Il gabbione e lo scudetto di Sarri

di Mauro Bortone |

“Se l’avete vinto anche con me, significa che siete forti”: l’autoironia di Maurizio Sarri, ripreso con la sigaretta in bocca, la bottiglia di spumante in mano e la schiuma da barba in testa nello spogliatoio, durante i festeggiamenti per il nono scudetto consecutivo della Juventus, ha concesso un momento goliardico sulla sua travagliata e complessa stagione agonistica, la prima alla guida della Vecchia Signora. Chissà se pure al gabbione di Livorno ci si presenta così quando si vince.

Lo scetticismo generale dei suoi estimatori per la scelta di andare alla Juve e quello di buona parte del popolo bianconero per i suoi trascorsi col Napoli lo hanno accompagnato e anche oggi che diventa uno dei pochi allenatori scudettati e vincenti in Italia e in Europa vede sminuiti i suoi meriti tra hashtag che ne chiedono l’esonero e chi sottolinea il successo “nonostante” la sua presenza.

Nella discussione su qualsiasi tecnico, bisognerebbe preventivamente capire l’importanza che gli si attribuisce: perché se la logica è che contino i giocatori (in quanti affermano senza riprova “con questa squadra vinco anch’io sul divano”?), allora ogni processo a Sarri è inutile come lo è l’esaltazione di allenatori super vincenti quali Guardiola, Zidane, Klopp, Mourinho, Ancelotti.

Se, invece, un tecnico pesa nelle vittorie di un gruppo, non possiamo non considerare i meriti di Sarri: accolto con sospetto fin dal primo momento, perché “nuovo Maifredi”, “sporco”, “brutto”, “in tuta” e “talebano”, ha dovuto subito fare i conti con la polmonite che lo ha tenuto lontano dalla squadra un mese, nella fase più delicata del “cambio di filosofia”.

Tralasciando la questione Covid, da “integralista” si è adeguato al mercato della società e a una rosa, certamente di qualità ma chilometrata e poco adatta al suo calcio: per qualsiasi altro tecnico sarebbe stato un merito, per lui è diventata una colpa. Ha costruito una squadra dovendo rinunciare subito a Chiellini e nel momento migliore anche di Demiral, di Khedira a centrocampo, trovandosi a gestire un Rabiot fuori dai ritmi partita da mesi, i continui acciacchi fisici di Ramsey e Douglas Costa, Higuain unico riferimento in attacco, un deficit numerico e spesso fisico dei terzini.

Con evidenti problemi di organico (“eh ma la Juve può fare tre squadre” scrivono quelli della “rosa lunga” che non notano come da mesi in panchina ci siano diversi elementi dell’Under 23), ha adattato Cuadrado a terzino per quella che è la sua miglior stagione in bianconero, ha avvicinato Dybala a Ronaldo per una coppia che, pur poco propensa al dialogo, è riuscita a trovare intesa e a macinare gol, ha rilanciato Bonucci dopo due stagioni opache. Ha rispettato le caratteristiche dei calciatori, mettendoli nelle condizioni di fare ciò che è più nelle loro corde, cercando al contempo i giusti equilibri.

D’accordo, ha perso due finali male, esattamente nello stesso modo capitato a chi lo ha preceduto. Ma, pur nelle difficoltà, ha vinto il nono di fila e rimotivare un gruppo abituato alla vittoria con giocatori usurati e appagati non è mai facile, a maggior ragione se è un ibrido a metà tra il passato e un futuro in via di definizione. Era logico attendersi di più? Sotto l’aspetto della manovra, sì, ma occorre chiedersi se i calciatori di questo centrocampo siano adatti a un gioco più fluido. E poi bisogna domandarsi se i tifosi bianconeri che evocano uno come Klopp siano disposti a stare a secco tre anni, sperando di emulare le gesta del suo Liverpool.

La verità è che piace vincere, a tutti. E quando non accadrà, perché prima o poi succederà, sarà brutto vedere gli altri festeggiare. Quindi festeggiamo noi che è meglio e diamo a Sarri i suoi meriti, com’è giusto fare al di là delle simpatie e delle antipatie personali: le analisi sull’intesa con l’ambiente e i discorsi sul futuro lasciamolo a chi di dovere. Se qualcuno non glieli vuole riconosce è perché ancora sintonizzato sulla profezia del gabbione a Livorno, quando nella sua conferenza d’addio Allegri divise il mondo in due categorie: “quelli che vincono” e “quelli che non vincono mai”.

Allegri aveva pronosticato anche la vittoria della Champions del Barcellona ed elogiato Cellino per aver riportato il Brescia in serie A. Da allora Sarri si è liberato di quella spada di Damocle e al gabbione ci porta uno scudetto e un’Europa League in un anno. E per la cronaca, il Barcellona non vince la Champions da cinque anni e il Brescia è già in serie B.