GLI INFAMI – Antonio Conte: unire, dividendo (o dividere, unendo)

di Claudio Pellecchia |

Antonio Conte ha vinto. Quindi lui ha ragione e gli altri hanno torto. Me compreso. Perché, differentemente da tanti mirror climbers di professione, lo scrivente non ha difficoltà ad ammettere come il modus allenandi del leccese non gli vada particolarmente a genio. Così come non ha difficoltà ad ammettere che la partita contro la Spagna (e, prima ancora, quella contro il Belgio) sia l’assoluto capolavoro tattico dello stesso. Di fronte al quale, in questo momento, non si può far altro che togliersi il cappello, indipendentemente da come andrà sabato contro la Germania. Troppo facile, troppo italiano, salire o scendere dal carro seguendo la massa dei resultadisti: per me il Conte allenatore (l’uomo meriterebbe approfondimenti in altra sede, per fatti anche diversi a quelli riconducibili al 14 luglio 2014) resta quello, con pregi e difetti ugualmente riconosciuti e riconoscibili. Ed è giusto ricordarli sempre tutti, e non a targhe alterne a seconda dell’1, X o 2.

Ricordo di essere stato uno dei pochi a difendere le sue scelte in materia di convocazioni (qui) mentre mezza Italia rideva e l’altra mezza lo irrideva, invocando a gran voce Pavoletti, novello Van Basten nell’anno in cui vanno di moda le (stucchevoli) favole alla Jamie Vardy. Questo perché, al di là di tutto, gli ho sempre riconosciuto una grande coerenza: prendersi la responsabilità di andare fino in fondo (e, magari, naufragare) con le proprie idee non è da tutti. E lui ha scelto gli uomini che riteneva più funzionali al gioco che aveva in mente: 3-4 movimenti di squadra da mandare a memoria, compattezza tra le linee, reparti chiamati a non perdere mai le giuste distanze, pochi spazi concessi all’anarchia tattica o all’improvvisazione geniale di quei due/tre elementi (Elsha, Insigne, Bernardeschi) che comunque in Francia ci sono perché non si sa mai.

Una coerenza che, però, da grande forza può diventare anche il più grande dei limiti in situazioni in cui servirebbe qualcosa di diverso, qualcosa di non previsto dal piano partita e che pure potrebbe aiutarti a risolvere la stessa. Più e più volte non ho avuto remore nel definire Conte un “talebano”,volendo intendere un allenatore (fin) troppo legato a un calcio schematico e di sistema e che non è assolutamente in grado di derogare alle sue convinzioni. Che sono, di base, giuste ma che non sempre costituiscono la soluzione del problema, sia esso il Benfica (partita che, nella mia blacklist di rimpianti, precede, e di molto, la finale di Berlino) o il muro di gomma della squadretta danese che si difende a oltranza. Un’idea che è andata rafforzandosi con l’ultimo biennio e con l’interpretazione che Allegri ha dato al 3-5-2 del predecessore.

Attenzione! Con questo non intendo scatenare ulteriori guerre di religione, affermando la presunta superiorità dell’uno sull’altro. Semplicemente e filosoficamente mi trovo più d’accordo con il modo di fare calcio tendente al “cazzeggio andante” del livornese. Così come il Conte 1.0, quello dei tre moduli (4-2-4, 4-3-3, 3-5-2) in un anno e che consegnò alla Juventus il più incredibile degli scudetti, mi aveva fatto sperare di poter vedere la mia squadra giocare in un modo come mai prima e come mai dopo. Salvo, poi, veder tutto sacrificato sull’altare di un’imbattibilità da mantenere a ogni costo e di un record di punti che mai nessun ci toglierà.

Al netto di tutto questo, comunque, ero quasi certo della bontà dei risultati che avrebbe raggiunto in terra di Francia. Perché quando si tratta di giocarsela sul piano tattico e di preparazione della partita, tanto più se a disposizione ha un gruppo di giocatori qualitativamente inferiore, è certamente uno dei migliori se non il migliore. Soprattutto, poi, se i suoi deuteragonisti sono i Wilmots e i Del Bosque della situazione. Vedremo adesso con Low, ma quello che è stato raggiunto nessuno glielo potrà togliere. Così come nessuno, però, può nascondersi dietro a un dito e negare come, quando si tratta di fare noi la partita come con Svezia e Irlanda, certe scelte figlie delle convinzioni di cui sopra (Bernardeschi esterno a tutto campo, Insigne ed ElSha mai impiegati o inseriti tardivamente) risultano controproducenti, financo dannose. Antonio Conte è questo, prendere o lasciare. Io ho lasciato, così come altri hanno preso e prenderanno sempre. Ma questo non vuol dire disconoscerne a oltranza i meriti o dimenticarne, altrettanto a oltranza, i limiti.

Perché l’infallibilità non è di questo mondo. Nemmeno dell’uomo e dell’allenatore che ha eliminato la Spagna campione di tutto con Pellé ed Eder in attacco.