I giovani in campo: una questione “culturale”

di Andrea Mangia |

Fagioli (con i primi 20 minuti da titolare in A) e Musiala già protagonista col Bayern in Champions.

In questi giorni i parallelismi si sprecano.
“Abbiamo timore a far giocare un 20enne contro l’ultima in classifica per non “bruciarlo”, loro fanno giocare un 17enne in un ottavo di Champions… e segna pure!”, il concetto espresso in queste ore.

Eppure il problema è più ampio di così. Ed ha radici molto più profonde.

Ho un ricordo molto personale ed eloquente: 2004-2005. Voeller tecnico romanista sorprende tutti e schiera il 19enne Corvia (tra Montella, Delvecchio e Totti) perdendo col Messina. Le critiche si sprecano, tra scherno e sconcerto e Voeller risponde: “Era pronto e l’ho schierato”, un 19enne trattato come gli altri. Neanche a dirlo, la sua avventura in panchina a Roma durerà solo pochi mesi.

Sono passati 17 anni e in mezzo, in Italia, dal campo ai vertici federali si avverte un ristagnamento soffocante. Nello stesso periodo, la Germania ha attuato un piano decennale (ed epocale) di riforma dei settori giovanili, migliorando strutture e metodologie, formando una classe di allenatori ora ai massimi livelli. Far esordire “un giovane” non è solo la scelta di un allenatore coraggioso, ma presuppone un progetto ben definito sposato da un intero movimento.

Musiala è solo la punta dell’Iceberg. Il Dortmund schiera Bellingham, Sancho, Haaland e Reyna e da poco anche Moukoko (classe 2004). Il più vecchio è un 2000. A fine gara nessuno chiede conto all’allenatore delle scelte, nonostante prestazioni altalenanti, nessuno si stupisce. Questo significa creare un movimento: scelte precise sostenute (e comprese) da tutto il sistema, media compresi.

Al contrario, l’aria che si respira nel nostro calcio è pesante, la sente sia il mister che sceglie, sia il giovane che esordisce. Essere un “giovane” in Italia, pesa di più che esserlo in Spagna o in Germani e pesa indipendentemente dagli obiettivi di una squadra. La Juve, costretta a vincere, potrebbe “ammortizzare” un Fagioli titolare, così come una Fiorentina potrebbe sposare un progetto giovani e schierarne sistematicamente 5 o 6 in campo.

Prendete Locatelli: buttato nella mischia giovanissimo in un Milan senza capo né coda, prime gare convincenti poi un progetto sbagliato. Messo ai margini, con un buco di 3 anni per riguadagnare credibilità, grazie ad un allenatore che non pecca di modernità nella visione del calcio. Locatelli ora è un apprezzato 23enne (età per la quale solo in Italia sei ancora un “giovane”), ma senza un De Zerbi la sua carriera avrebbe preso una piega diversa. Lo stesso vale per i tanti giovani della nidiata Gasperini.

Da noi chi rimprovera Pirlo per il timore di schierare Fagioli dall’inizio contro il Crotone, lo ha criticato per la scelta di Frabotta e Olivieri nella stessa gara dell’andata, e magari è lo stesso di chi rimpiange l’esperienza dei vari Khedira e Matuidi. Per tacere delle critiche feroci in caso di cattivo risultato con Fagioli titolare.

Questo si intende per “intero movimento calcistico”, non basta un mister illuminato, servono media lungimiranti e tifosi “pronti” al ricambio (oltre ad una Federazione consapevole). E’ un processo, non si ottiene dall’oggi al domani. Ed in Italia, storicamente, non c’è la pazienza per progetti a lungo termine. La Juventus in questo senso è pioniera, unica ad aver colto l’opportunità delle Under 23, progetto mai sposato dalle altre squadre di A (e dai loro presidenti).

Una mano la sta dando anche Mancini, con una nazionale piacevole e dai buoni risultati, con un età media bassissima rispetto al passato. Purtroppo però il calcio europeo ha già cambiato pelle con una velocità irraggiungibile rispetto a quanto il NOSTRO calcio può “assorbire”.

Il mercato degli “under” appetibili per i top club si sta ampliando (Sancho, Haaland, Joao Felix, Davies, Camavinga, Foden, Reyna…lista lunghissima) e il nostro retaggio culturale retrogrado ci pone nelle retrovie su questi prospetti: troppo rischioso lanciarli giovani, troppo oneroso comprarli non appena esplosi, senza contare il feedback inverso legato all’appetibilità della Serie A rispetto a leghe più attente “giovani”. Vanno bene i totem ultra-35enni Ronaldo, Ibrahimovic o Chiellini, ma quanti 20enni ai margini potrebbero offrire in A prestazioni non inferiori alla schiera di mediocri 30enni?

Restiamo così, a guardare la Champions, con quel dubbio misto a rassegnazione: perché le altre vanno al doppio della nostra velocità?

Il timore di “bruciare” un giovane in Italia è purtroppo, assolutamente fondato, poiché, siamo fenomeni nel “bollare” i giovani come “scarsi” dopo poche apparizioni, con un (pre)giudizio che si riflette sulle scelte di allenatori, società e media. C’è poi anche il fenomeno opposto: quei tifosi che si esaltano al primo giovanissimo che esordisce, tendendo a lodarlo a prescindere, senza meriti particolari se non l’età. Non è altro che il rovescia della medaglia di una “diseducazione” nel rapportarci col ricambio giovanile: l’età NON è un fattore, sia nel bene che nel male.

 “Non siamo un Paese per giovani”. Si può cambiare, ma la strada è lunga. La nostre scuole calcio devono salire di livello, la selezione e la valorizzazione del talento, al di là dell’età deve migliorare. Il movimento, appunto, un flusso omogeneo ed univoco, non la genialata estemporanea di qualche addetto ai lavori.

Talenti come Pogba, Zaniolo o Donnarumma ci sono stati e continueranno ad esserci, ciò che dobbiamo sperare, per la Juve e per il nostro movimento è che invece non ci siano i casi alla Coman, Kean, Verratti, Aubameyang, Bruno Fernandes, giocatori fortissimi che non sono stati “aspettati” e che ora valgono altrove molto più del valore al quale sono stati “svenduti” sull’altare di quel dio chiamato “plusvalenza”.