Guida e Orsato: lo juventino è cambiato?

di Giuseppe Gariffo |

 

Alcuni mesi fa leggevo con interesse, proprio su questo sito, un bel pezzo di Giancarlo Liviano che, in una “simbolica guida al tifo italiano”, descriveva le caratteristiche identitarie delle tifoserie del nostro paese. Ne cito alcuni estratti. Parlando dei tifosi giallorossi, l’autore scriveva “il tifoso romanista si sente perseguitato dagli arbitri, veri artefici del palmares piangente, e dalle ingiustizie, su cui però troneggia nel nome di una purezza illibata e della presunta lontananza dal sistema“; terminando la carrellata, degli juventivi veniva scritto: “Lo juventino è forse l’unico tifoso che sotto sotto sa sempre che non ha senso sottomettere il calcio al gioco binario dei valori pesanti della vita (moralità Vs immoralità, onestà Vs disonestà) e cercare in esso la rettitudine o i risarcimenti che l’esistenza sociale spesso nega (…) Lo juventino sa sempre che, in un modo o nell’altro, episodi a parte, il calcio è uno sport dalle variabili infinite in cui vince la squadra migliore“. Ricordo che spammai questo pezzo, consigliandone la lettura ad amici, parenti e followers, perchè lo ritenni, al di là delle necessarie generalizzazioni semplicistiche, una lucidissima sintesi dei modi di guardare il calcio (e, per estensione, la realtà).

La stagione in corso mi ha fatto perdere queste certezze, almeno per quanto riguarda gli juventini. Già poche settimane fa sottolineavo come nell’approccio alla Champions smarriamo facilmente la nostra identità (perdiamo tempo a discutere le designazioni arbitrali, passiamo alla lente di ingrandimento gli episodi sfavorevoli tralasciando quelli che ci hanno sorriso, etc) tendendo piuttosto a somigliare a quelli che da anni sconfiggiamo e costringiamo a rosicare in Italia. Ma ieri mi è stato chiaro le cose si sono rapidamente trasformate anche entro i confini del Belpaese. Perfino in un campionato che non ha mai avuto storia, nemmeno quando in era pre-442 cannavamo qualche partita, il complottismo si è fatto strada nelle chiacchierate tra gobbi.

L’ultimo turno è stato il paradigma di questa inversione di tendenza. Gli errori di Guida a Bergamo e quelli di Orsato nel derby di Roma – che ci costringeranno al massimo ad attendere 8 giorni in più per festeggiare il sesto Tricolore in a row (i superstiziosi facciano pure gli scongiuri) – hanno aperto le gabbie del pensiero di molti juventini che, evidentemente, si erano fin qui autoimposti un atteggiamento sabaudo che non gli apparteneva. E hanno esacerbato gli animi di quelli che, invece, avevano sempre mal sopportato l’approccio di Madama alle questioni arbitrali ed extra-campo.

Attenzione, non ci stiamo riferendo alla (giustissima) sottolineatura di chi da anni vede trattati mediaticamente in modo diverso gli errori arbitrali, a seconda che essi avvantaggino o sfavoriscano la Juventus, ma a concetti che raramente avevano presenziato nelle nostre discussioni bianconere: sistema, malafede, sudditanza, aiutino… tutta quella accozzaglia di termini che avevamo catalogato alla voce “alibi dei perdenti“. A chi sottolineava, anche con prime pagine sui giornali, la lezione di stile di Allegri nelle dichiarazioni post-gara di Bergamo, si sono contrapposte le critiche di chi sostiene che “con i delinquenti ci si comporta da delinquenti, non da Signori”; allo scenario, non proprio catastrofico, di ritrovarsi a +6 con quattro gare da giocare, in caso di vittoria della Roma nel derby, si sono sostituite le visioni apolittiche del “faranno, scientemente, vincere la Roma nel derby e piloteranno lo scontro diretto del 14 Maggio: ce lo fanno perdere”. E immaginate le vette di queste chiacchiere al momento della simulazione di Strootman…

Stiamo diventando come gli altri? Forse no, credo piuttosto che l’inganno di Calciopoli, pilotato dai media e ancora oggi cavalcato da alcune frange pseudogiornalistiche, ci abbia resi diffidenti, sospettosi, a tratti attenti al deretano più che al campo. Ci farebbe comodo ricordarsi che sono passati undici anni e che  nel frattempo abbiamo scavato un solco enormemente più profondo di quello che c’era prima, . E per scavarlo sono servite dedizione al lavoro, intelligenza, innovazione, scelte coraggiose. Mai recriminazioni, lamenti, sguardi in casa altrui, dita puntate, manette. Cambiare strada ci farebbe perdere tempo ed energie preziose, senza alcuna garanzia di risultati migliori. Anzi…

Forse bisognerebbe fare un passo indietro e guardare con occhio più libero la realtà. Nonostante la simulazione di Strootman e il rigore negato alla Lazio, ieri è finita 3-1 per la Lazio. Un caso? No, perchè nonostante un curriculum rigoris da applausi i giallorossi rischiano di arrivare ancora terzi, e solo una volta nella storia chi è arrivato terzo ha festeggiato. Continuare a pensare al campo, a difendere l’idea che il campo dice sempre la verità, è il modo migliore per non diventare come gli altri e per costringerli ancora a vederci festeggiare. Lasciandogli pure, con piacere, i cartoni, le chiacchiere e gli scudetti morali.