Gianluca Vialli, l’uomo che sapeva volare

di Giancarlo Liviano D Arcangelo |

Quando i suoi eroi sono giovani e forti il calcio è la vita umana alleggerita del dolore.

In campo corrono e sembrano immortali, invincibili. Sono divinità eterne devote alla lotta, e nessuno può neanche immaginare che un giorno lontano saranno deboli, qualcuno imbolsito, qualcun altro sfidato da mali subdoli.

Lotta, cade, si rialza, sempre vincerà. Gianluca. Ooohhh ooohhh Gianluca.

Cantavo così da bambino, paragonando Gianluca Vialli a Super Mazinga, sul motivetto del cartoon in cui il bene e il male erano sempre nemici netti e ben definiti, e l’uomo e l’androide mi apparivano così simili per volontà e forza quando Vialli divenne il leader della Juventus.

Mai come con Vialli, il cambio di maglia, dalla Sampdoria alla Juventus, era stato decisivo per far sbocciare il mio amore totalizzante per lui. Prima dell’arrivo in bianconero si era trattato più di un “odi et amo” alla maniera di Catullo. Odi et amo. L’odio sportivo? Inevitabile. La maturità calcistica di Vialli astro nascente della Sampdoria coincise esattamente con uno dei periodi meno positivi e affascinanti della storia della Juventus. Era appena finito il ciclo di Platini, la squadra oscillava tra guide tecniche insicure e traballanti come quella di Rino Marchesi, o come quella caratterizzata dall’austerity firmata Dino Zoff, sì vincitore di una Coppa Italia e di una Coppa Uefa, ma duce silenzioso, cupo, italianista convinto e metodico, contropiedista fedele alla sua storia personale di eroe mondiale dei gol mai subiti, sempre evitati. Zoff era un geniale ottimizzatore, ma non possedeva l’aura del trascinatore verso la gloria, né aveva il materiale tecnico per innalzare la sua squadra e il popolo juventino a competere per i traguardi grossi. Era il più bravo a spremere il massimo dai buoni calciatori che aveva in pugno, ma il sogno di vincere scudetti e Coppe dei Campioni apparteneva, in quel brevissimo e fugace momento, a fazioni nemiche e distanti: milanisti, napoletani e sampdoriani. La Sampdoria? La Sampdoria di Genova? Com’era possibile che una squadra dalla maglia spettacolare ma priva di una tradizione costellata da grandi successi, fosse più forte della mia Juventus che solo pochi anni prima era stata sul tetto del mondo? Come si poteva sopportare uno smacco, una hybris simile da una squadra di provincia? Il Napoli aveva il totem di tutta la sua storia presente, passata e futura, Diego Maradona, il Milan viveva il suo secondo ciclo fortunato dopo quello di Rocco, un ciclo costellato di allineamenti astrali e grandi acquisti, con i tre olandesi astri assoluti e luminosi a cui la Juventus rispondeva con i sovietici malinconici Zavarov e Alejnikov, testimonial di Togliattigrad più che stelle del firmamento calcistico, con lo stipendio da girare al PCUS e caratteri impossibili da integrare nel modello occidentale. Per non parlare della virata, brutale, intensa e brevissima come l’esplosione di un tuono, verso il calcio champagne del vate di Ospitaletto Gigi Maifredi, illusionista capace di ubriacare tutti per un girone.

Ma la Sampdoria? Come faceva a stare così in alto? Perché doveva esserci la Sampdoria a Wembley a giocarsi la finale di Coppa dei Campioni del 1991-92, contro il Barcellona di Koeman, Stoichkov e del mito Johan Cruyff? Non potevo accettarlo. L’amore profondo era invece il frutto dell’ammirazione per i gesti tecnici del giovane Vialli, atleta aerobico e potente, riccioluto e sbarazzino. Il colpo di fulmine (tecnico) fu in maglia azzurra, nel 1987 contro la Svezia, qualificazioni agli europei. Una palla defilata, di quelle che un’ala forte ed esperta porta sul fondo del campo per crossare a pochi centimetri dalla linea, arrivò a Vialli sul lato sinistro del campo. E lui, puntò verso il centro, spalla a spalla con il difensore svedese, veloce come un ghepardo. Non fu semplice resistere al contrasto, ma fu magico il controllo di sinistro che gli permise di accentrarsi leggermente, in area, prima di scoccare un tiro perfetto di controbalzo sul primo palo, palo-gol imparabile sotto l’incrocio dei pali, una soluzione tecnica di enorme difficoltà e una balistica da fuciliere.

 

In nazionale Vialli si poteva apprezzare, e per un suo gol si poteva esultare senza tradire la Juventus. Non come l’anno prima, quando Vialli, ancora al San Paolo contro il Napoli di Maradona, s’inventò un doppio colpo di biliardo al volo, sinistro e destro, in stile da eroe olimpionico greco colto in una posa da immortalare in una statua di bronzo. Muscoli tesi, aerobica perfetta, coordinazione felina, destro e sinistro a incrociare, colpi magici che si vedono di rado. Quanto lo volevo alla Juve. E poi quella corsa. Né troppo leggera né troppo pesante, soave e inarrestabile come quella del predatore quando raggiunge la massima tensione nella falcata verso la preda. Il muscolo esteso presagiva la conquista dell’obiettivo finale, il gol, che trasudava già da ogni movimento come profezia.

Vialli divenne presto il nume tutelare delle mie corse in campagna, nel prato verdeggiante e irregolare in cui era possibile lanciarsi indisturbato, più o meno come un astronauta nello spazio. La corsa pura mi esaltava, toccare il pallone e controllarlo senza mai rallentare come faceva lui, era quello lo scopo, il primo istinto di superamento di me stesso, saggiare il corpo nuovo e invidiato, sensibilmente destinato a evolversi; riempiva il cuore avvertire il corpo coordinato al servizio del pallone, agile ed elastico, era bello stancarlo e deprimerlo il più possibile, inarcarlo per la fatica e raddrizzarlo con le ultime forze battendo i pugni al petto, nutrirlo e tendere l’orecchio al cuore pulsante, accelerazioni e decelerazioni, come se fosse possibile ascoltare la processione delle forze che si riproducevano nei battiti, incubate come embrioni ovipari, e poi alternare la doppia condizione possibile, la stanzialità e lo sforzo atletico che tutti i muscoli all’unisono sembravano pretendere come nutrimento, per espandersi e forgiarsi. Sarei diventato come Vialli, un giorno.

Durante la corsa era possibile mimare con la mente gli stessi moti, concentrarla sullo sforzo fino alla sensazione di essersi superati, di aver raggiunto la condizione invidiabile del sopravvissuto o del trionfatore, quando ci si prefiggeva un traguardo che sembrava impossibile, che so, quindici o venti scatti a conquista del vuoto in dieci minuti, e lo si raggiungeva. Il Vialli juventino era già in divenire, senza che lui lo sapesse. Più forte. Più muscoloso. Il ragazzo prodigio che diventa uomo maturo, e leader. Quando la Juventus lo chiamò a Torino era stato scelto come l’uomo della rinascita, il campione in grado di sancire, anche simbolicamente, il grande ritorno ai fasti del passato, quando i migliori italiani sulla piazza, volenti o nolenti dovevano fare i conti con la Juventus. Rifiutandola per sempre, restando regnanti di staterelli, come Riva, o sposandola per sempre per puntare a diventare imperatori.

Vialli leader alla Juventus arrivò troppo presto, con due anni d’anticipo, e dopo un momento difficile per la carriera. C’erano stati i Mondiali del 1990 in cui io stesso mi ero tuffato come se fossi stato uno dei calciatori convocati. Una sorta di ritiro spirituale. La scuola era finita. Le giornate erano già lunghe e oleose a causa del primo caldo, e finito il campionato c’era a disposizione un mese intero di calcio supplementare, quanto ne bastava per costruirsi una seconda vita e una seconda identità Gli addetti ai lavori volevano in campo la coppia d’attacco che alla vigilia era la più accreditata per la titolarità, Vialli l’astro nascente e insieme a lui Carnevale, il vecchio bomber scafato, ma non andò così. Vialli veniva da un infortunio, ed era appesantito dalla responsabilità di portare la nazione intera a un trionfo casalingo che si credeva annunciato. La vivida leggerezza, la spregiudicatezza giovane ed esuberante di Roberto Baggio e Schillaci gli rubarono la scena confinandolo in panchina, e il rientro nella rovinosa semifinale persa contro l’Argentina trasformò in delusione un momento difficile. La Juve era un mondo nuovo, meno libero della Genova sponda sampdoriana dove l’amore per lui e il gemello Mancini trascendeva ogni prestazione. Il giovane rampollo rimasto orfano del suo gemello era catapultato in un mondo nuovo, votato alla vittoria, forse più freddo e sabaudo e troppo poco levantino. Per non parlare di Trapattoni, anche lui richiamato a incarnare la tradizione sabauda dopo la scappatella notturna nella zona di Maifredi conclusasi rovinosamente, che ebbe l’idea di proporlo come trequartista, qualcosa di inaudito. Vialli sembrava triste, vagava fuori zona appesantito, lottava come un leone ma appariva in netta regressione tecnica, inadatto al gioco antico del sergente di ferro. Qualche gol decisivo, una coppa Uefa, tanta capacità di sacrificarsi in funzione del grande mattatore juventino di quegli anni, il glorioso Roberto Baggio, divin codino dei gol fantastici a Parigi e a Dortmund, fino al futuro pallone d’oro.

Lotta cade si rialza sempre vincerà. Gianluca. Ooohhh, Gianluca.

Con l’avvento di Marcello Lippi, un nuovo corso. Che Vialli stesse rinascendo, si era già visto il 17 aprile del 1994, dopo una tripletta alla Lazio dal repertorio perfetto di un centravanti fuoriserie: colpo al volo, colpo di testa con stacco perentorio e pallonetto da fuori area in veronica superando il portiere in uscita.

L’anno dopo, la seconda vita.

Una nuova forma fisica a incrementare la stessa leggiadria della corsa. Ma il giorno della svolta definitiva, quello i cui Gianluca Vialli si prese definitivamente la Juventus e la tramutò nella sua Juventus, quella che alzò la Coppa dei Campioni all’Olimpico, fu, come spesso avviene, su un terreno già familiare, in giorno d’autunno, nella terra natia. A Cremona, il 23 ottobre 1994, Vialli tornò a essere l’uomo d’acciaio, l’uomo che in area di rigore non falliva un pallone, l’uomo freddo, meccanico e contundente come una catapulta, l’uomo che deteneva lo Zeitgeist universale. Accadde grazie a un gol in rovesciata, fantastico, che fu mostrato al telegiornale decine di volte, un fantasmagorico gesto tecnico e atletico contro la Cremonese, squadra di provincia in cui Vialli era cresciuto, quel giorno battagliera, desiderosa di salvarsi ed evitare di essere impallinata di gol.

Vialli si alzo in cielo come un semidio, e quel gol impiegò meno di un attimo a convincermi definitamente. Vialli aveva scoperto di avere le ali. Vialli sapeva volare. Con il nuovo Vialli la Juventus avrebbe conquistato l’Europa, ne ero certo, era solo un conto alla rovescia, e la profezia era iscritta fatidicamente nel volo d’aquila di quel pomeriggio a Cremona. C’era stato un cross dalla fascia sinistra, banalissimo, e una torre di testa di Ravanelli: Il pallone a palombella andò verso Vialli che sostava in area di spalle alla porta. Era marcato, e l’istinto ordinò di colpire senza guardare, confidando nella sua memoria visiva, immaginando la collocazione del dischetto del rigore. Vialli era perfettamente allineato rispetto al centroporta, e di qualche lunghezza più avanti rispetto alla traiettoria del pallone perché fosse possibile incornare di testa, una delle sue specialità, e allora c’era stato bisogno del prodigio, del decollo in puro volo d’aquila incline alla caccia, per far coincidere il planare del pallone in un innocuo atterraggio con la sferzata dell’artiglio caricato a molla, il cui propellente non poteva essere altro che l’istinto omicida. E per me era incredibile accorgermi come l’attenzione di chi aveva assistito al gesto magico non poteva che restringersi liberamente, eppure sotto un giogo più dispotico di qualsiasi tirannia, su quel minimo punto luce contrassegnato dall’impatto tra piede e pallone. Tutti i presenti, spettatori e calciatori in campo, e anche chi avrebbe rivisto il filmato in tutto il mondo in diacronia, erano stati trasformati in spettatori, i testimoni oculari del congelamento di una cospicua unità di tempo, tutti tranne il pallone e Vialli, l’autore del sortilegio intangibile, unico uomo immune al fluido che riusciva a immobilizzare tutti, la bellezza assoluta del gesto.

Catapulta, traversa, gol. Ogni volta che rivedo quel gesto, mi rapisce osservare tutta la Cremonese resa in campo identico a me che ero lontano di qualche dimensione, spettatore immobile, e che come me sembra riprendere vita soltanto dopo che il pallone, insaccatosi subito dopo la linea dopo aver abbattuto la traversa, riprese a rimbalzare ticchettando sull’erba come un pendolo, proprio mentre Vialli, in quel frangente depositario del futuro e dentro di sé totalmente persuaso della perfezione del gesto appena compiuto, già si apprestava a esultare, nell’estasi. Io da allora restai totalmente ammaliato, e mi esercitai sul letto per giorni, lanciando per aria una pallina da tennis in cerca di un impatto altrettanto assoluto, eppure le uniche evoluzioni degne di ciò che avevo visto fare a Vialli, mi parvero per moltissimo tempo le sinusoidi iscritte nel futuro e i movimento segreti in grado di prevederlo.

Per quanto mi riguarda, dopo Cremona, e dopo una seconda impresa unica di cui Vialli fu protagonista, la rimonta contro la Fiorentina del 4 dicembre 1994, la profezia del trionfo in Europa era sempre più forte. Vialli trascinava, segnava, volava in ogni gara. E sapeva trascinare nel volo.

Lotta, cade, si rialza, sempre vincerà. Gianluca. Ooohhh ooohhh Gianluca.

La Juventus era sotto di due gol al 28esimo del secondo. Un assedio, tanti errori sotto porta, miracoli di Toldo. Poi ci fu l’ennesimo decollo di Vialli. Tre minuti, due gol di razza. Bomba di testa imparabile su cross di Ravanelli, forte come se avesse tirato di piede, il suo centesimo gol in Serie A, e tempo di mettere la palla a centro, una girata in aria in mischia con palla rasoterra, alla Gerd Muller, il centravanti purissimo che anticipa tutti e trova il varco. A due minuti dalla fine, il volo di Del Piero, quello scolpito negli occhi di tutti, il lancio da 40 metri, la corsa di Alex verso il vertice sinistro dell’area, la parabola discendente, lo sprigionarsi dell’istinto, il tiro al volo, d’esterno destro sul a pallonetto, l’unica traiettoria possibile, e il pallone nella cruna dell’ago. 3-2, e la profezia che la Juventus sarebbe tornata a vincere lo scudetto.

Lotta, cade, si rialza, sempre vincerà. Gianluca. Ooohhh ooohhh Gianluca.

Vialli non si fermava mai, il suo periodo era magico, e durò fino alla finale di Roma dell’anno dopo. È il capitano e il leader della squadra. Gol splendidi di continuo, spesso volando in rovesciata. In volo contro la Reggiana, In volo decollando al Franchi di Firenze, ancora un altro volo contro l’amata Cremonese.

Il leader indiscusso della squadra era lui, Vialli dentro e fuori dal campo. Se non segnava, trascinava in mille modi diversi. Prima della gara decisiva contro il Real Madrid, s’inventò un video di backstage che lasciava trasparire la solita profezia di vittoria.

A Roma, nella finalissima contro l’Ajax, Vialli entrò in campo da capitano.

Io ero certo che sarebbe stato l’uomo risolutivo, per tutta la vigilia l’avevo immaginavo leonino e placido in area, a trotterellare con naturalezza, così concentrato su quel rettangolo verde brillante, roccioso e sicuro di sé, grazie al patto d’acciaio sigillato negli spogliato con le altre incudini dell’incantato tridente d’attacco.

La partita sarebbe stata trasmessa in diretta mondiale, duecento paesi collegati alla stessa ora, ed ero certo che avrebbe volato ancora, e che i suoi gesti avrebbero sprigionato il potere magico dell’immediatezza cristallina. Era così carico quando entrò in campo, che sulle prime risultò nervoso. Non era sciolto come in tanti altri incontri precedenti. Emanava potenza, ma senza il totale controllo di sempre. A volare fu Ravanelli, ma la Juve fu ripresa. Poi dominò in lungo e in largo, e Vialli trascinò senza riuscire a decollare. Leader, cuore e testa della squadra, ma il gesto tecnico quella sera non arrivo. Forse perché non servì. In ogni sua corsa, in ogni sua giocata, dall’inizio alla fine di quella finale ero certo della vittoria, e la mia estasi fu un vero e proprio crescendo; nel suo impegno trovavo un appagante senso di appartenenza e protezione, e nell’estasi che Vialli alimentava dando tutto per ottenere il cristallo prezioso della vittoria, la squadra mi parve davvero una creatura invincibile. Ero io abbracciato a lui, e non Ferrara, nell’attimo in cui Jugovic prese la rincorsa per segnare il rigore decisivo, ero io di fianco a lui a condividere le lacrime del trionfo, ero io il suo braccio destro, teso e poderoso nell’alzare al cielo la Coppa che avevo già visto e sognato in ogni suo decollo, in ogni suo gol in volo.

Post Scriptum

Quando non sono più giovani e forti come un tempo, la vita degli eroi del calcio non è più alleggerita dal dolore.

È notizia recente il male che ha colpito Gianluca Vialli e la sua capacità di contrastarlo.Lotta, cade, si rialza, sempre vincerà. Gianluca. Ooohhh ooohhh Gianluca, ora più che mai.