Ieri era il compleanno del Re

 

O’rre sarebbe stato un titolo acchiappa click. Negli anni ’70 quando sono sbocciato io di monarchici ce ne erano ben pochi e tutti fuori dalla cultura giovanile. Oggi invadono i social e parlano di capitali del mondo come se a loro poi li facessero, per questo, marchesi e baroni. Invece coi re di Napoli e provincia pagherebbero più tasse, resterebbero lo stesso senz’aria, imbratterebbero le stesse chiese, sognerebbero la stessa cosa che si sogna sotto la repubblica. Qualcuno cui metterlo nel culo.

Negli anni’70 c’era Platini. Ho conosciuto prima lui di Moggi. Almeno credo. Dovrei controllare su Google ma. Nel ’78 prima della partenza della nazionale in Argentina se non erro ci fece goal su punizione. Forse era quell’anno. Era al San Paolo. Ricordo quel francese coi capelli alla moda. All’epoca la moda era Kevin Keegan, un inglese che aveva fatto grande il Liverpool. E poi se ne era andato a giocare in Germania, non al Bayern. Nell’Amburgo. Ci pensavo piccolo stronzetto egotico degli anni’70 con la mia Gazzetta rosa nei pomeriggi dopo scuola e mi dicevo, mmm, Amburgo, che nome triste. Deve avere un fascino che mi sfugge. L’unica squadra tedesca che reggeva il Bayern di Beckembauer e Gerd Muller e soprattutto Maier, il portiere che mi immaginavo parare per decreto legge pena deportazione, era uno dei due Borussia. Quello Moncensciatico. Con Simonsen un danese che finì pure al Barca e le magliette coi colletti verdi. Lo vidi buttare fuori il Toro in Coppa dei Campioni. Scena esiziale, Castellini che parte come una della Famiglia Manson ma senza coltello a cercare di commettere un omicidio inutile e per cui prendi un ergastolo. L’omicidio tipico di quei migliori anni. Fuori dalla porta il mitico giaguaro, Graziani tra i pali, fuori dalla Coppa a vita. La scena in cui divento juventino, primo tempo.

Il secondo, a Bilbao con la Juve azzurra come la nazionale e Benetti e Tardelli a sputare in faccia all’Eta. Alle piccole miserande patrie coi dialetti che fan schifo. I nomi non ne parliamo. Una gara di un catenaccio biasimevole e bellissimo, un concentrato di coraggio e sprezzo del pericolo. Sia nel difendere il golletto perdipiù subito che nel non giacere alla pressione del campetto basco. Mica uno stadio di quelli di oggi con le tv e dove bene o male ne esci da persona civile. Un campo basco in pieno post franchismo coi locali assetati di sangue, la polizia fascista, nessuno che ti caga se ti fan sputare sangue sotto la doccia. Cognomi da far paura, rabbie secolari. Mica gruppi whatsapp. Campanili veri e veramente assetati di sangue. Li vidi lì, gli undici italiani. Senza paura. Fanculo. In un periodo in cui mio padre aveva paura di uscire di casa. Mia madre pure di ciò che potevo cantare.

Venne più tardi Platini. Ad innestarsi in quella squadra. In parte di quella squadra. Una parte che grosso modo penso lo odiasse pure. Tardelli certo non lo amava. Tardelli dopo Bettega era stato un altro mio mito. In un certo senso però, un senso non dicibile. Bettega era il calcio. Bello, atletico, elegante, di classe, intelligente, particolare, piedi ottimi, colpo di testa di più. Tardelli aveva impressionato i miei parenti per l’entrata su Rivera. Non so chi mi raccontava sempre della evoluzione di Marco. Da terzino a mediano. Non aveva fatto arrivare il cronometro al minuto prima di far saltare in aria Gianni Rivera, gli anni’60. Facendo forse l’unico atto di rivoluzione possibile in quei maledetti anni’70. Non aveva avuto paura manco lui.

Platini rappresentò quando venne la leggerezza. Oggi molti confondono la leggerezza con la stupidera. Con la cretineria. Specie dalle mie parti. E fattela una risata. Questo è ciò che dicono. Come se ridere fosse espressione di aver inteso il vero senso della esistenza, una cosa che evidentemente fa ridere. Non penso che la vita faccia ridere, non è una barzelletta e non è la barzelletta tanto meno nella quale c’è il napoletano dentro che fa miglior figura di tutti. Penso che la vita sia una valle di lacrime. Ho avuto una buona e pervasiva e ingombrante ma al contempo cinica e liberatoria educazione cattolica che mi ha impedito di cadere in questo super ottimismo da super giovani nel quale devi ridere come devi fare tante altre cose. Penso alla valle di lacrime nella quale però essendo valle si va per fortuna a piedi e senza sforzi. Fosse una montagna la vita sarebbe roba da eroi. Invece è un rettilineo coi suoi piccoli passi, i suoi piccoli testimoni che consegni a chi resta con te e la certezza che volendo puoi averne di gente accanto proprio perché siamo una corsa facile, senza troppo impegno, senza chissà quali scatti.

Platini era il migliore dei calciatori umani. Platini è a un punto della storia nella quale la storia quella con la S maiuscola continuano a farla i Pelè. I Maradona. Casi umani con un repertorio extraterrestre. In quel punto in cui gli alieni fanno un campionato a parte c’è anche la biforcazione degli uomini. Quelli che giocano a calcio in maniera buona o meno buona e che come tutti gli esseri normali rincasano a casa la sera. In quella dimensione lì che è nostra e soltanto nostra di persone civili e finite Platini è il re. Inarrivabile. Fa il suo pezzetto di strada piana con noi ma chissenefrega. Non ha carenze d’affetto. Se ce l’ha tanto corre Bonini. Non è la vita al massimo, il calcio al massimo. Che poi perdi la libertà. Basta azionare il cervello, fare quelle due o tre cazzate in croce che servono e fai goal o diventi Presidente. Importante è che poi ognuno a una certa a casa sua.

Platini venne nel bel mezzo della Rivoluzione e non voleva fare la Rivoluzione. Quasi non voleva fare niente pensa te. Non ha problemi di dipendenza dal calcio giocato. E’un signore che tra i 15 e i 30 grosso modo ha dato due calci meravigliosamente a una sfera. Riuscendo con naturalezza a diventare il più forte di tutti del mondo reale senza stroncarsi la vita, perdere il sonno, romper coglioni. Aveva un calcio di punizione che è superiore tuttora a quello di tanti altri. Ma si va bene. Chissenefrega. Era in grado di segnare un goal in avvitamento che ci vogliono gli acrobati per pensarlo, gli stilisti per non sudarci e gli idranti per calmarti se te lo annullano. Lui nulla, puah. Ma davvero. Lacrime, certo. Amburgo, la pubalgia. Peggio. Il periodo in cui venne prima Boniek e tutti si aspettavano che Boniek fosse il top non lui. Forse ha recuperato per questo. Solo per smontare il polacco, uno che prendeva a piedi nudi arrossandoseli i palloni Tango dell’82. E noi che non capivamo il dolore autoinflittosi del polacco a fare quello, le sue discese terremoto con tutto un gran casino solo per segnare e spesso neanche quello. Boniek era uno destinato alle passioni , a non far correre Bonini ma correr di persona. Perché, ce lo spiegò Michel davanti a Pippo Baudo, lui si cagava addosso. Noi no, imitatori di un sovrano senza rabbia e senza troppa terra. Sarebbe stato un fardello eccessivo dare il mondo al nostro Platini. Che ce ne dovevamo fare di tutta quella Terra. Bastava un prato ogni 7 gg, al massimo 2 i mesi della coppa. Eleganza del vivere vienimi addosso dicevamo noi adolescenti e discenti di Platini degli anni’80, sudditi di sua maestà chissenefrè. Morti noi, se ne sarebbero fatti altri di noi altri. Lacrime vere alla fine non ne cacciavi mai. Se proprio ti bagnavi, magari era sudore.

 

Altre Notizie