Gonzalo Higuain – I soliti sospetti

di Giovanni Lentini |

higuain

Ci risiamo, Gonzalo. La nuova Champions League è iniziata esattamente come era finita quella precedente, per la Juventus e per il Pipita. Cardiff come Barcellona, il Millennium Stadium come il Camp Nou, il Barcellona come il Real Madrid, Messi come CR7. La Juventus che parte bene, con personalità, tiene botta per un tempo (seppure, contro i catalani chiude la prima frazione sotto di una rete), per poi crollare e naufragare alla distanza, con il Pipita, mister 90 milioni di euro, spento ed impotente dinanzi allo strapotere spagnolo.

Il raffronto con il fenomeno avversario è impietoso. Messi e CR7 illuminano il gioco della propria squadra, trascinano, segnano, decidono. Higuain, dal canto suo, soprattutto nella prima frazione, si sbatte, si abbassa per favorire il dialogo e creare spazio a favore dei compagni ma spara a salve. Anzi, non spara proprio, penalizzato dalla serata no di Paulo Dybala e dalle criticità di una manovra offensiva che troppe volte lo ha lasciato senza i rifornimenti di cui necessita un killer d’area di rigore come lui. Anche questa volta, insomma, Gonzalo non ha deciso. Il giocatore acquistato quattordici mesi fa’ per la cifra monstre di 90 milioni, colui che è considerato tra i primi tre centravanti puri del pianeta, quello che avrebbe dovuto permettere alla Juventus di compiere il definitivo salto di qualità ha deluso.

Sgomberiamo il campo dai dubbi: le qualità di Higuain non sono in discussione. Ma non è reato constatare che con la maglia bianconera raramente abbia fatto la differenza in sede internazionale. Soprattutto quando contava. La doppietta al Monaco nella semifinale di andata della scorsa edizione della Champions League, unica vera notte europea da primo della classe, è troppo poco per uno come lui, per uno che era stato acquistato al fine di colmare il gap con le superpotenze continentali. Tre mesi dopo Cardiff, dunque, nuovamente la stessa sensazione: Gonzalo è forte, fortissimo, ma certi appuntamenti proprio non riesce a gestirli. Psicologicamente, innanzitutto. Lo ha fatto notare anche Allegri, subito dopo la pesante sconfitta di Barcellona: “Higuain deve stare più tranquillo in queste gare, alle prime difficoltà abbassa la testa e sbuffa”. Del resto, il sospetto che l’attaccante originario di Brest soffrisse questo tipo di appuntamenti c’era già prima del suo approdo alla Juventus: le due finali perse con l’Argentina (Mondiale 2014 e Copa America 2016, entrambe caratterizzate dagli errori sotto porta del Pipita), cui si potrebbe aggiungere anche l’incolore doppia semifinale di Europa League disputata contro il Dnipro, quando Higuain vestiva ancora la casacca del Napoli, potevano rappresentare più di un semplice campanello d’allarme.

A difettare è la tenuta mentale, con il Pipita che, evidentemente, non sempre è in grado di gestire la pressione di cui sono carichi certi appuntamenti. Da tempo, poi, la critica è spietata e ciò, inevitabilmente, non aiuta. Ci sono, però, anche delle attenuanti. Analizzando molte delle uscite europee dei bianconeri salta all’occhio un fattore che dovrebbe far riflettere: raramente il numero nove è stato messo nelle condizioni di battere a rete. Peccato mortale, quando hai un attaccante con le sue doti ed i suoi numeri. Tanti palloni sporchi, molti toccati fuori dall’area di rigore, di spalle alla porta, ad oltre venticinque metri dalla porta avversaria, nella morsa tra mediani e difensori centrali inviperiti. Ed allora va bene che, forse, manchi in un po’ di cattiveria, che la gestione della palla, anche a ridosso della linea mediana del campo, potrebbe essere migliore perché uno con la sua tecnica certi controlli e certi appoggi proprio non dovrebbe sbagliarli e che la condizione fisica appare ancora in colpevole ritardo, ma senza il sostegno dei compagni è difficilissimo determinare e fare la differenza.

Ad Allegri, a questo punto, spetta il compito più difficile: rigenerare e ricostruire psicologicamente un campione in difficoltà, un ragazzo che, in certi frangenti, pare alla perenne ricerca di se stesso. Trasformare i “soliti sospetti” in applausi anche in Europa: questo deve essere l’obiettivo del tecnico livornese perché il Pipita non può essere quello di Cardiff o del Camp Nou e la Juventus ha bisogno del suo numero nove.