“È un giornalista, è il suo lavoro, deve conoscere quello di cui parla!”

di Willy Signori |

Di giornalisti, giornalismo, polemiche, articoli faziosi, doveri deontologici e varie ed eventuali si è parlato e scritto molto e molto bene anche qui su Juventibus.

Io non voglio ripetere concetti già espressi, ma mi piace aggiungere alla discussione un aneddoto riguardante William Felton Russell, detto Bill.
Bill Russell è stato uno dei giocatori di basket che hanno cambiato “il gioco” nella sua interpretazione.
Lo stile moderno di intendere pensare e giocare in NBA passa attraverso le sue mani e i suoi 208 cm di altezza.
Quello che Cruyff ha rappresentato per il calcio, Rusell lo ha fatto per la pallacanestro dalla metà degli anni ’50 alla fine dei ’60, infilando record di vittorie e “anelli” in serie.
Una volta rifiutò un premio istituito dall’emittente ESPN perché il giornalista di punta della rete sportiva (immaginate il Caressa o il Pardo di turno) riportò male alcuni dati riguardanti la sua carriera e la storia della sua squadra, i Boston Celtics.
È un giornalista, è il suo lavoro, deve conoscere quello di cui parla!” disse.
Una posizione drastica, estrema senza dubbio, in linea col personaggio ma che chiarisce un punto: da un giornalista ci si aspetta principalmente accuratezza, controllo delle fonti, fatti anteposti alle opinioni e che quest’ultime partano dai fatti e non dalla fantasia.

Per me, nato ai bordi di periferia e appassionato di calcio, il giornalista (sportivo in questo caso) è sempre stato un maestro di cerimonia, un prete laico a capo della funzione religiosa più religiosa che esista in Italia e cioè il calcio parlato.
Ricordo quando da adolescente aspettavo la domenica sera per sentire il punto di Tosatti a Pressing:
Raimondo Vianello che era il conduttore, passava il tempo a prendere in giro la valletta di turno e mettere in ridicolo l’allora imberbe moviolista ma mai si permetteva di interrompere la predica di Tosatti.

Arrigo Sacchi ripete spesso che il calcio è la cosa più importante delle cose meno importanti.
Una volta forse aveva ragione, oggi la realtà è che il calcio fa scendere le persone in strada, agita folle, mette in subbuglio città e migliaia di persone molto più di altri argomenti più importanti.
In questo contesto il prete laico con la penna in mano invece dell’ostia, ha il potere di dirigere il pensiero, solleticare le orecchie di chi ascolta solo quello che vuole sentire.
Ma restano giornalisti, devono conoscere ciò di cui parlano.

È questo che, da rispettoso amante del calcio e delle altrui professioni, mi aspetto prima di tutto da un giornalista: che conosca ciò di cui sta parlando.
Le opinioni devono essere subordinate ai fatti e non viceversa, il fact checking non può essere un optional.

Non si può dire che ad ogni fallo da rigore in area deve corrispondere un’ammonizione perché NON È VERO, c’è un regolamento e una casistica ampia che dimostrano il contrario;
non si può dire che Bonucci dia una testata a Rizzoli perché NON È VERO e le immagini lo provano;
non si può dire che Higuain è stato espulso per proteste perché NON È VERO.

La lista sarebbe lunga e potrei andare avanti pagine e pagine… ma vi risparmio.

Per fortuna negli anni il pensiero che venne a Russell è venuto anche a molti appassionati che hanno cominciato a dubitare dei maestri di cerimonia.

Io non voglio prendere il posto di nessuno, ci sono molti che scrivono meglio di me, ma resto un fedele seguace e sopra a tutto continuo ad aspettarmi questo da un giornalista: che conosca bene la materia e i fatti di cui scrive o parla.
Prima delle sue opinioni, dei suoi interessi, di tutto il resto…
“È un giornalista, è il suo lavoro, deve conoscere quello di cui parla!”