Un grazie che va Aldilà (da parte di mio papà)

di Riceviamo e Pubblichiamo |

“Hai visto Gilio? A forza di obbligarlo a fare temi quando era al liceo, Alberto stavolta ha imparato a scrivere…”

Ridono di gusto. Mio papà guarda mia mamma con gli occhi lucidi, come quando gli lessi la storia del mio “Heysel”, e si abbracciano felici; dimensionalmente lontani, ma al tempo stesso vicini a me, come non mai.

E’ successo qualcosa di magico, qualcosa di inaspettato, sorprendente e totalizzante.
Un magone trattenuto singhiozzando per settimane, un malessere che scorreva tra le mie vene intossicando i miei pensieri, ha trovato uno sbocco inatteso, ribaltando una situazione che pareva compromessa.

Un po’ come quella volta a San Siro.
Dal terzo anello guardi l’orologio e pensi che ormai non ci sia più tempo, immagini il tricolore dipingersi sulle maglie azzurre dell’avversario, poi vedi uscire Icardi ed entrare Santon, ed in un secondo cambia tutto, fino a quell’urlo liberatorio, quando la palla di
Higuain entra in rete e la tua felicità è assoluta, avvolgente, straripante.

Ero andato a dormire ferito, dopo l’ultimo silenzio alla mia richiesta di “considerazione” per mio papà e, rigirandomi tra le lenzuola, mi è venuto in mente di raccontare a modo mio la storia di una vicenda grottesca di cui non riuscivo a cogliere il senso. Al mattino la sveglia puntata un’ora prima, e le dita che iniziano a pigiare i tasti in modo quasi automatico, guidati dall’emozione di una delusione troppo grande.

Ho scritto agli amici di Juventibus, in punta di piedi, perché non c’era rabbia, non c’era acredine, ma solo un infinito senso di vuoto per i modi e l’assurda trafila di escalation alla quale nessuno era stato in grado di dare una risposta.
Una carezza. Era proprio una carezza quello che cercavo e dall’attimo stesso in cui il post è uscito su twitter sono piovute parole di affetto, vicinanza e condivisione, per una storia che temevo potesse sfociare nella solita polemica, in cui ci si sfida a chi dice più volte “vergogna”.

Decine, centinaia di commenti di persone che hanno semplicemente capito quello che chiedevo, e in quel momento ho chiuso gli occhi e ho rivisto mio padre, venirmi incontro per dirmi con un sorriso:

“Sei sempre il solito testone, lo sai che non ce n’era bisogno…”

e il mio petto si è gonfiato d’orgoglio per le parole che voi gli avete dedicato, per come la mia storia, la sua storia è diventata la nostra storia.

Il mio motto è ‘c’è sempre una soluzione’, perché, anche quando pensi non dipenda da te, puoi trovare una soluzione per raggiungere il tuo obiettivo in modo solo un po’ diverso e dietro alla felicità di aver regalato a mio papà il rispetto che meritava, c’è un altro successo importante, di tutti.

Quando ci mettiamo in gioco, raccontando i nostri sentimenti, sia ciò che ci ferisce che quello che ci fa stare bene, senza accusare, senza inveire o insultare, l’effetto si propaga… quasi nessuno tra quelli che mi hanno risposto ha pensato a “dare la colpa a qualcuno”, ma è stato vicino a me, a mio padre, ed alla fine abbiamo vinto tutti

Qualcuno mi ha detto che il Presidente ha chiesto di me e questo mi regala un sorriso in più, non importa se ci sarà una lettera, un gesto o un regalo, da oggi la Juve è tornata ad essere per me la squadra che mi fa battere il cuore, cancellando ogni macchia e ogni malinconia, da oggi rientrare allo Stadium sarà un’emozione ancora più grande, per tutto l’affetto che siete riusciti a trasmettermi.

Ah, dimenticavo di dirvi che anche Gilio e Gemma da lassù mi hanno detto di ringraziarvi ❤ #finoallafine.


P.S. Un ringraziamento particolare a Letizia, Mirko e Michela di Juventus, per quello che hanno fatto o provato a fare.

di Alberto Scotta “Panoz”