GLI INFAMI – Il calcio italiano sopravviverà anche a questo

di Vincenzo Ricchiuti |

Torniamo indietro di due anni. Nel 2014, dopo l’eliminazione degli azzurri dal mondiale brasiliano, si scatenò il pissi pissi bau bau tipico dei fallimenti ma più feroce, più ferocemente stupido delle altre misere volte. L’Italia di Prandelli era arrivata sulle ali di un gran podio all’europeo ottenuto con la solita ricetta acqua calda (non prenderle e attacco fa goal) imbolsita da non so quante fregnacce. Si preferiva sull’onda della personalità di Prandelli, piaciona e tendente all’ammucchiata di si, mangiare le banane per rispetto ad Alves, convocare e tener in partita Cassano per tenersi buoni quelli della rassegna stampa, sfasciare il gruppo Juve minandone la autorità con troppa democrazia, puntare sui giovani tenendosi Mario come talento espiatorio, portare le mogli in stanza per esibire palle spente come simbolo d’antimaschilismo.

Quella roba lì, la nazionale vacca e cacchetta di Prandelli, era uscita e allora si pensò bene di montare la canea del nuovismo solito declinato di stilema attuale. La linea la dettò Sky, come un tempo in Brasile le elezioni le vinceva il candidato del boss delle telenovelas. Fu sotto questo profilo ben più di un drammone per famiglie. La massima tv a pagamento in Italia ci spiegava da mane a sera ad un popolo di Alberto Sordi, quello che dovrebbe mangiare lo yogurt ma poi distrugge la pastasciutta, quanto occorresse alla bisogna. I soldi del canone Sky venivano spesi per sentirsi dire da abili preoccupati e preoccupate galline che: in Italia il calcio così come lo si era conosciuto e praticato e accettato e amato e compreso e venduto e praticato e capito non esisteva più o meglio era bene non vivesse oltre o meglio ancora come sarebbe bello non potesse mai più essere; bisognava guardare l’Inghilterra dove un manipolo di illuminati divertiva le genti con gare senza difese e senza tattica, il calcio al suo stadio evolutivo finale e tivvi, cioè il ping pong; che corruzione, vecchiaia, bruttezza e perché no eliminazioni sarebbero state debellate seguendo l’esempio di quel paese dove la nazionale non vince dal ’66, i club sono in mano alla mafia russa o alla teocrazia araba, non ci sono scommesse né inchieste ma soltanto bar e magliette e stadi dove smaltire la ciuca in compagnia perché non è bello né bene né giusto che difese arcigne, vecchi marpioni o pretori d’assalto rompano le balle a cotanto Paradiso; da noi si, rompano perché ce lo meritiamo, lì no; da noi si, perché non abbiamo stadi di proprietà, tecnici che durino 30 anni su una panchina scambiandola per quella dei giardinetti, tecnici che facciano fare goal anche all’avversario sennò che divertimento smalti sbornia in fratellanza sarebbe mai, come saremmo tutti amici se poi cerchiamo di vincere le partite come facevano quei vecchi italiani di prima; non abbiamo stadi, ci vuole la legge che li finanzi evidentemente perché in Italia purtroppo non capiscono che se giochi in uno stadio tuo poi sei propenso a dare spettacolo in tv; non avremo la legge perché in Italia non c’è una lira però in compenso abbiamo la scusante per rompere le balle al mal costume italico che poi sarebbe il proprio prossimo e Demetrio Albertini pronto a scalare rilevando questo popò di scusa la montagna di merda della mafia dei vecchi proponendo questa fantastica montagna di niente.

Non ebbero la legge come previsto. Non ebbero neanche i voti. Come previsto da me. L’Italia sopravvive. A modo suo. Salvando il salvabile. Non impiccandosi alle sciocchezze contro natura. Lo fece nel 2010. Quando la canea porta Balotelli porta Cassano partorì Baggio, Sacchi e Rivera, cioè i bei morti viventi. Quando la sindrome bella provincia innescata dalla Samp di Del Neri e Marotta generò un anno di concetti angusti, modesti e risultati alla pari. Ora scendendo dal carro cercheranno di rimettere in gioco tutto quello che ci avrebbe portato in semifinale a Parigi e non nelle lectio magistralis del canale 201. Diranno male di Tavecchio e di Conte, dell’uomo che ha riportato il massimo dei risultati possibili con questo materiale (un reparto su 3 e basta), l’uomo che ha ottenuto quasi il podio con un terzo di squadra adattandosi, lui rivoltoso e propositivo, allievo di Zeman e Lippi, al più antico dei canoni antichi. E dell’uomo che lo ha scelto. Faranno strame tra un gel, una amichevole del Nottingham, la nascente retorica di Galles ed Islanda tanto simile ai Del Neri piccoli piccoli di 6 anni fa e una tavola rotonda sull’estetica tradita e manco l’etica si sente tanto bene.

Strame di Conte e Tavecchio e pure non temete delle lacrime patriottarde degli unici fessi che reggono la baracca, la pattuglia di odiati Chiellini e nemici dei bei borghi. I paesaggi islandesi quelli si, la morale gallese vuoi mettere. Tutti all’assalto tigrotti di Mompracem, altro che Buffon e il farsi comandare da un portiere. Finirà così. Sta già cominciando questo finir così. Gli uomini che hanno non salvato perché non c’era nulla da salvare ma tutto da continuare, Tavecchio e Conte, saranno accusati di vittorie e condannati per aver guardato al sodo anziché il nulla. L’Italia in vacanza ora come allora farà come Tavecchio e Conte. Ascolterà, annuirà e al momento topico saprà come si fa. Come Tavecchio e Conte. Andrà avanti. Lo farà anche stavolta. Lo fa comunque. Direbbe Dalla, se proprio ve ne serve una è questa la novità.