Gravina lavora per ridurre le distanze (tra la Juve e le altre…)

di Riceviamo e Pubblichiamo |

Parliamo da primissimi ancora, così non spunta fuori qualche cicisbeo che eccepisce sulla volgarità del sudore, della faccia truce e dell’incazzatura non solo agonistica (massì, siate superiori): avessimo perso punti ad minchiam, e ci ritrovassimo finalmente alle spalle della Lazio, anziché a più sette, allora sì che ci sarebbe una compatta e meritevole platea di prefiche.

Detto questo, ciò che scorre sotto gli occhi è un (ovvio) gioco al massacro.

Carne da cannone, si chiamava nella Grande Guerra. Quando, per conquistare cento metri di uno sterrato di merda che non serviva a nessuno, gli Alti Ufficiali impregnavano di acquavite gli Arditi e li mandavano a morire ubriachi e inconsapevoli in modo che sulle loro carcasse le seconde linee trovassero riparo. Quella era una cosa talmente seria che soltanto a scriverne mi metto in piedi e mi viene da piangere. Questa, mi fa ridere.

Settanta giorni tra quarantena (Dybala, 46), scale di casa, giardino intorno, cyclette in camera e addominali sulla stuoia. Poi allenamenti da remoto. Poi partite immediatamente a scannare, vedi Coppa Italia e un avvio di campionato più isterico di una tarantata. Accade, sappiamo, giacché la Juve ebbe il torto di battere l’Inter (… si sa come, Lotito dixit), altrimenti saremmo tutti disciplinatamente al sole senza più Gravina di Puglia davanti alle palle e i media, Rai in testa con i suoi equilibrati attacchini, starebbero riempiendo i palinsesti con documentari, fiction, docufiction e ospitate di instant book dai titoli vari e poco eventuali tipo ‘L’Aquila e la folgore’, ‘Lazialità’, ‘Casi Aquilini’.

Quindi, ahivoi, al momento non è un’ Aquila. Neanche una folgore. E’ una corte dei miracoli, un carrozzone ansimante del quale pare tutti avessimo un bisogno endovenoso. 14, 15 gare in 55 giorni, e in che giorni! Siccome la sera si fa troppo tardi, correction, tra un po’ parte pure la mezz’ora d’anticipo: affari molto gioiosi di chi giocherà alle 16.45. Arbitro Caronte.

Il cosiddetto spettacolo bisogna essere ciechi o in malafede per non valutarlo: la seconda che ho detto, quanto a opinionismo peloso, interessato, contrattualizzato. Riuscirà Sky a ottenere 140 milioni di sconto sui 230 dell’ultima tranche, soldi (già spesi) senza i quali fallirebbero tutti i lungimiranti club tranne due o tre? Accomodatevi sul ring, e se capita fateci sapere. Ciò che ci fate vedere, nel frattempo, è il calcio che di solito va in scena tra fine agosto e mezzo settembre, ma quello almeno dura due turni o tre: goleade, svarioni, autoreti, spazi desertici, naufraghi disidratati, portieri increduli; per giunta senza pubblico, e stendiamo un velo su quelle che furono le presunte restrizioni anticovid, tra calciatori che sputano, si abbracciano, toccano chiunque arbitri in primis: anche perché riaprono le discoteche, le spiagge truccano le distanze tra gli ombrelloni, maggiorano e ne aggiungono altri, ma giocare due contro due a beach volley è vietato dal Congresso di Vienna se quando batti non fai benedire il pallone dal Concilio Lateranense.

Sia lodato e illibato il calcistico carrozzone che va.

Quaranta infortunati dopo due calci e sei giorni, prestazioni da operetta, passaggi di casacca che saranno effettivi a settembre ma sono ufficiali da giugno, primattori irriconoscibili, riserve imbarazzate, allenatori ben oltre l’orlo di una crisi di nervi, atmosfere surreali. Telecronache urlanti. L’orchestrina del Titanic. E noi lì. Davanti. Ad ascoltare, a leggere, ad assorbire entusiasmi di cartapesta che somigliano a postille di atti notarili, a diagnosi degli alunni di Bergomi (“Bentancur è destinato a diventare un grandissimo centrocampista”: destinato, Zio? Grazie) che per prenderle sul serio bisogna chiamarsi Caressa, ad analisi pseudotattiche che con quei poveri fanti in mutande verso l’altra trincea somigliano a un comodino con la parrucca (vero, Sconcerti, Cucci, Zazzaroni, Adani?).

Arbitri esclusi. Gli unici in forma smagliante…, e penso a Inter-Sassuolo, Parma-Inter, Lazio-Fiorentina, lo stesso Maresca del derby (un altro che non ci delude mai). Hanno ripreso da dove erano stati interrotti.

Inevitabile? Forse. Necessario? Così ci hanno spiegato, adducendo l’indotto, ciò che ruota intorno, il magazziniere di turno a milleddue al mese. Non era facile, non la faccio facile. Ciò che mi pesa è, soprattutto, questa nube oppressiva di ipocrisia strutturata, di gioia farlocca, di militanza costituita che parte sempre dai soliti noti, tanto timorosi che gli sparisca il divano da sotto al culo o la poltrona davanti al microfono. Del resto cominciò tutto, per quanto mi riguarda, da un’intervista a Gravina di Puglia che dieci mesi fa, a notte fonda, ascoltai non ricordo se da Marzullo o altrove: “Stiamo lavorando”, disse, “perché si elimini la distanza tra la Juve e le inseguitrici”.

Il presidente federale dovrebbe lavorare perché una squadra vincente finalmente possa non esserlo più? Massì, anche sì, possiamo approfondire monitorando i mesi successivi. Le gravissime dichiarazioni ovviamente vennero lasciate cadere, e nessuno le riportò. Il prosieguo ha fornito qualche gancio possibile sotto forma di covid-19. Come quelle del Signore, le vie del virus – vedete – sono infinite.

Chiuso il telefono dopo la trecentesima cazziata di Lotito, Gravina di Puglia deve aver pensato: meno male, dai, raccogliamo da terra quest’impensabile chance e mettiamola così. Chi vuoi che ci dia torto.
I casi del Destino. Casi Aquilini.

di Marco Tarantino