Ho sognato il Santiago Bernabeu

Che cos’è l’orgoglio?

Esserci, e il modo in cui esserci.

Buffon guarda negli occhi Cristiano, anche lui capitano. Già vederlo seguire con lo sguardo la monetina che affonda sull’erba del Santiago Bernabeu dà quel senso lì. Di esserci. Anche quando sei altrove.

Orgoglio non è soltanto dignità: Massimiliano Allegri vuole viverla come un film, guardatèlo, busto retto, non una ruga in più del solito, mezza smorfia, Landucci sullo sfondo. Le braccia conserte dicono che ha qualcosa in mente, fermo lì, qualcosa che si può sfoderare (e spiegare a chi sta dentro il rettangolo di gioco) nel caso dovesse tirare una certa aria. Nel caso e forse per caso. Per questo la sto guardando.

La Juve è subito leggera, spensierata, quindi non è lei. Ed è questo che fa palpitare, io sudo ed è strano perché io non sudo mai. O non sono io o non è una partita di calcio. In genere sono come tutti gli altri juventini: queste partite le vediamo prima, abbiamo immagini già nitide, attese, programmate per colpa dell’abitudine. Troppi flashback, troppo bisogno del calcio senza parametri di alcune partite europee di questa Juventus.

La squadra parte con i piedi per terra, mai così morbida. Hai presente quando entri in un letto che il tuo corpo conosce alla perfezione?

Per terra, quasi subito, ci va Benzema. Ha le braccia al cielo, non uno della Juve che gli dica: “alzati!”. Siamo già di là, Pjanic dritto palla al piede, Casemiro attratto da Matuidi, Pjanic non la passa, non è lui – SBAM – la palla tocca terra appena al di là della riga: è la fotocopia della parata di Keylor Navas a Cardiff, solo che la parata non c’è. Anzi, non c’è neanche più la palla. E’ già sul punto di ripartenza, l’ha portata Higuain mentre discute a distanza con Cuadrado indicandogli Marcelo.

Ringraziamo le telecamere, che in momenti come questi non sono mai abbastanza.

Ha un senso aver detto no alla pizzata degli ex colleghi? Me lo chiedo ancora. In questa vita lavoro all’Agenzia delle Entrate e mi hanno trasferito fuori sede, in un paese di cui non conosco ancora il nome. Mi hanno detto Isco, ma sono sicuro non sia il suo nome.

Intanto Kroos è rimasto a terra, l’inquadratura indugia, passa sulle tribune dove Beppe Marotta è una statua dorica e Andrea Agnelli ha uno sguardo severo, diverso da Florentino Perez che pare già annoiato. E’  lo stesso sguardo che aveva a Wembley. Era il giugno del 2013, la alzava tra gli altri Mario Mandzukic. Devo fare mente locale per evitare di tornare al Tottenham, intanto la partita è ripresa.

Toni Kroos zoppica vistosamente.

Dai, non c’ha voglia!”, la voce la conosco, mi volto e al mio fianco c’è Pietro Vierchowod vestito da frate francescano. Mi sta in pratica dicendo che il Real Madrid si sente sufficientemente forte. Possibile sia lo Zar? A dire e pensare certe cose? Sono sicuro non sia lui.

La partita riprende con Mateo Kovacic in campo. La Juve non è lei, spinge compatta, Douglas Costa e Cuadrado si interscambiano, non so esattamente da dove esca questa idea. Il brasiliano fa a fette la zona molle tra Carvajal e Varane, mancano tre minuti alla fine del primo tempo, per chiudere il tutto con una staffilata che è lo stesso gol visto contro il Benevento, ma allo specchio. Cioè di destro. Applaude unicamente il settore ospiti.

Vierchowod, ma visto di spalle sembra Torricelli, si lancia sul televisore e stramazzano entrambi sul pavimento. Mi ritrovo a saltellare per la stanza, mi guardo intorno, c’è un altro tv (perché due tv? sono sicuro di non aver mai avuto due tv) e la sequenza filmica ha un ordine ben preciso: Cristiano Ronaldo che guarda le stelle, Pavel Nedved che guarda il tabellone, Gigi Buffon che guarda da lontano Szczesny. Ma non sono sicuro fosse Szczesny.

Intervallo. A casa arriva il ProntoPizza ma mi consegna un mazzo di fiori. Lo nascondo. Se lo vede Vierchowod, o Torricelli, anche se adesso sembra Ravanelli, faccio una figura di merda. Fortunatamente nessuno dei presenti, chiunque questi siano, ha fame.

Allegri cambia. Il mister fa una sostituzione tra un tempo e l’altro? Devo darmi un pizzicotto, ma sono sicuro che non è Allegri. Mi piace comunque quando fa così: decisionista quando le decisioni sono un avviso ai naviganti. A proposito: ora sto dondolando, in teoria sono su un divano, in pratica fluttuo eppure non ho toccato alcun farmaco. Non ci penso al fatto che un gol, nel calcio, sia un episodio.

Entra Bentancur, ma non è Bentancur, è squalificato ed è rasato a zero. Fuori Higuain che pare nervoso, e non perché fischiato continuamente dai suoi ex tifosi. Il Pipita imbocca direttamente il tunnel degli spogliatoi, seguito a ruota da Rugani che veste la tuta. Il telecronista, che ha la voce di Gianni Morandi (ma sono sicuro non sia Gianni Morandi), dice che il difensore è da un paio di mesi lo psicologo del gruppo. Medito. Non mi sfiora neppure il pensiero che ce la possiamo fare. Non mi riguarda. Non qui. Non in queste condizioni. Non in questa vita.

Sto però trattenendo il fiato, me ne accorgo perché il tempo scorre e il cuore chiama. Non succede niente. NON SUCCEDE NIENTE. In camera con me non c’è più Vierchowod, non ci sono neppure più i mobili, neanche le porte. La partita è proiettata su un muro: le immagini esitano sovente sull’arbitro, l’inglese Elton John (ma sono sicuro non si chiamasse Elton John, anche se sembrava effettivamente lui), e poche cose sono più frustranti per chi si crede un calciofilo.

Nessun cambio, Allegri e Zidane la archiviano così. Una sostituzione pari. Sullo schermo è scomparso anche il minuto, il risultato mi pare fosse 0-2, in alto a sinistra c’è la pubblicità di Dagospia. Palla ferma. Punizione siderale per noi. Ci va Chiellini, non so se Giorgio o Claudio, ma sono sicuro non sia Giorgio, e la calcia lunghissima. L’inquadratura stacca, Mandzukic nel mucchio ha il dito alzato, come a indicare dove arriverà la sfera. Terzo tempo, Mario ha le ali, giuro HA LE ALI, la colpisce tra testa e spalla; in porta non c’è nessuno, Keylor Navas adesso fa il guardalinee, la rete si gonfia; tremo, mi inginocchio (ora sono sicuro: non c’era nessun divano), ma soprattutto mi sveglio, sussulto, e sento un uomo che urla “GRAZIEEEEEEE”. Ci sono soltanto io, ma sono sicuro di non essere io.

Stavo abbracciando Allegri, che per una volta si lascia andare. Gli sussurravo: “Rimani con me sempre, ti prego!”. E lui: “Pensa che Bentancur non ha ancora toccato un pallone…“.

L’ ho scritto come l’ho vissuto, ma non ho il finale.

L’ho sognato, ricordo che forse finiva con un calice.

Beviamone tutti.