Grazie, Kobe Bryant (il nostro Del Piero cestistico)

di Antonio Corsa |

[divider layout=”1″ color=”#F4CC29″]Francesco Andrianopoli[/divider]

Se tifate Lakers e Juve e siete nati tra il 1975 e 1985, Kobe e Alex avranno sempre un posto speciale nei vostri cuori. Non solo e non tanto per gli innumerevoli record che hanno infranto, ma soprattutto perchè saranno sempre, indissolubilmente legati ai momenti più belli della vostra adolescenza. Nel 1994 avevo 14 anni, tifavo Lakers e Juve e quindi (ho avuto sempre una insana passione per le nobili decadute) non avevo mai avuto la possibilità di godere consapevolmente di alcuna vittoria di pregio. A posteriori è facile dire “eh ma quelle squadre prima o poi rivincono”, ma quando ci sei dentro, quando ogni stagione si apre con nuove prospettive di rilancio e rinascita, e si chiude con l’ennesima delusione, è facile iniziare ad abbandonare le speranze. Poi succede qualcosa: arriva un nuovo acquisto, un giovane, una guizzante seconda punta delle giovanili del Padova, un segaligno liceale americano cresciuto nella provincia italiana, e tutto cambia. All’improvviso ritorna la speranza, la fiducia; è un processo totalmente irrazionale, perchè entrambe quelle squadre hanno già validissimi veterani, in alcuni casi veri e propri campioni, e entusiasmarsi più per un ragazzino che per fenomeni affermati non ha alcun senso logico. Tu lo sai, lo sai benissimo che i giovani di belle speranze si perdono facilmente per strada; non li hai mai neanche visti giocare, internet è agli albori, i profani non hanno a disposizione video dei virgulti a livello giovanile, nemmeno a livello di semplici highlights: hai letto delle loro gesta soltanto sui giornali, sul guerin sportivo, su qualche sito mainstream. Eppure lo senti. Te lo senti dentro che questi due perfetti sconosciuti sono in realtà speciali… e un giorno, uno dei due chiude una clamorosa rimonta contro la Fiorentina con un gol mai visto, di esterno destro al volo a incrociare su un lancio di 40 metri; l’altro, da rookie non ancora diciannovenne, ne mette 24 in 25 minuti contro Golden State. A quel punto ne hai la conferma, e non ti resta che aspettare qualche tempo prima che ti facciano urlare in piena notte o di prima mattina per la tanto agognata vittoria contro Portland che ti regala il primo titolo NBA, e quella contro il River che ti porta la prima Coppa Intercontinentale. Da lì in poi, è tutta discesa; da lì in poi, il presentimento diventa Storia.


[divider layout=”1″ color=”#F4CC29″]Antonio Corsa[/divider]

Kobe ha 37 anni, io 35. Ha iniziato a giocare nei Lakers quando aveva 17 anni, io ne avevo 15. Giocavo a basket tutto il giorno. Non ho mai giocato una sola partita su un campo di calcio regolamentare, mai. Mai avuto un paio di scarpini da calcio. Solo basket e pochissime partitelle al campetto in sintetico, trascinato a forza dagli amici, con indosso le scarpe da basket, i pantaloncini xxxl e la grazia e l’eleganza che potete immaginare. Se proprio dovevo, meglio in porta, almeno si potevano usare le mani. Neanche ci provavo a fare 3 palleggi di fila, figuriamoci un dribbling. Paravo un tiro e in automatico mi partiva il movimento di far girare la palla dietro la schiena e poi davanti e poi dietro. Se avete giocato a basket, sapete. Con la palla in mano, fermo, non riuscivo a stare. Facevo passare la palla in mezzo alle gambe, senza palleggiare; tiri con la palla buttata in aria di un metro, spezzando il polso e controllandola col dorso della mano; e poi le classiche finte di passaggio per far spaventare gli amici, con la palla che restava tra le braccia. Molti di quei miei amici sognavano di diventare il nuovo Roberto Baggio, il nuovo Batistuta, il nuovo Van Basten. Io mi limitavo a guardarli in tv e a commentarli (e continuo a farlo). Sono cresciuto col mito di Magic Johnson e dei Lakers. Gufando Michael Jordan quando esplose la moda delle magliette rosse con stampata una sua foto sopra. Io avevo quella viola, mi faceva sembrare un peperone. A 15 anni, ho iniziato a simpatizzare sempre più per quel 17enne (Kobe) che era entrato nella NBA da ragazzino. Quel ragazzino mezzo italiano, che era cresciuto da noi. Quel ragazzino figlio di Joe Bryant, che mio padre (è stato un arbitro internazionale di basket) aveva arbitrato a Rieti, a Reggio Calabria, a Pistoia, a Reggio Emilia. Sono cresciuto sognando di diventare lui. Non Del Piero, non Baggio, non Cristiano Ronaldo, non Messi. Lui. Lui che per 20 anni ha giocato con una sola maglia, quella della mia Juventus cestistica. Stanotte dirà addio al basket. Dalle 4.30 del mattino, vivrò probabilmente le stesse emozioni che molti di voi hanno davvero vissuto il giorno dell’addio di Del Piero. Kobe è stato il mio Del Piero. Stanotte toccherà a me piangere e dirgli grazie di tutto.


[divider layout=”1″ color=”#F4CC29″]Davide Terruzzi[/divider]

Ama veramente essere considerato il nemico di tutti. Kobe è anche questo. Uno che non vuole perdere nemmeno giocando a carte, uno che ha una sete di vittoria incredibile, ossessionato dalla perfezione. Uno che non ha esitato un momento a discutere in maniera non urbana con un certo Shaquille O’Neal e che ha avuto anche qualcosina da dire a Phil Jackson, ma uno con l’intelligenza di capire che grazie a quei due avrebbe regalato alla propria mano qualche prezioso anello. Kobe ha dominato i Lakers ed è stato odiato dai tifosi delle altre franchigie. Non l’ultimo anno: il suo annuncio del ritiro a fine stagione ha di trasformato l’ennesima stagione di transizione dei Lakers in un crescendo emotivo, spettacolare e in un tributo a una leggenda del Gioco che si ama: l’odiato e detestato Bryant, quell’amico cui non avresti mai presentato la tua ragazza per paura che te la fottesse in tutti i sensi, ha ricevuto un’ondata di rispetto immensa. La storia di Del Piero è stata diversa. Qualcuno si ricorda un suo comportamento sopra le righe? Una sua dichiarazione contro qualcuno? Alex è stato la leggenda della Juventus, ma non del Gioco del calcio in Italia. Non lo è stato durante la sua carriera – e da capitano bianconero è stato considerato uno dei simboli dei mali – e non lo è stato nei suoi ultimi mesi in Italia. Anche Alex ha provato a dominare la propria società, ma la Juventus ha deciso fosse arrivato il suo tempo. E’ diventato un esempio per tutti una volta smesso di giocare per la Juve, ora che ha perso un po’ di aurea bianconera. Del Piero è sempre stato un professionista esemplare, Bryant è apparso più come uomo.  Due atleti con una cura maniacale del proprio corpo, due appassionati innamorati del proprio sport, due vincenti. Entrambi hanno segnato un periodo consistente della mia vita: Alex è stato l’idolo della adolescenza, Kobe un compagno di notti passate a guadare una partita di basket. La vita va avanti, ma ora posso solo dire: grazie Kobe.


[divider layout=”1″ color=”#F4CC29″]Claudio Pellecchia[/divider]

Ci risiamo. Testimone di un pezzo di quella giovinezza che “si fugge tuttavia”, quattro anni dopo l’ultima volta. Almeno, a questo giro, sono più preparato alle conseguenze. So già cosa mi aspetta e la scoperta sarà, forse, meno dolorosa. O forse no. Perché c’è un anello di congiunzione che unisce Torino e Los Angeles, Juventus Stadium e Staples Center, 13 maggio 2012 e 13 aprile 2016, Alessandro Del Piero e Kobe Bryant. E sono io. Kobe e Alex, Alex e Kobe, da scrivere e pronunciare in un’unica parola e in un unico suono: due modelli, due idoli, due modi di stare al mondo così diversi eppure così uguali, entrambi giusti e sbagliati allo stesso tempo, entrambi in grado di formare il mio modo di essere, entrambi in grado di spiegare l’uomo che sono ora. C’ero, allo Stadium, il giorno in cui il capitano salutò la sua gente. Riuscii all’ultimo momento ad accaparrarmi un biglietto per il settore ospiti, eccezionalmente aperto agli juventini dopo che da Bergamo arrivarono in non più di 15 atalantini. Undici ore di treno, perché le mie finanze di allora (e, forse, anche quelle attuali) non mi consentivano l’alta velocità, il pernottamento in un bed&breakfast rivedibile, le 4 ore di attesa, sotto una pioggia torrenziale (che si arrestò, fortunatamente, al fischio d’inizio), prima dell’apertura dei cancelli. Il tutto in barba al fatto che, di lì a due settimane, avrei dovuto sostenere l’ultimo esame universitario della mia vita. Ma non mi importava nulla, né dell’esame né di tutto il resto. Dovevo essere lì, in quel giorno, in quello stadio, in quel settore, per tutto quello che Alex aveva rappresentato nella mia vita, di tifoso e non solo. Perché era a lui che dovevo tutto ciò del mio essere juventino, così come era a lui che dovevo i tanti insegnamenti di vita ricavabili e ricavati dai suoi comportamenti dentro e fuori dal campo. Ci sarò, stanotte, quando il 24 fu 8 vedrà alzarsi l’ultima palla a due della sua vita sul parquet. Alla tv, ovviamente, perché se non potevo (e non posso) permettermi il frecciarossa Napoli-Torino, figuriamoci un posto allo Staples. E so già che, fedele al brocardo jordaniano “love is playing every game as if it’s your last”, giocherà i 48 minuti contro i Jazz al suo meglio, provando a vincere (al netto degli scappati di casa che compongono l’attuale roster angeleno), fregandosene di quel che sarà dopo. Che è poi il grande lascito che il ‘Balck Mamba’ lascia a me, a quelli come me e, in parte, anche a qualcuno dei suoi haters: scegliersi una strada e percorrerla, migliorandosi sempre giorno dopo giorno con la passione, il duro lavoro e il sacrificio, senza mai farsi prendere dalla paura di sbagliare “perché chi fa grandi colpi fa grandi errori”. Kobe e Alex, Alex e Kobe. E in mezzo io e la mia giovinezza che si fugge tuttavia. Anche se ci penserò più in là, in linea con l’ultimo insegnamento che i miei idoli mi hanno lasciato nel momento dell’addio. Di quel che sarà dopo, l’ultimo gol o l’ultimo canestro, ci sarà tempo per parlare. Niente passato, niente futuro, solo quell’istante, solo il piacere che ti può dare un tiro a fil di palo contro l’Atalanta o un canestro dal gomito in isolamento, in quella che sarà ricordata come l’ultima istantanea della carriera. Dell’uno e dell’altro. E come compresi appieno il vuoto che lasciò Del Piero nella prima partita della stagione successiva, così capirò quanto davvero mi (e ci) mancherà Bryant quando nell’opening night della Nba 2016/2017, scorrendo le statistiche dei Lakers cercando (vanamente) il suo nome, mi troverò a dover fare i conti con la dura realtà del tempo che è passato, passa e passerà. E sarà tremendo. Ma, come detto, non è il momento di pensarci.