Il gioco è Pjanic: come Allegri può intervenire

di Luca Momblano |

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Il gioco, per come lo racconta Massimiliano Allegri, sarà ancora lo step sul quale lavorare per accrescere la dimensione di questa Juventus. E allora, a oggi, Miralem Pjanic resta l’inevitabile chiave di volta, sempre che il tecnico punti davvero nella direzione dichiarata: non sempre è accaduto in questi anni, vissuti in perenne scollatura tra il dire e il fare sotto il profilo tecnico-tattico, ma visti i risultati è stata tutto sommato più una grande vittoria che una piccola sconfitta.

Allegri però insiste, ci torna sopra: il gioco. Riassuntamente, cos’è il gioco nel vocabolario calcistico del tecnico? Palla tra i piedi, palla veloce e precisa nel passaggio, intuizioni che seguono la logica dell’uomo giusto al momento giusto, ripartenze ragionate anche se brucianti, spostare e non sfidare il fronte difensivo avversario, avvicinare la palla all’area avversaria centimetro per centimetro offrendo un potenziale passaggio sicuro (e non azzardato) al compagno di squadra. Insomma, tra i nuovi ci sarà molto più da lavorare per Douglas Costa che per Bernardeschi, per chiunque arrivi dall’estero ancora che per un De Sciglio (eccezioni forse soltanto Verratti e Matuidi per motivi differenti, predisposizione ed esperienza).  Con questi presupposti e, insistendo nell’astrazione, il gioco si traduce esclusivamente con il nome di Miralem Pjanic.

Quanti sono pronti a scommettere su un nuovo ulteriore step del bosniaco? Uomo squadra mai, per come lo intendiamo in Itali. Leader tecnico necessariamente, in questo contesto. Da lui passa il paradigma, eppure nel non ancora disarcionato 4231 e con dieci giorni per preparare la Supercoppa (due settimane per la prima di campionato) c’è chi pensa che Khedira-Marchisio sia la cerniera per sostenere un attacco vero a quattro uomini. Sono coloro che temono gli equilibrismi di Allegri che spesso forzano due linee a quattro, culminati nel doppio ibrido che porta con sé “solo” la macchia di Cardiff.

La soluzione esiste? Intesa come pulita, nitida, assoluta e senza più o meno sfumate correzioni sin dal primo minuto della stagione? Le strade sono apparentemente tre:

– Allegri pensa ciò che va pensato: due centrali di difesa più aggressivi (e qualcosa si è intravisto, e quelli di cui sopra hanno già paradossalmente storto il naso), velocità e linearità nell’accompagnare l’azione sugli esterni.

– Oppure, e anche questo è motivo di riflessione: articolare una più saggia protezione su Pjanic che passa dal centrocampo a tre con l’ex romanista falsa mezzala (un po’ come lo era sotto la gestione Garcia) ovvero libero di interpretare la fase di possesso. Ecco perché c’era un Matic in lizza, perché il metodista di forza e lettura, perché perfino N’Zonzi.

– Infine, ed è la vera frontiera per una Juventus “evoluta”, accompagnare Pjanic con un uomo di reparto che parli la sua stessa lingua. Per fissare finalmente il possesso, per articolarlo, per dare più fonti di accelerazione alla manovra (che non è l’accelerazione del velocista, perché anche quella va innescata). Si spiegano così le mosse di lunga gittata per Verratti e Iniesta, il no a Tolisso (con tutto che il Bayern è sempre il Bayern), le verifiche su Kroos e Modric e il mai tramontato anche se stantio Rakitic.

E chi scrive non nega che, persa la padronanza tecnica nella costruzione da dietro con gli addii di Dani Alves e Bonucci, la terza via sarebbe esteticamente e epidermicamente di gran lunga la più elettrizzante.