La Halma contro il Real

di Giulio Gori |

C’è un pezzo del tifo bianconero che non si dà pace e, quando si parla di Cardiff, evoca a spiegazione di quella partitaccia la maledizione delle finali. C’è un altro pezzo che, invece, se si discute della sfida di Wembley contro il Tottenham, perde la bussola, non capisce come il belgiuoco pochettiniano possa aver chinato il capo ai bianconeri, se non a causa del Sacro Culo. Superstizione contro superstizione.

In realtà, la fortuna o la jella c’entrano poco e nulla. C’entra invece una cosa molto più tangibile, che ha molto a che fare con quell’espressione che mister Allegri ripete spesso e volentieri: «Bisogna capire i momenti della partita». Due anni fa, di questi tempi, quell’isterico di Pep Guardiola uscì dallo Stadium di Torino con le orbite ribaltate: il Bayern aveva dominato in largo e in lungo la partita, avrebbe strameritato di vincere, ma l’allenatore dei tedeschi mise in scena una spregevole pantomima raccontando che quel 2-2 era frutto di due miseri tiri in porta da parte dei bianconeri, malgrado i nostri avessero collezionato cinque, sei clamorose palle gol. La realtà è che la Juventus si comportò da grande squadra contro una squadra più forte di lei. Lottò come una forsennata per resistere all’assalto, incassò due gol anziché quindici proprio grazie alla sua tenacia, alla sua disciplina, al suo ordine, e quando i bavaresi abbassarono inevitabilmente l’intensità andò in cerca delle loro numerose contraddizioni, a partire dal vizietto di allungare la difesa (peraltro infarcita di centrocampisti) per poi fare la trappola del fuorigioco ad minchiam.

In altre parole significa stare sul pezzo. Significa avere carattere. Ma il carattere non coincide con gli attributi, che in campo senz’altro servono, ma non da soli: carattere è lucidità, è equilibrio, è disciplina, perché se vai fuori giri gli avversari ti puniscono, se esageri fai falli inutili e prendi cartellini altrettanto evitabili. Carattere significa avere l’umiltà di difendere, quando serve, di rallentare il gioco e far scomparire il pallone, quando è necessario. Carattere non è andare a mille all’ora, carattere è «la halma» quando sei sotto col punteggio, perché sparacchiare palloni in avanti a casaccio è solo un buon modo per restituirlo agli avversari. Conoscere questi fondamentali, averne praticata l’esperienza, ti aiuta a superare anche squadre tecnicamente più attrezzate. Col Bayern sfiorammo il miracolo, col Barcellona lo scorso anno lo realizzammo. E col Tottenham, che non sarà un Barça, ma che comunque ha una fluidità superiore alla nostra, a Wembley abbiamo offerto una magistrale lezione di come si stia in campo.

Appassionati del belgiuoco, avete ragione quando dite che giocare bene aiuta a vincere. Ma sbagliate se pensate che il belgiuoco sia tutto. È Cardiff a insegnarcelo. Perché se c’è una squadra che vive di belgiuoco, ma quando serve sa farsi interprete di un magistrale pragmatismo, è guarda caso la squadra più titolata al mondo in campo internazionale: il Real Madrid. Il prossimo avversario della Juventus in Champions League è la più forte squadra al mondo non perché sia tecnicamente la più dotata (o se lo è, lo è al pari del Barcellona), non perché sia tatticamente la meglio costruita (e senz’altro non lo è), ma perché sa stare in campo, sta sul pezzo ogni minuto, sa soffrire, sa incassare, sa resistere.

Guardate Cardiff: la Juventus gioca un magnifico primo tempo (si diano pace i negazionisti del risultatismo, è andata così), mette alle corde il centrocampo dei Blancos, crea numerose potenziali situazioni pericolose, crea tre nitide palle gol e ne mette dentro una (soltanto). Il Real soffre, regge e segna un gol nella sua unica occasione. Pari e patta. Loro, nel primo tempo, si sono comportati da Real. Non è Culo, è tutto normale. È la Juve invece,  che nel secondo non si è comportata da Juve. Perché se c’è un altro Real in Europa, siamo noi. Siamo noi i maestri della tigna, del venderemo cara la pelle, del non morire mai. E invece, nella ripresa i Blancos dominano, segnano con merito (per come stavano giocando) e con fortuna (per l’azione). E i bianconeri anziché farsene un baffo, anziché restare nella partita e aspettare che la bufera passi, dopo appena un paio di giri di lancette mollano di schianto come se ormai il destino cinico e baro avesse scritto l’ultima parola sulla finale. E prendono un gol ebete, dopo una serie di colossali errori uno di seguito all’altro, uno più ebete dell’altro. Come gomme sgonfie. Per noi, per la nostra tradizione, è qualcosa di intollerabile.

Ora di nuovo il Real. Come spesso succede loro sono i favoriti. A Cardiff erano i favoriti e hanno vinto. Ma lo erano anche nel 1996, nel 2003, nel 2004, nel 2008, nel 2015, quando cedettero ai bianconeri. La Juve, forse, era favorita giusto nel 1998. E perse. Tradotto, negli ultimi 22 anni, nelle sfide tra le due squadre più tignose d’Europa, i favoriti per sei volte su otto hanno avuto la peggio (contando anche il 2013). I peggiori hanno vinto sei volte su otto. Esser peggio, giocare esteticamente peggio, difendersi con ordine, sputare sangue e sudore, far melina, far girar palla a vuoto, saper aspettare, conta molto molto molto di più di una sovrapposizione, di un tiro al giro e anche della fortuna.

Sia il belgiuoco e sia il Sacro Culo contano. Ma La Halma vale molto di più.