“Grazie, Magath”

di Simone Navarra |

Un professore d’inglese e una di matematica, con uno striscione fatto di fogli A4 e quella frase che per anni è stata scritta su molti muri a Roma, la mia città: “Grazie Magath”. Persi la pazienza e non accennai il sorriso, l’ammiccamento, madri a quel paese. La pagai cara. Complici i brutti voti, le assenze, i vuoti di me ragazzino. Venni bocciato. Era la seconda media e piansi tutte le lacrime che avevo in corpo. Arrivai a scoprire la dolcezza del vino allora, in quell’anno lì, tra quella primavera-estate di merda, dove vidi pure la donna che amavo abbracciata ad un altro. E non ha ancora cambiato idea, maledetta pure a lei.

Non posso dimenticare quella sofferenza. Non posso seppellire l’ascia di guerra contro quella gente, quei professori, quel potere che mi tolse la spiaggia e l’amore per darmi l’etichetta di “respinto” ancora dopo oltre 30 anni, davanti ad una madre che c’era allora, ad un compagno di classe, un docente che mi voleva bene e per molto tempo mi chiese scusa. Porca miseria, vorrei gridare. Mi sono laureato e faccio parte di un ordine professionale, ho due master e un mucchio di attestati eppure quello striscione non lo dimentico. Voi eravate i bulli e io la vittima. In un film americano funzionerebbe.

Alla fine vincerei, alla fine quella signorina mi bacerebbe e non ci sarebbe pioggia e vento come quando venni bocciato. Anche se era giugno. La Juventus mi ha accompagnato come carta d’identità in terra straniera, in mezzo a lordi individui che si facevano forti, portandomi dentro una storia di successi e meraviglie e fuori da una adolescenza che non portava da nessuna parte. Non chiedete a quel ragazzo perché, ma cercate di aiutarlo, volergli bene, raccontatelo ai nipoti quel che faceva e non gli fate male con scelte senza senso.

Sicuramente feci soffrire e preoccupare chi mi voleva bene. A cominciare da una del terzo banco che poi dopo un po’ baciai e lasciai. Certamente quel signore bellissimo che mi chiedeva come va non venne aiutato. Lui me lo tengo nel cuore. Perché tifava Roma, ma con la leggerezza dei grandi. Perché non sopportava il becero, il trivio, il circo per sostituire il pane. Lui mi insegnò ad apprezzare le ragioni dell’avversario, di chi comunque sale sul ring. Non certo di quegli idioti che con uno striscione di carta irrisero un 12enne. Ma questa cosa a lui non la raccontai mai.