Tigri, volpi, immortali: guida ai quarti di Champions League

di Alex Campanelli |

sorteggio ottavi di finale

A distanza di tre mesi dall’ultima e decisamente fortunata estrazione, l’urna di Nyon torna a decidere il futuro della Juventus. Non ci sono più prime e seconde classificate a orientare i sorteggi e le grandissime d’Europa, fatta eccezione per l’acerbo City di Guardiola, hanno tutte risposto presente, chi con prove di solidità impressionanti, chi con rimonte più o meno storiche, con il solo Leicester a interpretare il ruolo della Cenerentola (o underdog per i più anglofili) di turno. Fatte le dovute premesse, andiamo a conoscere le possibili avversarie della Juve nei quarti di finale di Champions League.

Real Madrid

Più forte della cazzimma napoletana, della bolgia del San Paolo e del #giocodiSarri, il Real Madrid che approda ai quarti di Champions è una squadra pienamente consapevole della sua forza, delle sue caratteristiche peculiari ma soprattutto dei suoi limiti, come per primo ha giustamente osservato il collega Claudio Pellecchia. La compagine guidata da Zidane, il quale ha assimilato in egual misura la pragmaticità di Lippi e l’adattabilità al calcio europeo (leggasi anche un discreto Lato B) di Ancelotti, è una squadra che non viaggia a ritmi forsennati, non possiede una compattezza tra i reparti paragonabile alle migliori d’Europa, ha un portiere che non conferisce estrema sicurezza alla difesa e si concede di tanto in tanto pause che possono risultare letali. Preso atto dei difetti, ZZ ha costruito una macchina quasi imbattibile proprio perché capace di mascherarli quasi totalmente, bravissima ad adattarsi allo schieramento avversario colpendone i lati deboli grazie all’immensa classe e all’esplosività dei suoi interpreti, anche di quelli lontani dalla forma migliore come Ronaldo e Bale, dai quali il tecnico ha preteso “solamente” quegli strappi sufficienti a indirizzare le partite, arma principe delle merengues che non a caso hanno vinto di misura molte più gare rispetto al passato. Per il resto, il Real ha giovato del recupero della diga Casemiro e ha (ri)scoperto un Carvajal mai così in palla, con Morata variabile impazzita (quasi un gol ogni 90′ per l’ex Juve) da giocarsi dall’inizio o a partita in corso al posto di un intermittente Benzema. Impossibile non citare l’incubo partenopeo Sergio Ramos, per i media italiani diventato una sorta di fusione tra Van Basten e Nordhal quando bazzica l’area di rigore avversaria, un giocatore che a 31 anni da compiere attraversa il miglior momento della sua carriera per autostima, leadership e vena realizzativa. Proprio Ramos è l’esatta trasposizione in campo dell’intero Real: i suoi (tanti) pregi mascherano alla grande i suoi (pochi ma significativi) difetti. Sfruttare le falle dell’impianto madrileno senza a propria volta mostrare il fianco è l’imperativo per chi vuole eliminare i campioni d’Europa.

Il cammino fin qui:

Real – Sporting 2-1 (Ronaldo, Morata)
BVB – Real 2-2 (Ronaldo, Varane)
Real – Legia 5-1 (Bale, autorete, Asensio, Vazquez, Morata)
Legia – Real 3-3 (Bale, Benzema, Kovacic)
Sporting – Real 1-2 (Varane, Benzema)
Real – BVB 2-2 (Benzema x2)
Real – Napoli 3-1 (Benzema, Kroos, Casemiro)
Napoli – Real 1-3 (Ramos, autorete, Morata)

Gol fatti: 22
Gol subiti: 12
Capocannoniere: Benzema (5)

 

Bayern Monaco

Nell’analisi di dicembre, precedente gli ottavi di finale, si parlava di un Bayern non troppo convincente: la sconfitta di Rostov, il secondo posto in Bundesliga dietro al Lipsia, un gioco che stentava a decollare, il tutto corredato da un disclaimer premonitore che recitava più o meno “occhio però, a febbraio potrebbe esser cambiato tutto“. Per ulteriori spiegazioni, citofonare Arsene Wenger. Il Bayern Monaco che ha passeggiato sulla carcassa dell’ultimo Arsenal di Arsene è una squadra che ha trovato la sua perfetta dimensione, non troppo diversa dalla precedente (come rimarcato da Xabi Alonso) ma con una consapevolezza dei propri mezzi sempre maggiore, anche grazie al recupero di giocatori chiave che per vari motivi non erano riusciti fino in fondo a essere protagonisti nelle stagioni con Pep in panchina. Di fianco al nuovo leader difensivo Hummels giostra il miglior Javi Martinez mai visto in Baviera, promosso titolare per i continui problemi fisici di Boateng, Alaba sta tornando sui livelli di un tempo riprendendosi dai continui cambi di ruolo, a centrocampo Thiago Alcantara sta ironicamente legittimando la fiducia di Guardiola, lasciati alle spalle i tanti infortuni, proprio ora che il tecnico siede su un’altra panchina. Anche lo spartito offensivo, non sempre esaltante nella prima parte di stagione, rasenta la perfezione grazie al recupero a pieno regime di interpreti chiave quali Robben e Ribery, con Douglas Costa riserva di superlusso e Coman meno coinvolto rispetto allo scorso anno, mentre un Muller nell’inedita versione di assistman e uomo squadra si è trasformato nella spalla ideale per il sempre più mortifero Lewandowski, già a 31 gol stagionali. Tornati prepotentemente in vetta alla Bundesliga a suon di goleade e con appena 13 gol subiti, al momento i bavaresi sembrano la squadra europea, per stato di forma e rendimento, più vicina alla perfezione. A voler cercare il pelo nell’uovo, si potrebbe parlare di un Neuer che appare meno superumano (forse perché meno sollecitato) rispetto al passato, o di una squadra che tende a concedere qualche occasione di troppo nella prima mezz’ora di gioco. Al netto di quelli che è comunque difficile chiamare difetti, resta probabilmente la squadra più ostica del lotto.

Il cammino fin qui:

Bayern – Rostov 5-0 (Lewandowski, Muller, Kimmich x2, Bernat)
Atletico – Bayern 1-0
Bayern – Psv 4-1 (Muller, Kimmich, Lewandowski, Robben)
Psv – Bayern 1-2 (Lewandowski x2)
Rostov – Bayern 3-2 (Douglas Costa, Bernat)
Bayern – Atletico 1-0 (Lewandowski)
Bayern – Arsenal 5-1 (Robben, Lewandowski, Thiago x2, Muller)
Arsenal – Bayern 1-5 (Lewandowski, Robben, Douglas Costa, Vidal x2)

Gol fatti: 24
Gol subiti: 8
Capocannoniere: Lewandowski (7)

 

Barcellona

Nel calcio, come in molti sport, a restare maggiormente impresse negli occhi e nella mente degli osservatori sono le ultime uscite, i precedenti più prossimi. Seguendo questo ragionamento, le sette squadre ancora in corsa per un posto in paradiso potrebbero tranquillamente smettere di giocare e consegnare d’ufficio la coppa nelle mani del Barcellona, tanto è stata epica la rimonta dei blaugrana sul malcapitato (e assolutamente colpevole, mai dimenticarlo) Psg. Il 4-0 dell’andata, l’annuncio delle dimissioni a fine stagione da parte di Luis Enrique, una difesa tutt’altro che ermetica, il declino di alcuni uomini chiave: il Barça si è dimostrato più forte di tutto, ha giocato consapevole della propria forza e anche dopo il gol di Cavani, che avrebbe spento le velleità di qualsiasi altra squadra, ha resettato ed è ripartito fino all’impronosticabile 6-1 finale. Solo una squadra al mondo, in questa precisa epoca storica, è capace di un’impresa simile. Con Messi che, come Ronaldo, sta limitando il suo raggio d’azione anno dopo anno trasformandosi in cannoniere silente, a salire in cattedra sono Suarez e Neymar, che dopo un periodo di luci e ombre è risorto nella leggendaria notte degli ottavi e ha trascinato le altre dieci maglie blaugrana verso la qualificazione. Se a centrocampo Luis Enrique non è ancora riuscito a surrogare (e come potrebbe?) l’invecchiamento di Iniesta con i nuovi innesti (meglio di tutti il canterano Rafinha), Sergi Roberto sta riuscendo a non far rimpiangere Dani Alves, pur con caratteristiche molto diverse, mentre dietro Umtiti, fatta eccezione per la sbandata di Parigi, raramente ha tradito. Certo, limitare l’analisi al solo rendimento nella gara di ritorno sarebbe decisamente riduttivo, e i limiti del Barça emersi al Parc Des Princes sono ancora tutti lì: la squadra corre mediamente meno degli avversari, va in difficoltà quando attaccata con vigore e quando i ritmi in mezzo al campo si alzano (Verratti-Rabiot-Matuidi, rampanti all’andata e agnellini al ritorno, sono un fulgido esempio di mediana che può mettere in crisi il Barça) gli uomini di Luisito faticano se non riescono a mantenere il possesso del pallone. Tutto giusto, ma tutto sparito per una notte: “90 minutos y el camp nou son un siglo“, sarà bene ricordarlo se l’urna di Nyon ci porterà in Catalogna.

Il cammino fin qui:

Barcellona – Celtic 7-0 (Messi x3, Neymar, Iniesta, Suarez x2)
‘Gladbach – Barcellona 1-2 (Arda Turan, Piqué)
Barcellona – City 4-0 (Messi x3, Neymar)
City – Barcellona 3-1 (Messi)
Celtic – Barcellona 0-2 (Messi x2)
Barcellona – ‘Gladbach 4-0 (Messi, Arda Turan x3)
Psg – Barcellona 4-0
Barcellona – Psg 6-1 (Suarez, autorete, Messi, Neymar x2, Sergi Roberto)

Gol fatti: 26
Gol subiti: 8
Capocannoniere: Messi (11)

 

Borussia Dortmund

Se le ultime edizioni della Champions League fossero un sistema informatico, il Borussia Dortmund sarebbe senza dubbio il bug principale, ancora più imponderabile e fastidioso ora che alla guida c’è Thomas Tuchel. Una squadra impossibile da incasellare in un sistema ben definito: partito col 4-1-4-1, Tuchel sembra esser passato al 3-4-2-1, ma sono numeri che lasciano il tempo che trovano e che dipendono moltissimo dagli interpreti in campo e dalle loro tendenze ad allargarsi o a cercare la profondità. In questo senso, la partenza più pesante in casa Dortmund è stata senza dubbio quella di Mkhitaryan, uomo per tutte le stagioni su entrambe le fasce, oltre ovviamente a Hummels che i vari BartraPapasthatopoulos Ginter non possono non far rimpiangere. Compagine a trazione anteriore fondata sui giovani talenti a disposizione di Tuchel, difficile da affrontare in una competizione a eliminazione diretta perché capace di prestazioni sontuose (le vittorie con Bayern e Lipsia in Bundesliga e i due pareggi col Real) così come di battute d’arresto inattese (la sconfitta col Darmstadt ma anche i tanti pareggi con squadre meno attrezzate). Il doppio confronto col Benfica rientra nell’illogica logica del BVB 2016/17: sconfitta di misura al Da Luz dopo aver sciupato l’impossibile sotto porta, goleada al Signal Iduna contro la peggior versione delle Aquile nell’ultimo decennio. L’uomo copertina dei gialloneri è il solito Aubameyang, che viaggia alla media di un gol ogni 95′ in tutte le competizioni, ma l’indubbia rivelazione è invece il ragazzo dinoccolato preso per due spiccioli (15 milioni ora sembrano tali) dal Rennes: Ousmane Dembelé. Classe 1997, tanto torrenziale quando parte in velocità quanto illuminato quando disegna passaggi filtranti o calcia sulle palle inattive, sembra davvero destinato a dominare il decennio successivo al duopolio Messi-Ronaldo. Tolto il francese, gli altri colpi di mercato del Borussia non hanno ancora reso secondo le aspettative, da Gotze a Schurrle passando per gli incollocabili Guerreiro, Emre Mor e Merino, mentre c’è attesa per il neanche 18enne Isak, arrivato a gennaio dall’AIK. Già citati i problemi riguardanti l’eredità di Hummels, anche sulle fasce il BVB sta faticando e la scoperta del ’98 Passlack non può da sola sopperire ai deludenti Durm, Schmelzer e Piszczek visti finora. Una squadra che, citando Luca Momblano “tutto e nulla può“, un’avversaria con punti forti e deboli molto marcati, due o tre gradini sotto alle migliori.

Il cammino fin qui:

Legia – Dortmund 0-6 (Gotze, Papasthatopoulos, Bartra, Guerreiro, Castro, Aubameyang)
Dortmund – Real 2-2 (Aubameyang, Schurrle)
Sporting – Dortmund 1-2 (Aubameyang, Weigl)
Dortmund – Sporting 1-0 (Adrian Ramos)
Dortmund – Legia 8-4 (Kagawa x3, Sahin, Dembelé, Reus, Passlack, autorete)
Real – Dortmund 2-2 (Aubameyang, Reus)
Benfica – Dortmund 1-0
Dortmund – Benfica 4-0 (Aubameyang x3, Pulisic)

Gol fatti: 25
Gol subiti: 10
Capocannoniere: Aubameyang (7)

 

Leicester City

Alzi la mano il tifoso che, dopo l’1-0 di Dybala al Porto in 10 che di fatto chiudeva il discorso qualificazione, non ha dato qualche occhiata al risultato della partita del King Power Stadium. Da squadra simpatia capace di un’impresa epica  sogno proibito delle altre sette che si giocheranno un posto in semifinale, il passo è più breve di quanto si possa pensare. Non esiste compagine più bifronte del Leicester, parlando dei risultati, in questa stagione: a un passo dalla zona retrocessione in campionato e a tre-quattro da un sogno europeo dalla portata superiore, visto il momento storico che stiamo attraversando, all’irripetibile doppietta del Forest di Brian Clough. L’addio di Ranieri, sostituito dal poetico ex vice Craig Shakespeare, non ha sostanzialmente cambiato nulla se non la testa dei giocatori, e le Foxes viste nel doppio confronto col Siviglia sono praticamente identiche a quelle che abbiamo imparato tutti a conoscere lo scorso anno, col solo Wilfried Ndidi a far le veci del demoniaco Kanté, l’alter ego a lui più simile seppur di gran lunga inferiore, visti i fallimenti di King, Mendy e Amartey in quella posizione. Per il resto l’11 titolare a conti fatti è cambiato ben poco, visto il flop pressoché totale della campagna acquisti, da Musa al mai impiegato Kapustka e con la parziale eccezione di Slimani. Le armi sono sempre una fase difensiva ordinata ancorché basata su interpreti di temperamento e mestiere più che di tecnica e posizione, Morgan e Huth su tutti, seguita dalle rapide ripartenze orchestrate da Drinkwater e Mahrez, quest’ultimo decisamente meno ispirato e prolifico rispetto all’ultima eccezionale stagione, così come quel Vardy che sta probabilmente maledicendo il giorno in cui ha rifiutato il trasferimento all’Arsenal. L’unico giocatore a ripetersi su standard elevati, sia pure con qualche caduta, è stato Kasper Schmeichel, assolutamente decisivo in entrambe le sfide col Siviglia grazie alle prodezze dagli 11 metri su Nasri e N’Zonzi. Prima di parlare di “miracolo che si ripete anche in Europa” però, va detto che il Leicester ha vinto il girone più semplice della Champions assieme a quello del Napoli e anche agli ottavi di finale l’urna di Nyon è stata clemente con il club inglese, ancora digiuno di veri e propri big match internazionali. L’unico pericolo, oltre all’ovvia e pericolosa tendenza a sottovalutare l’avversario, è che incrociando una squadra nettamente inferiore come il Leicester la Juventus possa ancora non trovare quella sicurezza nei propri mezzi che si acquisisce vincendo contro le grandi d’Europa. Nonostante questi piccoli difetti, noi un cero per un’altra macchinata ignorante lo accendiamo volentieri…

Il cammino fin qui:

Bruges – Leicester 0-3 (Albrighton, Mahrez x2)
Leicester – Porto 1-0 (Slimani)
Leicester – Copenaghen 1-0 (Mahrez)
Copenaghen – Leicester 0-0
Leicester – Bruges 2-1 (Okazaki, Mahrez)
Porto – Leicester 5-0
Siviglia – Leicester 2-1 (Vardy)
Leicester – Siviglia 2-0 (Morgan, Albrighton)

Gol fatti: 10
Gol subiti: 8
Capocannoniere: Mahrez (4)

 

Atletico Madrid

Difficile essere considerati un’outsider quando giochi due finali di Champions League in tre stagioni, sfili una Liga alle squadre più vincenti di quest’epoca e porti a casa ogni anno gli scalpi delle più illustri superpotenze internazionali. Eppure anche quest’anno i colchoneros di Simeone partono dietro almeno a Real, Bayern e Barcellona, nonostante siano difficilmente battibili nella doppia sfida, avendo nelle ultime tre Champions perso al Calderòn soltanto una gara europea (col Benfica) ed essendo stati eliminati solo dagli odiati concittadini in maglia blanca. Meno affamati del solito nell’ambito domestico, in coppa gli uomini di Simeone hanno un conto aperto con la dea bendata e affrontano ogni gara come se fosse una finale, come se in qualsiasi momento dovesse spuntare un Sergio Ramos a rovinare tutto. Da questa logica esce parzialmente la gara di Leverkusen, dove i biancorossi hanno derogato allo spartito ordinario dando vita a un pirotecnico 4-2, comunque bugiardo visto il netto predominio madrileno su un Bayer poco solido. Il mercato ha regalato al Cholo Gaitan, Gameiro e l’ex neroverde Vrsaljko, con gli ultimi due che tra alti e bassi si stanno adattando alla filosofia di Simeone e rappresentano preziose alternative in una rosa non lunghissima. Per il resto, gli uomini chiave sono ancora Godin, a 31 anni ancora nel pieno delle forze e spesso in grado di tamponare le falle lasciate dai suoi imperfetti compagni di reparto, le giovani e sempre più consapevoli bandiere Koke e Saùl, inseribili in qualsiasi ruolo della mediana, e soprattutto Antoine Griezmann. Nonostante le ferite della scorsa stagione, coi due rigori sbagliati nelle due serate sin lì più importanti della sua carriera, le petit diable partita dopo partita è sempre più conscio della sua forza e del suo impatto sulle partite e da attaccante sta provando a trasformarsi in giocatore totale, prendendo spunto dai due alieni che giocano nel suo stesso campionato. Doveroso citare anche Ferreira-Carrasco, che però non ha saputo dar completamente seguito a un inizio di stagione su altissimi livelli, e un Oblak inseribile senza sforzi tra i migliori portieri d’Europa, decisamente superiore a molti colleghi che militano in squadre più titolate. Nel caso in cui la pallina di Nyon dovesse dire Atletico, prepariamoci psicologicamente a due partite sporche, ruvide, con spazi intasati e margini d’errore ridotti al minimo, com’è normale che sia in un confronto tra le due migliori difese della Champions. Più che i singoli, a far paura è la recente storia europea dell’Atletico, un cliente bruttissimo che anche le favorite metteranno in cima alla lista degli ospiti indesiderati.

Il cammino fin qui:

Psv – Atletico 0-1 (Saùl)
Atletico – Bayern 1-0 (Carrasco)
Rostov – Atletico 0-1 (Carrasco)
Atletico – Rostov 2-1 (Griezmann x2)
Atletico – Psv 2-0 (Gameiro, Griezmann)
Bayern – Atletico 1-0
Leverkusen – Atletico 2-4 (Saul, Griezmann, Gameiro, Torres)
Atletico – Leverkusen 0-0

Gol fatti: 11
Gol subiti: 4
Capocannoniere: Griezmann (4)

 

Monaco

Lo Stade Louis II evoca ancora dolci ricordi, ma ben poco è rimasto immutato nel Principato da quella serata di fine aprile che portò la Juve in semifinale: il tecnico è ancora l’ottimo Jardim, ma dell’11 titolare sono rimasti soltanto Fabinho, ora ghiottissimo uomo mercato, il buon Raggi e Bernardo Silva, che in questa stagione sta alternando gare “normali” nelle quali dispensa assist e gol a veri e propri sprazzi di onnipotenza calcistica propri di ben poche ali contemporanee. Per il resto i monegaschi hanno sostituito anno dopo anno le stelle Martial, Kondogbia e Carrasco, con altre ancor più giovani e luminose che fanno gola tanto agli appassionati di Football Manager quanto ai ds dell’Europa tutta. Parliamo dell’appena diciottenne Mbappé, la cosa più vicina a Thierry Henry che si sia mai vista, dell’ala mancina Lemar, macchina da cross abile anche nella conclusione da fuori area, e del torreggiante Bakayoko, che con una spallata delle sue ha tolto il posto da titolare a Joao Moutinho, essendo più fisico e forte in progressione del portoghese. A guidare la giovane e spregiudicata truppa monegasca c’è El Tigre, Radamel Falcao, non molti anni fa era unanimemente considerato il centravanti più devastante del globo, lui che pareva essersi perso definitivamente tra infortuni in serie e scelte sbagliate, umiliato da Van Gaal e Mourinho. Il ritorno a Monaco, visto dai più come una soluzione di ripiego, ha ridato linfa al colombiano, che ha bisogno di sentirsi leader e trascinatore per essere decisivo; i gol, già 24 in tutte le competizioni con la media di una rete ogni 87 minuti, sono stati la naturale conseguenza, la perla incredibile rifilata al City nella gara d’andata il biglietto da visita all’Europa, con su scritto che la Tigre è tornata a ruggire. Tutti questi talenti, innestati nell’ottimo impianto di Jardim, hanno prodotto una squadra col miglior attacco d’europa (84 gol fatti in Ligue 1) che guarda dall’alto gli sceicchi del Psg, ma il reparto arretrato, con i non certo impenetrabili Glik e Jemerson (o Raggi) al centro e gli offensivi Mendy e Sidibé sui lati, non sembra all’altezza delle altre squadre del lotto, com’è emerso nella doppia sfida col City di Guardiola, eliminato in una rocambolesca altalena di gol, errori e occasioni a raffica. Definire il Monaco un avversario semplice è assolutamente errato, molto più di due anni fa, ma per solidità difensiva ed esperienza europea i biancorossi vanno forzatamente messi dietro alle spagnole e al Bayern.

Il cammino fin qui:

Tottenham – Monaco 1-2 (Silva, Lemar)
Monaco – Leverkusen 1-1 (Glik)
Cska – Monaco 1-1 (Silva)
Monaco – Cska 3-0 (Germain, Falcao x2)
Monaco – Tottenham 2-1 (Sidibé, Lemar)
Leverkusen – Monaco 3-0
City – Monaco 5-3 (Falcao x2, Mbappé)
Monaco – City 3-1 (Mbappé, Fabinho, Bakayoko)

Gol fatti: 15
Gol subiti: 13
Capocannoniere: Falcao (4)