Heysel #persempre: quei momenti nel Bloc Z

di Emilio Targia |

Il giorno seguente, il 30 maggio del 1985, volli tornare allo stadio Heysel.

Forse perché ancora non avevo capito quel che era successo, non lo avevo realizzato.

Forse solo per istinto, per una urgenza del cuore, per gli insondabili motivi che spingono

tutti noi a gesti che sentiamo come irrinunciabili, urgenti, doverosi.

Entrare, con un mazzo di margherite in mano, non fu facile.

Ma alla fine, dopo aver alzato parecchio i toni della voce, gli agenti mi fecero entrare.

Un volta dentro, mi ritrovai in un silenzio irreale. Guardare il bloc Z faceva gelare il sangue.

***

Un attimo, serviva un bel respiro. Attraversai la pista di atletica e raggiunsi la curva. Di fronte, uno spettacolo difficile da dimenticare. Le gradinate erano un vero e proprio campo di battaglia. Il vento sibilava e sbatteva contro il nastro di plastica bianca e rossa che delimitava l’area della strage. Era l’unico rumore che spezzava quel silenzio terribile.

Mi avvicinai con discrezione. In terra una lunga sequenza di sciarpe, bandiere strappate, brandelli di vestiti, giornali. E poi panini ancora incartati nel cellophane, calzini, bottigliette, cappellini, cinture, felpe, occhiali, buste di plastica. E scarpe. Tante scarpe. Il sogno di tanti tifosi spogliato. Offeso. Violentato.

***

Salii sulle gradinate, lentamente, passando sotto la recinzione di plastica. I gendarmi lì intorno mi fissarono, senza fermarmi. Raggiunsi il punto in cui il muretto cedette. Gli oggetti a terra erano tantissimi. Fu una sensazione terribile, come camminare sopra un sudario, su una gigantesca sindone di cemento andato a male. Rallentai ancora il passo, per non disturbare quel luogo ancora così fresco di dolore. Le balaustre di ferro erano completamente piegate. Il peso della folla in fuga le aveva divelte come fossero state di burro. Tutto, era di burro, in quello stadio. Continuai a salire con circospezione, quasi in punta di piedi, senza calpestare nessuno degli oggetti in terra, che fotografavano in modo impressionante quel che era accaduto poche ore prima.

***

Quegli oggetti sembravano fissarmi. Sembravano urlare, dentro a quel silenzio assurdo. Macerie di guerre, eppure oggetti vivi. “Voglio solo abbracciarvi” pensavo tra me e me. Lasciare un mazzo di fiori, interrompere per un istante quello strazio senza senso. E senza amore. Senza perché. Solo un po’ di calore nel gelo di quella curva che nessun sole riuscirà più a scaldare. Posai il mio mazzo di margherite vicino al muretto crollato e restai lì, in ginocchio, di fronte a quell’abisso. Non so per quanto. Forse 5 minuti, forse di più. Chiusi gli occhi, pensai e ripensai alla sera precedente, forse sciolsi una preghiera. Poi scesi piano le gradinate, fissai ancora tutti quegli oggetti in terra, che ancora sembravano chiedere aiuto. Feci fatica ad andare via. Mi sentivo in colpa. Avrei voluto restare lì, a proteggere quel luogo, quegli oggetti, quelle sciarpe. Il vento che aumentava alle spalle mentre scendevo dal Settore Z disegnava una specie di sibilo, di respiro, quasi un lamento.

Mi vennero i brividi.

Alla fine mi girai, per accomiatarmi con un ultimo sguardo da quella curva maledetta.

E mi inchinai ad accarezzare l’ultimo gradino, come fosse una cosa viva.

In mezzo alle sciarpe e alle scarpe, sassi, vetri, bulloni.

L’arsenale operaio degli assassini.

I proiettili a buon mercato degli hooligans.

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