Grazie Pepe, sei stato il senso e la follia

di Simone Navarra |

Simone Pepe è andato. Era il primo anno di Beppe Marotta, di Del Neri allenatore e di Andrea Agnelli come presidente. Il numero 7 arrivò e cominciò a fare il suo. Sudando e mettendo chilometri lungo quella fascia. Spiegando quasi ad una squadra che pareva bloccata, imbolsita da Felipe Melo e Amauri, che si poteva trattare il pallone, che una corsa con quella sfera alla distanza giusta non era proibita. Simone Pepe è stato il gioco che si allarga. La dinamicità eletta a potenza.

Con l’avvento di Antonio Conte non si deve spiegare o ricordare a cosa servì Pepe. Diede il senso e la follia, per cominciare. Perché va tenuto sempre a memoria il goal contro il Napoli in quel 3-3 fuori casa che fece capire a tutti che la Juve era tornata e avrebbe sputato sangue su ogni pallone. Di quei giorni mitici e ormai perduti tutti tengono presente quel giocatore che reduce da vittorie e mondiali andò a vomitare in un campus americano per dimostrare l’impegno. A Pepe quella prova non servì, siamo certi. Lui non ha avuto mai problemi ad applicare la linea del mister, a rendere chiaro un 4-3-3 che doveva diventare 3-5-2 o 3-3-4. Simone Pepe ha avuto però un infortunio che ne ha pregiudicato il cammino, maledetta schifosa miseria.

Ancora adesso non si riesce a scrivere in modo semplice il motivo di quella cicatrice muscolare che non trovava soluzione. Ancora oggi per Pepe quello vissuto è l’incubo che non ti aspetti e non auguri a nessuno. Per questo l’amore della curva, così dei tifosi da divano come il sottoscritto, per il Simone infortunato e lavoratore, è cresciuto. Noi ti vogliamo bene, caro Simone. Abbiamo compreso le ragioni dei dirigenti che ti prolungarono il contratto quando non sapevi che fine potevi fare. Abbiamo apprezzato quelle parole, quei gesti. La Juventus è questo, lo diciamo spesso tra noi. Tra quelli in cui credono nello sport. Tu Simone sei stato sfortunato. Come un Dorando Petri che non vinse mai l’olimpiade ma rimase nei cuori. Come quel lanciatore di giavellotto che ad un passo dai mondiali perse tutto.

E’ la storia di chi si allena e cerca di raggiungere un risultato. Si perde e si vince, maledetta miseria. Resta in molti la convinzione che se negli ultimi due anni Simone Pepe fosse stato in campo certe cose potevano andare meglio o diverso di così. Perché serve applicazione di schemi, ma anche follia. Serve sapienza, ma anche goliardia. Bisogna allenarsi ma anche far tardi con il pallone tra i piedi dentro ad un parcheggio. Perché bisogna essere squadra nei momenti in cui conta. Questo sentimento non s’è visto a Berlino? Troppe valige pronte? Uno come Simone Pepe non solo la può raccontare ed in parte già lo ha fatto. Ma ad un certo punto di quella partita sarebbe dovuto entrare. Insieme con Pereyra e Sturaro, magari. Perché servivano la follia ed i muscoli. Non è stato. Pepe giocherà e vincerà, in qualche modo, altrove. Dispiace. Perché avrebbe potuto laurearsi campione d’Europa. Per un Simone nato a Roma è bellissimo. Credete.