Ibra vs Lukaku e il ritorno della doppia morale

di Mauro Bortone |

È un Paese strano l’Italia, da sempre, ma forse lo è ancora di più quando si parla di calcio. Martedì sera, derby di Milano in Coppa Italia: è il 45’ del primo tempo, quando volano parole grosse tra Ibrahimovic e Lukaku. I due arrivano quasi alle mani e in campo, complice l’assenza del pubblico, si sente davvero di tutto: offese personali, “asino”, “ti sparo”, “vai a fare i tuoi riti vodoo con tua madre” “portami tua madre”, ogni labiale ripreso e registrato dalle telecamere.

Una scena raccapricciante che dovrebbe portare a stigmatizzare in maniera collettiva l’episodio soprattutto per la semplicità con cui molti si scandalizzano per cose molto meno gravi: e, invece, dal giorno successivo la vicenda è un’opera di maquillage dove la narrazione è di una specie di incontro di pugilato, quasi cinematografico con riferimenti a Rocky Balboa e Apollo Creed o ai meme divertenti che circolano in rete; la Gazzetta, addirittura, lo chiama “Il match del secolo” costruendoci l’enfasi dello scontro tra eroi duri ma in fondo buoni. E, per non farsi mancare niente, promuove l’arbitro Valeri per la scelta di usare i gialli per entrambi perché “una mano più pesante avrebbe forse esasperato ulteriormente gli animi”.

Ora, fermo restando che se un arbitro non tira fuori il rosso per una scenata del genere (che a distanza di ore continua a veicolare messaggi di machismo e sospetti di razzismo, al netto delle smentite e dei chiarimenti), appare difficile capire quando sia giusto espellere o meno, il tema di fondo è sempre la doppia morale che c’è in Italia.

Sì, perché commentatori, giornalisti, sportivi in coro si affrettano a dire che, al di là della brutta scena, “sono cose di campo”. Ma le “cose di campo” restano tali solo quando le strisce non sono bianconere.

Qualche esempio? Buffon, a distanza di un mese e mezzo dall’episodio, prende un deferimento per un’imprecazione “percepita”. Non che la bestemmia sia in assoluto qualcosa da applaudire, perché urta effettivamente la sensibilità di alcuni, ma l’attenzione mediatica che si è prestata al caso solo perché c’è di mezzo il portierone della Juve è quanto meno “strana”.

Ancora. Morata prende due giornate di squalifica per aver detto “rigore imbarazzante” in piena foga agonistica ad un arbitro: eppure nessuno ha obiettato che “sono cose di campo” ma anzi ha, con doppia morale, parlato di provvedimento esemplare, perché no, non si può dire una cosa del genere. Pazienza.

Ma la doppia morale non si ferma qui: è quella che invoca la sua scure perché i bambini in curva allo Stadium emulano gli adulti e pronunciano un “Me..a” quando il portiere avversario rinvia, e traveste di “folklore” un bar che mette quella stessa parola di fianco al termine Juve. Va bene provare imbarazzo e scandalizzarsi, ma occorre mettersi d’accordo una volta per tutte: o ci si scandalizza sempre o non ci scandalizza mai. Non si può scegliere di farlo a targhe alterne.

E ancora, o si pretende dai giocatori che siano esempi dentro e fuori dal campo o non si pretende da nessuno che sia una specie di educatore: come dimenticare tutti i commenti su Ronaldo “cattivo esempio” perché col Covid si “diverte” in piscina.

È tempo di stabilire una volta per tutte che in campo si gioca, ci s’insulta, si può dire anche una frase fuori luogo a un arbitro senza dover fare figli e figliastri, angeli e demoni. Perché “sono cose di campo”. Sarebbe auspicabile ma è difficile finché sarà in piedi la regola della doppia morale.  Un ultimo esempio: se Maresca avesse detto “Bisogna accettare quando non si vince” a gente come Paratici e Nedved sarebbe già stato santificato dall’Italia antijuventina: invece, è capitato con l’Inter e non arbitrerà i nerazzurri per un po’. Casualità.

A proposito, mentre concludo il pezzo, leggo un tweet di un sostenitore nerazzurro che rilancia la notizia di Ronaldo e Georgina che potrebbero essere multati per l’uscita a Courmayer, in cui afferma che è una cosa che “fa più schifo delle diatribe su Conte, Oriali, Ibra e Lukaku”. C’avrà ragione lui: la gita fuori porta in effetti non è “una cosa di campo”.