Generazione Barcellona

di Alex Campanelli |

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Mentre guardavo in streaming il secondo tempo di Juventus – Barcellona, una frase in particolare dell’ottimo telecronista (una volta tanto britannico e non arabo, cinese o russo) mi ha colpito: “Barcelona is bossing the game“. Un commento riferito al singolo frangente di gara, certo, ma che mi ha fatto riflettere inserendola in un contesto più ampio: andando un po’ indietro, quante volte, guardando una partita della Juve contro una grande rivale italiana o europea, avrei potuto esclamare “Juventus is bossing the game”? Con bossing non intendo dominio dal punto di viste del possesso palla, delle occasioni create o dei tiri concessi, piuttosto parlo di sensazioni, la sensazione di essere in totale controllo della gara, di poter fare qualsiasi cosa in qualsiasi momento, la sensazione che ogni tassello del puzzle sia perfettamente al suo posto e niente e nessuno possa smontarlo.

La percezione del calcio della mia generazione e forse anche di quella successiva, includendo i ragazzi nati tra fine anni ’80/inizio anni ’90 e i primi del 2000, è stata inconsapevolmente quanto inesorabilmente modellata dal Barcellona. Da Pep Guardiola in poi, i blaugrana hanno rappresentato per noi tutto quello che avremmo voluto essere ma che sotto sotto sapevamo di poter solo sognare, una perfezione estetica unita a una mèsse di trofei senza precedenti, una squadra per la quale potevi simpatizzare o meno ma che non potevi non ammirare estasiato.

Tale percezione in noi juventini è stata addirittura amplificata, dato che la prima età dell’oro del Barça è coincisa con i difficili anni della nostra risalita: mentre ci arrangiavamo con Poulsen, Amauri e Felipe Melo, spalancavamo la bocca di fronte all’onnipotenza di Messi (il migliore della storia? per chi non ha visto Maradona e Pelé non può essere altrimenti), all’eterea perfezione di Iniesta, al genio di Xavi. Quanto abbiamo sofferto, quanto abbiamo rosicato quando quelli che avevamo eletto a nostri eroi sono stati eliminati da chi ci ha condannati all’inferno della B?

Quando poi la Juventus è tornata ad essere protagonista in Italia e poi anche in Europa, quasi non ci pareva vero di poter competere sugli stessi campi degli alieni che pochi anni prima adoravamo nelle semifinali e finali di Champions. Abbiamo anche cullato neanche troppo velatamente il desiderio di poterli battere, ed entrare anche noi nella storia, in quella notte di Berlino che aspettavamo da una vita. Poi ci siamo scontrati con la realtà, con Iniesta che è uno dei calciatori più influenti della nostra epoca, con Neymar che a 23 anni è un campione mentre Dybala ora a 24 deve ancora maturare, con Leo che, quando decide di vincere una partita, quasi sempre lo fa.

Lo scorso aprile il mondo sembrava essersi ribaltato: 3-0 agli extraterrestri, la Joya che sembra la Pulce, l’armata blaugrana per una notte alla nostra completa mercé. Quella sera ci siamo sentiti noi il Barcellona. La doppia sfida recente, la gara di ritorno, ancor più di quella dell’andata, ci ha ricordato che NESSUNO è il Barcellona, se non il Barça stesso. Passano allenatori, giocatori (tranne quei due mostri lì), presidenti, cicli, ma pur con diverse variazioni sul tema i culé sono sempre uguali a sé stessi in un fondamentale particolare: la filosofia.

Come l’amico Claudio spesso ricorda e demonizza, cambiare la cultura di un club, e più in generale di un movimento calcistico vista l’influenza della Juventus sul calcio italiano, è dannatamente difficile. Un esempio? Andatevi a leggere sui vari social le parole dei calciatori della Juventus nell’immediato post-Barcellona*. Intendiamoci, nessuno sta dicendo che la Juve deve giocare come il Barcellona, semplicemente che un gioco che coniughi tecnica, coralità, solidità e ovviamente trofei è assolutamente possibile. Certo, risulta molto più semplice se in rosa hai i giocatori giusti, ma rinunciare a priori a perseguire una strada che vada verso una filosofia più simile a quella blaugrana che non a quella italica, considerando il materiale umano a disposizione della Juve, sarebbe delittuoso. Troppo, troppo spesso, abbiamo deciso a priori di rinunciare a giocare, di vivere di fiammate ed episodi, di modellarci sull’avversario e non imporre il contrario.

Ciò che sto terminando di scrivere non è una verità assoluta, bensì (ripeto) solo il frutto della percezione del calcio creatasi in seguito all’egemonia del Guardiolismo (che non a caso sta conquistando una piazza integralista quanto la nostra come quella britannica). L’ideale del Fino alla Fine, il fascino tutto italiano delle difese impenetrabili, la bellezza di una squadra solida e compatta, tutti questi concetti non sono da condannare, e ci sembrano assolutamente fantastici e condivisibili finché coincidono con le vittorie.

Ora però che le motivazioni non sembrano più ai massimi livelli, che la nostra linea maginot inizia a scricchiolare, che la lotta e la garra non sembrano più le qualità predominanti della nostra rosa, perché non provare a imboccare una nuova strada? Perché non provare il brivido del distacco da dogmi centenari regalando una nuova scossa a una squadra che ne ha bisogno come non mai? Nell’ultimo decennio siamo stati testimoni del crollo di due tabù storici, “la Spagna non vince mai niente anche se gioca bene” e “la Germania è una squadra fisica“; e se ora fosse il nostro turno?

L’abbiamo capito, non saremo mai il Barça, nessuno lo sarà mai, ma adesso che ne abbiamo i mezzi e che abbiamo ben poco da perdere, vogliamo provare a dimostrare che anche noi, in fondo, possiamo essere “Més que un club”? Non sono un utopista, non credo in un cambio di rotta repentino e a stretto giro di posta, desidero e spero soltanto che presto qualcuno (che purtroppo non penso possa essere Allegri) prenda in mano la nostra squadra e la liberi di preconcetti e convinzioni all’apparenza immutabili (cito ancora Claudio), portandola su un cammino mai battuto in 120 anni di storia. Lo spero io, come tutta la generazione Barcellona.

* il compagno di redazione Jacopo mi fa notare come l’UNICO calciatore a mettere parzialmente in discussione il “gioco” attuale sia quello con maggior talento, Paulo Dybala. Non roviniamolo.