La solitudine del numero 9. Che è stata un po’ anche la mia

di Claudio Pellecchia |

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Qualcosa come un mese e mezzo fa, quando Cristiano Ronaldo rientrava ancora nella categoria delle utopie irrealizzabili e anche solo l’ipotesi di una cessione di Mattia Caldara avrebbe scatenato l’ilarità generale (figurarsi, poi, in uno scambio alla pari con Leonardo Bonucci), mi trovavo per le vie del centro storico con un amico. Si parlava di tante cose, di Juve più che altro: «Nella vita come nel calcio – mi fa – contano le categorie. Prendi Cristiano Ronaldo: lui è categoria A, senza discussione, per tutto quello che è, che fa e che farà per vincere, per il suo essere decisivo quando conta, per l’etica del lavoro, per l’ossessività maniacale nella cura di se stesso, per tutto ciò che lo rende Cristiano Ronaldo. Ecco se ragioniamo in quest’ottica, Gonzalo è un A2». Dal suo punto di vista (che poi è parzialmente anche il mio), l’inferiorità di Gonzalo Higuain nei confronti dell’uomo che non sapevamo (ancora) destinato a prenderne il posto, dipendeva dal suo essere «uno che si accontenta» in relazione a quanto (ed è tanto, tantissimo) ricevuto da madre natura in termini di tecnica di base e capacità associative nello sfruttamento della stessa. Un accontentarsi che si è tradotto in alcune prestazioni inspiegabili sul campo e in atteggiamenti poco professionali fuori. Un fatto più che altro mentale, quindi: «E a 30 anni la testa non la cambi. Lui è questo e sarà questo, inutile aspettarsi qualcosa in più».

Vi tralascio tutto il resto della conversazione, che ha toccato spunti tecnici e tattici più o meno noti e più o meno dibattuti, non foss’altro perché tutto passa in secondo piano rispetto al mio giudizio che, ammetto, è assolutamente di parte. Perché io a Gonzalo Higuain ho voluto (e voglio) bene, dall’alto di quell’empatia che provi nei confronti di chi, dall’esterno, vedi molto più simile a te di quanto non avresti mai immaginato in un determinato momento della tua (e della sua) vita. Anche per questo ho avuto difficoltà a settarmi con i termini dell’ultima settimana: bilancio, ammortamento, plusvalenza, esubero, dicono tanto e, allo stesso tempo, non dicono nulla e non rendono giustizia all’uomo prima ancora che al calciatore.

Nel fu numero nove io avverto la difficoltà del portarsi dietro il fardello di una predestinazione che non si è tradotta sempre in ciò che si sarebbe voluto, potuto e dovuto fare, il caricarsi, spesso anche oltre gli effettivi demeriti, di colpe proprie e altrui (soprattutto con la maglia della Nazionale), il dover convivere quotidianamente con la ferocia della critica pretestuosa e superficiale dei media, il fronteggiare praticamente da solo le vergognose manifestazioni di odio da parte della ex tifoseria: il tutto mettendoci sempre la faccia, restando sempre a disposizione alle superiori logiche di squadra e di gruppo, senza aver mai la possibilità (o la volontà?) di spiegare e spiegarsi, di dire la sua, di gridare il proprio dissenso per qualcosa che magari davvero non gli andava giù, di far valere per una volta e legittimamente il peso di 55 gol in 105 partite (fate pure 111 nelle ultime 177 in campionato: nessun attaccante come lui in Serie A dal 2013/2014 ad oggi) con una maglia che pesa a sua volta  e che non sempre lo ha messo nelle condizioni di esprimersi al meglio, anzi.

Con buona pace dei discorsi da bar, delle battute (talvolta giustificate) sul peso forma, delle altrui rosicate che si trasformano in articoli in cui tutto ciò che si avverte è il disperato tentativo di distorsione della realtà (e cioè che Gonzalo Higuain è un campione: che non sempre sa di esserlo ma lo è, eccome se lo è) da parte di chi quella realtà proprio non vuole accettarla, del ripetere pappagallescamente i numeri nella fase ad eliminazione diretta di Champions League senza nemmeno verificare quanto e come quei numeri (cinque gol in 11 presenze) siano perfettamente in linea con quelli degli altri top ruolo che non si chiamino Messi e, guarda te il caso, Ronaldo.

Non è, però, mia intenzione avviare un debunking che si traduca in una ripetizione di quanto il campo abbia già proposto con oggettiva evidenza: semplicemente voglio ringraziare uno degli attaccanti più forti e decisivi che la Juventus abbia mai avuto, augurandogli tutte le fortune possibili per il prosieguo della sua carriera professionale. Perché è forte e perché se lo merita: e quelli forti e che se lo meritano sono trasversali e quindi estranei alle logiche malate del tifo, le stesse che adesso stanno giustificando la deminutio delle qualità di Caldara dopo un anno e mezzo passato a magnificarne ogni singolo gesto. Magari è giusto così, o magari no: di certo oggi, domani e per qualche tempo ancora mi sentirò un po’ più triste e un po’ più solo, senza per questo voler mancare di rispetto al nuovo che avanza. E senza mai smettere di chiedermi cosa sarebbe potuto essere se, quel giorno, dopo un 3-1 al Sassuolo in cui per 30 minuti etica ed estetica vennero a fondersi nel modo in cui tutti abbiamo sempre sperato almeno una volta nella vita, non fosse arrivato quel «qui non siamo al Real Madrid, qui le partite si vincono massimo 2-0», e tutto ciò che ne è conseguito. Per Higuain e per la Juventus.

Ma suppongo succeda sempre così quando se ne va qualcuno cui vuoi bene. E che è forte. Fortissimo. Meno di Cristiano Ronaldo, certo, ma chi non lo sarebbe. In fondo è per questo che li senti così umani e così vicini, in quei momenti di solitudine personale e condivisa, tipica dei centravanti e delle persone normali.

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