I difensori

di Sandro Veronesi |

Il seguente brano fa parte dell’antologia “Juve!” edita da Rizzoli (2013)

 

Ho amato Bercellino. Ho trovato un gattino in giardino e l’ho chiamato Leoncini. Ho sognato a occhi aperti su Roveta. Fin dall’infanzia il mio amore per i difensori bianconeri è sempre stato appassionato e soprattutto cieco – come del resto l’amore deve essere. Per venire amati da me non è mai stato necessario essere dei campioni, se si giocava in difesa nella Juve: ancora oggi mi si scalda il cuore solo a sentir pronunciare i nomi di Gori, di Caricola, di Storgato, di Longobucco.

 

In questa gioia fittissima, chi ritornava?
Milo De Angelis

 

È il fatto stesso che loro difendessero ad appassionarmi, perfino a commuovermi: là davanti un nuvolone di gloria, coi più forti attaccanti del mondo che si danno il cambio a gonfiare la rete (nella mia gestione, dal 1965 in poi, cioè dopo Sivori, si va da Haller a Dybala, passando per Anastasi, Altafini, Bettega, Boninsegna, Paolo Rossi, Boniek, Platini, Laudrup, Altobelli, Roberto Baggio, Vialli, Vieri, Henry, Inzaghi, Zidane, Ibrahimovic, Trezeguet, Del Piero e Tevez); a centrocampo uno scroscio continuo di genio, estro e furia agonistica (da Del Sol a Pogba, attraverso Furino, Marocchi, Benetti, Capello, Causio, Tardelli, Brady, Conte, Moeller, Di Livio, Tacchinardi, Deschamps, Paulo Sousa, Jugovic, Nedved, Davids, Emerson, Vieira, Camoranesi, Pirlo, Marchisio e Vidal); in porta, vabbe’, è stata quasi solo leggenda (da Mattrel a Buffon, via Anzolin, Zoff, Tacconi e Peruzzi); ma è in difesa che si è sempre costruita la supremazia della Juventus, in questa scuola di vita fatta di attenzione, tempismo, corsa, fatica e sacrificio che non può tramontare mai, perché chiunque abbia osato contraddirla, concependo un calcio solo offensivo, è sempre stato spazzato via.

E voglio menzionarli, i difensori della Juventus che ho amato, uno per uno, anche i più transeunti, perché sono i loro nomi che tengono viva quell’idea di forza che illumina la storia della mia squadra. Voglio menzionarli e voglio partire dai portatori di valigie, quelli che hanno giocato così poco da rendere prezioso anche il solo fatto di ricordarseli – ma che però in quel loro giocar poco nella Juve hanno comunque toccato l’apice della propria carriera. Sto parlando di Mastropasqua, di Dal Canto, di Sartor e Zaniboni e Zagano e Francisca e Soldà e Giacobbo e Notari e Francesconi, di Baccin e Zamboni, di Zanchi, di Ametrano, di Salvatore e Andrea Masiello, di Andrade, di Stendardo, di Ariaudo e Rinaudo, e Sorensen, e Traoré.
Poi voglio menzionare le riserve, quelli che quando giocavano era perché qualcuno dei titolari stava male – o, da un certo momento in poi, perché veniva fatto il turn-over: Pioli, per capirsi, o Dimas, o Fusi, o Jarni o Mirkovic o Osti, o Napoli, o Michele Serena, o Mellberg o Knezevic o Alessandro Orlando o Sorin, o Paramatti, o Lucio, o Cristian Zenoni, o Piccolo, o Fresi, o Kovac, o Rugani, o perfino Marco Motta.
E poi ci sono i titolari, quelli che hanno letteralmente difeso la Juve per anni, a oltranza, spesso diventandone la bandiera. Eccoli, uno per uno, in ordine sparso ma fino a un certo punto – perché la fine è la fine, e siccome prima o poi bisogna piangere, tanto vale piangere lì.

 

 

Claudio Gentile. Caro Claudio Gentile (virgola) quando mi sento debole (virgola) vulnerabile (virgola) e inferiore a qualcuno (virgola) io penso a lei (punto) E mi passa (punto)

Francesco Morini. Il più grande Sangiulianese di tutti i tempi. La bellezza fisica non lo danneggiò. Fu una Bandiera. Prese talmente sul serio il compito di non far segnare nessuno che non segnò mai nemmeno lui.

Fabio Cannavaro. Lo scambio alla pari con Carini fu il capolavoro di Moggi. Inutile fargli una finta: guardava la palla, mai le gambe. Forse il più forte stopper della storia della Juventus. E ho detto tutto.

Antonio Cabrini. Nulla mi rassicurava di più, quand’ero ragazzo, del pensiero che Cabrini aveva solo due anni più di me, e che sarebbe rimasto bianconero fino a trenta. C’è rimasto fino a trentadue, e mi ha rimorchiato fuori dalla mia infelice giovinezza.

Jurgen Kohler. Come James Stewart in Vertigo, dopo averlo avuto ci si ritrova a vagare tra le reti sportive, ossessionati dalla speranza di ritrovarlo: bello, tedesco, tecnico, indistruttibile. Ce n’è un altro, in giro? Mertesacker? Naaaa. Badstuber? Niente da fare. Schmeltzer? No. Hummels? Be’, forse lui ci va vicino. Marotta, ti prego, compra Hummels, e vediamo se è lui il nuovo Kohler.

Lilian Thuram. Battilo tu, uno così, in qualunque sport. Era il numero 1, poteva andare dove voleva, e volle la Juve.

Gianluca Zambrotta. Da quando arrivò a quando se ne andò a Barcellona, è il difensore che più prodigiosamente è stato visto migliorare. Più gli si chiedeva, più dava. A un certo punto i suoi limiti sono scomparsi, rimanevano solo i limiti dell’allenatore nel concepire il suo ruolo. Lippi l’ha capito, gli ha chiesto tutto, e tutto Zambrotta gli ha dato.

Ciro Ferrara. Uno di noi, Ferrara è uno di noi.

Ernesto Castano. Altra Bandiera. Si era in piena Guerra Fredda: la Russia e l’America avevano l’atomica, noi avevamo lui.

Andrea Barzagli. Veloce, continuo, fiorentino, juventino. La più bella soddisfazione dell’attuale difesa viene da Fiesole, alla faccia della curva Fiesole.

Pietro Vierchowod. La sua faccia da rettile estinto, il suo fisico da bronzo di Riace, i suoi gol di puro odio.

Sandro Salvadore. Bandiera pure lui. La vera ragione per cui da Alessandro, com’ero stato battezzato, tanto feci e brigai per diventare Sandro. Mi commuoveva la sua bellezza, lo sguardo gettato in alto nelle figurine. Mi ha commosso la sua morte.

Stephan Lichtsteiner. È mai esistito uno svizzero più forte, duro, tecnico, infaticabile, continuo e ormai anche esperto di lui? No.

Giorgio Chiellini. Come può uno scoglio arginare il mare: col punto interrogativo è Lucio Battisti, senza è Giorgio Chiellini.

Julio Cesar da Silva. Egli danzava; egli danzava.

Sergio Porrini. Egli invece arrancava, prendeva per la maglia, svirgolava, sgambettava, sgomitava – e vinceva. Specialista in gol pesanti: in finale di Coppa Italia contro il Parma, sia all’andata sia al ritorno; in semifinale di Coppa Uefa, a Dortmund, contro il Borussia; nella Supercoppa Europea a Parigi contro il PSG. Vinse 2 campionati, 1 Coppa Italia, 1 Champion’s League e 1 Coppa Intercontinentale. Emigrò in Scozia, e continuò a vincere pure là.

Luigi De Agostini. Arriva quando va via Platini, va via quando arriva Lippi: peggio di così non poteva andargli. E però vince Coppa Italia e Coppa Uefa, si conquista la nazionale, segna 20 gol e a Firenze tira quel rigore. Lo sbaglia, d’accordo, ma lo tira.

Gianluca Pessotto. Sempre comprato al Fantacalcio: poca spesa, rendimento sicuro – partita dopo partita, anno dopo anno. Rassicurava il fatto che esistesse un calciatore così. Non poteva morire.

Antonello Cuccureddu. Fu per me, decenne, la scoperta della Sardegna e delle saracche dalla lunga distanza.

Sergio Brio. Come diceva Bud Spencer: “Non c’è cattivo più cattivo di un buono che diventa cattivo”. Fisico da Troll, voce in falsetto e animo sensibile. Fu morso a una coscia da un cane romanista, all’Olimpico, nel 1983, e non si fece sostituire. È uno dei cinque giocatori (quattro juventini) ad aver vinto tutte le competizioni internazionali.

Spinosi & Marchetti. Una cosa sola, direi. Una tenaglia. Un campo elettromagnetico. Bravissimi entrambi a colpire gamba e pallone. Uno scendeva e l’altro copriva, a turno: comunicavano telepaticamente.

 

Alla Juve si corre anche quando si dorme
Patrice Evra

 

Moreno Torricelli. Molti dissero: non può. Ma egli disse: posso. E poté.

Andrea Fortunato. Arrivò a 21 anni ed era così forte che uno squadrone onnipotente se lo prese di prepotenza quando ne aveva 24.

Igor Tudor. Ah, l’insolenza delle sue giocate, l’eleganza dei suoi svarioni!

Luppi & De Marchi. Giocatori del Bologna, provenienti dal Bologna, destinati a ritornare al Bologna, forti solo nel Bologna, portati in coppia alla Juve da Gigi Maifredi nella convinzione che il calcio spettacolare consistesse nel subire gol.

Patrice Evra. A Manchester gli hanno detto: “non ci servi più”. “Cosa?”, ha risposto lui, che con quella maglia aveva vinto 5 Campionati, 3 Coppe d’Inghilterra, 5 Community Shield, una Champion’s League (disputando altre tre finali) e una Toyota Cup. “Non ci servi più”, gli hanno ripetuto. “Ah, ok”.

Alessandro Birindelli. L’umiltà fatta persona. Nel 2003, Al Camp Nou, ai supplementari contro il Barcellona, confezionò il cross per il gol di Zalayeta che valse la semifinale della Champion’s League; ma quando venne convocato in nazionale disse: “Io in nazionale? È la fine del calcio”.

Stefan Reuter. Ei venne come un’ombra, e cancellato. Cancellato forse troppo presto: dopo una sola stagione – 28 presenze, 0 gol – fu rimandato in Germania, al Borussia di Dortmund, ahimè, dove il 28 maggio 1997, insieme a Kohler, Julio Cesar, Paulo Sousa e Moeller, consumò l’atroce vendetta degli ex nella finale di Champion’s League.

Jonathan Zebina (e il suo doppio). Ragazzo raffinato, calciatore animalesco. Entusiasmante a volte, altre volte sconcertante. Fisico straripante ma anche fragile e incline all’infortunio. Non si faceva in tempo a giudicarlo che toccava cambiare il giudizio.

Domenico Criscito. Sulla sinistra prometteva, e in seguito ha anche mantenuto. Ma un giorno Ranieri lo schierò centrale contro la Roma, Totti (in fuorigioco) lo saltò facile e fece gol, e la sua avventura bianconera finì lì.

Alex Sandro. Ultimo arrivato e già amato come una bandiera. Ha corsa, stamina, disciplina tattica, e tanta di quella classe che, mancino, il suo gol capolavoro l’ha fatto di destro.

Zdenek Grygera. Per la sua solidità e la sua umiltà sarebbe stato l’ideale nelle squadre di Trapattoni, Lippi, Ancelotti e Capello. Ma ha avuto Ranieri, ha avuto Zaccheroni, ha avuto Del Neri. Ha avuto sfortuna.

Leonardo Bonucci. Quattro anni fa chiedevo pubblicamente un daspo per lui. Oggi pubblicamente gli chiedo scusa.

Pasquale Bruno detto ‘o animale. Molto meglio averlo in squadra che contro – capisci a me. Disse di Crippa: “se avessi un somaro come Crippa, non gli darei da mangiare”. Poi però passò al Toro e ci odiò, e ci odia ancora, e del suo odio fa mercimonio.

Nicola Legrottaglie. Arrivò come fuoriclasse e fallì. Andò in prestito per mezza Italia e nessuno lo riscattò. Rimase in mano come la peppa e disputò tre stagioni sontuose. Ha giocato ancora, e bene, a Catania.

Jean-Alain Boumsong. Dice che era forte. Stessa sfortuna di Grygera ma, molto meno solido, è ruzzolato via presto. Ha fatto sfracelli in serie B, e questo non lo scordiamo. Attualmente spiaggiato in Grecia, si è laureato con lode in Matematica.

Massimo Carrera. Scarpone? Pilastro!

 

 

Luciano Favero. “Il Signor Favero”, lo definì Vladimiro Caminiti, “imperlato di serenità”. Con quella faccia un po’ così e quel cognome un po’ così (in tanti a Novantesimo Minuto lo chiamavano Favèro), è migliorato tanto, ha giocato in tutti i ruoli della difesa, ha segnato due gol e ha vinto uno scudetto, una Supercoppa Europea, una Coppa dei Campioni e una Coppa Intercontinentale. Lascia fare…

Mark Iuliano. Fermò Ronaldo in quel modo, quel giorno, e tutti lo ricordano così. Ma era forte, ruvido e forte. Quanto vinse non c’è spazio per rammentarlo. Tramontò di colpo, purtroppo.

Dario Bonetti. Lento e distratto, falloso, camelide nella corsa e rozzo nel controllo. Difficile ricordarne un pregio, soprattutto da quando Maifredi decise di schierarlo sulla fascia. Eppure ho amato anche lui.

Balzaretti, Molinaro, Caceres, Grosso, De Ceglie, Moretti. Ovvero, gli esterni che vanno e vengono quando mancano gli esterni. Messi insieme non faranno un fuoriclasse, ma mille chilometri sì, li hanno fatti.

Pablo Montero. Egli non odiava, era odiato. Non retrocedeva, faceva retrocedere. Non dimenticava, non sarà dimenticato.

Roberto Tricella. Mettiamola così: dopo 552 presenze e 32 reti, 78 in Nazionale con 2 gol, dopo aver vinto 7 scudetti, 2 Coppe Italia, 1 Coppa Uefa, 1 Coppa delle Coppe, 1 Coppa dei Campioni, 1 Supercoppa Europea, 1 Coppa Intercontinentale e 1 Campionato del Mondo per nazioni, Dio va in pensione e al suo posto viene chiamato San Pietro: come verrà giudicato, il ragazzo?

Gaetano Scirea. Ecco, appunto. E piangere.

 

(Immagine copertina: foto AFP)