un tweet altrettanto ridicolo ma quantomeno civile e senza hashtag di quel tipo?

 

Per inciso: è evidente a chiunque abbia letto qualche carta, nonché a chiunque abbia un briciolo di serenità nel valutare la vicenda, che Agnelli non sapesse chi fossero determinati suoi interlocutori occasionali (peraltro al tempo del tutto incensurati), che non avesse mai dato l’ok (come sostenuto fieramente da qualche velinaro di Pecoraro) a fare entrare allo stadio degli striscioni di oltraggio alla tragedia di Superga, che insomma la colpe della società (e in parte sue) fossero esclusivamente quelle, già riconosciute, di avere acconsentito alla soluzione di compromesso di vendere più biglietti del dovuto ad alcuni responsabili del tifo organizzato, e non quelle che hanno dato vita a un inqualificabile processo mediatico in cui però non si è spesa mezza parola di indignazione nemmeno quando il procuratore in Commissione Antimafia (sob!) ha attribuito al presidente juventino una intercettazione con cui lui invece non c’entrava nulla.

Roba da vergognarsi, dimettersi (il procuratore), da fare una vera campagna di stampa (i giornalisti) per chiedere, per capire, per protestare, e invece niente, Pecoraro ancora lì e trafiletti a pag. 14, pronostici su una squalifica di 2 anni, forse 3, e a quel punto con l’ECA che si fa?

 

Passano tutta la vita a dirci di “rispettare le sentenze”, con quel fare da professorini, moralisti, come se una sentenza – peraltro già ampiamente rispettata, con la serie B, la penalizzazione, le revoche e le legittime impugnazioni in tribunale – non si potesse nemmeno criticare (che stato di diritto sarebbe, quello in cui viene impedito un giudizio negativo su una qualsiasi decisione?), salvo poi lasciarsi andare con insulti, hashtag offensivi e ripensamenti alla prima sentenza che non aggrada.

 

E’ per questo che non ci si stufa mai di scrivere di questo aspetto incredibile relativo alla Juve, una vera caratteristica fondante del Paese, molto sottovalutata, che invece ci dà sempre nuovi spunti, perché parte di un discorso culturale e non certo solo sportivo. Ha a che fare col tifo, certo, ma anche con l’abitudine tipicamente nostra di cercare alibi ogni qualvolta qualcun altro riesce meglio di noi, quando non raggiungiamo i nostri obiettivi che ci pareva di meritare così tanto e non riusciamo a farcene una ragione.

 

Direttori di testate che si imbavagliano in tv,  registi colti e stimati che si fanno querelare per avere associato comportamenti mafiosi a uno storico (ed elegante) presidente della Juve, parlamentari (membri della Commissione Antimafia o già Ministri della Repubblica) che sventolano fieri sciarpe di insulti; sindaci che affermano che “Higuain sarebbe ospite non gradito in città” (città di storia e cultura e meravigliose, peraltro, ma come si permette di dire follie di questo tipo?); presidenti del Consiglio (al tempo) in carica (!) che parlano come al bar di Juve e Roma, di “società che ispirano di più gli arbitri rispetto ad altre”, salvo poi fare marcia indietro anche lì perché per carità, non voleva alimentare sospetti;  presidenti del Consiglio del passato (o del futuro) che affermano serenamente che “per fermare la Juve servirebbe cambiare arbitri o giudici” in anni in cui la Juve dà 10 o 20 punti a tutti e così via, in un contesto sempre più desolante, in una gara a chi la spara più grossa, in cui per il tifo si perde il senno, il senso delle istituzioni (che però, verrebbe da dire, lo si ha o non lo si ha), il rispetto per chi lavora duramente per vincere e ancor più per i milioni di tifosi che vivono quella passione.

Tutto questo mentre noi, come diversi altri siti di tifosi, senza tesserini o ruoli istituzionali, abbiamo come regola base, pena l’addio al sito, quella per la quale è vietato insultare od offendere l’avversario.

Ci tocca questo contesto, ahinoi, in cui Ruotolo non è né il primo né l’ultimo.

Ed è il motivo per cui, pure se a volte parlare sempre di calcio ci viene un po’ a noia, difficilmente ci stancheremo di scrivere di Juve. Perché se l’intelligenza, la riconosciuta cultura, la stimata professionalità o il dovuto senso delle istituzioni vengono costantemente spazzati via dall’odio per una squadra di calcio, spingendosi a dire e fare cose di cui poi ci si vergogna tanto da ritrattare, cancellare o pagare per le querele, vuol dire che ne vale la pena.

E che il calcio, in fondo, è solo una minima parte del problema.