GLI INFAMI – Non sparate sul rigorista

di Claudio Pellecchia |

Dal divano di casa (o, peggio ancora, a posteriori) è facile commentare una partita. Anche una che va ai calci di rigore. Anzi, soprattutto quella. Se, poi, si finisce con l’uscire da un Europeo per due soluzioni rivedibili nella lotteria degli undici metri (Zaza e Pellè) allora il terreno per gli “avrebbe dovuto fare così invece che colì” dell’ultim’ora è quanto mai fertile.

Ma siccome mi/ci piace provare a guardare oltre il facile già detto, abbiamo provato ad analizzare dal punto di vista tecnico la sequenza di tiri dal dischetto che ha portato la Germania in semifinale.

Partiamo dalla conclusione di quest’analisi che poi, paradossalmente, ne è anche il principio. E cioè che le scelte dei tiratori azzurri sono state condizionate dal trovarsi di fronte uno dei portieri più forti del mondo, quel Manuel Neuer che è primus inter pares nella specialità. Il motivo? Semplice: il tedesco resta in piedi fino all’ultimo secondo utile. Sguardo di ghiaccio a condizionare l’avversario ed esplosività nell’allungo (anche su palla bassa) fanno il resto.

Gli errori di Zaza e Pellè si spiegano proprio così, in una somiglianza che va oltre il tipo di conclusione effettuata. Simone, con quella corsetta sincopata, cerca di intuire fino all’ultimo la direzione in cui si tufferà Neuer per poi incrociare dal lato opposto: arrivato all’ultimo appoggio con Neuer ancora immobile, è stato quasi naturale cercare la soluzione di potenza sotto la traversa, ma a quel punto, con il corpo messo male, era impossibile prendere lo specchio della porta. Peggio ancora è andata a Pellè che prima ha provato la strada dell’intimidazione (eppure, tutto sommato, lui il cucchiaio lo saprebbe anche fare, vedere per credere), poi ha cercato (male) l’angolo basso alla destra di Neuer che, comunque, ci sarebbe arrivato senza troppe difficoltà (come dimostrato sul secondo penalty di Bonucci).

Cosa fare, quindi, quando ci si trova davanti un portiere così? Seguire il buon vecchio adagio del “forte e centrale” e confidare nel dato che vede lo stesso Neuer tuffarsi nel 90% dei casi: i rigori di Barzagli e Parolo hanno confermato, purtroppo senza il conforto della vittoria finale, la bontà di questo assunto. In alternativa, se proprio si vuole angolare, è richiesta una precisione e una freddezza assolute (Bonucci parte I).

Certo il rimpianto aumenta anche in considerazione del fatto che la Germania ha anch’essa sbagliato 3 delle prime cinque conclusioni dal dischetto, con la solita critica sul Buffon (non) pararigori che ritorna ciclicamente. Era possibile per lui fare di più? Forse, ma c’è una sua caratteristica storica di cui si dovrebbe tenere conto in tal senso. Gigi è quel tipo di portiere che in queste circostanze ha due tipi di approccio:

  • battezza un angolo e ci va, confidando nello studio dell’avversario e nella sua capacità di intuizione;
  • interpreta il tutto come un tiro normale e si lancia appena parte il pallone;

Il secondo è il modus operandi dell’ultimo Buffon. Che paga grossi dividendi su conclusioni deboli e prevedibili (Muller), ma che può poco o nulla su tiri come quelli di Hummels e Kimmich, che arrivano troppo veloci e da troppo vicino per poter approntare una respinta adeguata, anche se la direzione è stata intuita.

Ma anche questa, come tutto il resto, è un’analisi di comodo ex post. La verità, forse l’unica di tutta la faccenda, è che calciare (o parare) un rigore in simili condizioni è molto più difficile di quanto appaia dall’esterno. La tecnica conta fino a un certo punto: ci vogliono testa, cuore e palle. Anche per sbagliarlo. Senza contare che non so quanti vorrebbero trovarsi di fronte a quell’armadio a quattro ante che difende la porta dei Campioni del Mondo.

Perciò non spariamo sui rigoristi. Perché loro erano lì. Noi, no. Per fortuna.