Queste gioie violente hanno fine violenta

di Pietro Salvatori |

La Juventus non-muore-mai scandisce Francesco Repice, per distacco il miglior narratore di partite in circolazione, dopo il gol di Higuain che ha ribaltato il risultato di San Siro. Eppure questa Juventus forse è morta. Il perché lo ha scritto Luca Momblano in un pezzo superbo, che vale oggi e varrà per le settimane a seguire, complicato da sublimare:

 

Lui, Massimiliano Allegri. Nessuno gli toglierà la storia, nonostante l’eterno limbo di percezione tra quello che fu in Juventus Marcello Lippi e ciò che fu Carlo Ancelotti. Il re del calcio dei furbi, parole da furbo, vittorie da furbi, idee da furbo, gestione da furbo di uno spogliatoio di furbi. Risultato: si è asciugato tutto il resto.

 

Forse è venuto il tempo di trarne le conseguenze. Reset. Perché le sliding doors aperte (il gol a tempo scaduto di Koulibaly allo Stadium) e poi sbattute in faccia (la zuccata del Pipita e ancora il rosso sciagurato del difensore del Napoli a Firenze) indirizzano l’ottovolante della pazzesca storia di questo campionato sul declivio più dolce. Guai se diventasse un alibi.

 

In questi anni abbiamo arso di un fuoco dolcissimo. I sei scudetti consecutivi, i record di punti, le zero sconfitte, una girandola di coppe nazionali così infinita da far diventare un must per gli altri avercene strappata una (“Eh, ma chi vi ha battuto in quella finale?”, ripetono gongolanti tifosi del Milan e della Lazio). Abbiamo visto campioni trascinare e partire, abbiamo visto i Pogba, i Tevez, i Morata, e poi i Dybala, gli Higuain, i Costa. Abbiamo (avuto) una delle difese più formidabili degli ultimi lustri, uno dei portieri più iconici della storia patria. Abbiamo avuto Pirlo.

 

Ci siamo scottati come Icaro a un passo dal sole. Le finali di Champions, sì. Le maledette finali di Champions (più la seconda della prima), quella fottuta palla di Evra che non finisce lontana anni luce dalla nostra area, ma scompare in uno dei ruscelli che porta alle spalle di Buffon. Una maledetta semifinale solo nervi e poco più che per una manciata di giorni ha fatto dire a quelli del Benfica che i maledetti d’Europa eravamo noi, salvo poi rimanere ammutoliti, pur non perdendo un robusto pezzo di ragione. Abbiamo subito le rovesciate di Ronaldo e i rigori di Ronaldo, le rovesciate di Simy e la summa della furbizia con il Napoli, rovinosamente travolta. Ferite, che ci portiamo dietro come la maledizione della regina Anna nel Riccardo III: “Che io pesi domani sulla tua anima, che io sia piombo dentro il tuo petto e finiscano i tuoi giorni in sanguinosa battaglia”.

 

Le ultime 48 ore hanno certificato quel che sapevamo: la Juve non muore mai. Eppure “il più squisito miele diviene stucchevole per la sua stessa dolcezza”, diceva il frate Lorenzo di Shakespeare in Romeo e Giulietta. E forse è giunta l’ora di voltare pagina. Non perché Allegri sia improvvisamente diventato unfit to lead, non perché questa squadra non possa più dire la sua, in Italia come in Europa.

 

Ma perché “certe gioie violente hanno violenta fine”, per continuare nella citazione, e non accorgersene e non accettarlo e non ripartire dalla catarsi conduce inevitabilmente sulla china dello stucchevole. Come il più buono dei dolci, che ti impedisce di smettere di mangiare e insieme ti stomaca.

 

Reset. Ripartiamo. Non a sigillo di un fallimento. Ripartiamo perché la Juve non muore mai, ma può accontentarsi di vivere con un po’ d’inerzia l’esistente. Arde e si ricrea. Perché “tutto ciò che vive deve morire, passando dalla natura all’eternità” (Amleto, atto I, scena II). È questo il tempo.

 

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