Furino, il Super Tele e io

di Juventibus |

Furino somigliava per me a una specie di Obdulio Varela; il calciatore-fante, il mediano assoluto, l’uomo comune in mezzo a una squadra di comparse che scoprendo in sé virtù eroiche diventò simbolo del mondiale vinto contro ogni pronostico dall’oscuro Uruguay contro i giocolieri del Brasile nella finale del 1950. Era nel tipo di giocatore-massa, l’anticampione che esce dall’anonimato diventando per spirito d’agone l’eroe-per-caso che si racconta in “Futbol” di Osvaldo Soriano. Ma era così il calcio di una volta, c’era ancora spazio per personaggi-anima, che in campo recitavano inconsapevoli del loro valore un solo ruolo in commedia, la fatica oscura delle seconde linee; loro erano la poesia muta e la passione umana per l’umano che si gioca tutto a pedate, correndo senza requie per un’ora e mezza dietro a una palla che disegna carambole vili o fortunate sull’indifferente rettangolo della vita.

Sì, non era un grande pedatore Giuseppe Furino, anche se era riuscito a guadagnarsi sgobbando i gradi di capitano e per il suo esempio alla sofferenza metodica anche qualche presenza di rilievo in Nazionale; il “Furia” era uno ruvido e pugnace, si diceva che fosse scarso di tecnica ma menava forte e spingeva avanti e indietro come un dannato per il rettangolo di gioco dal primo all’ultimo minuto. Aveva una faccia da salariato meridionale della Fiat, polmoni da batiscafo, tibie falcate dalla deformazione precoce alla fatica. Era piccolo di statura, ma era solo nervi e muscoli agili e scattanti sottopelle.

Quando lo vidi arrivare nel campetto del Dopolavoro Ferroviario di Paola io avevo, sì e no, 14 – 15 anni. Era al massimo la metà degli anni ’70. Mio padre conserva una foto-ricordo ingiallita fatta con lui, Furino, preso in mezzo come un trofeo, e gli altri tifosi del Club Juventus di Paola in quel giorno fatidico in cui il calciatore juventino passò da quel campetto ruvido e spelacchiato, per giocare un partitella- esibizione (il club aveva convocato altre glorie locali del pallone per impegnarlo in quel pomeriggio torrido di agosto (c’erano di mezzo le vacanze). Fu un giorno speciale anche per me.

Non ho foto da mostrare di quel giorno. Io ero un ragazzino timido, timidissimo e occhialuto. Passavo già più tempo a leggere che a giocare. Ma giocavo al pallone anch’io. Eccome, con un ardore, con una esaltazione da fanatico. Pure da miope, senza occhiali. Giocare a pallone a quei tempi non era ancora fare sport, e non era una questione di tecnica, di addestramento, di valutazioni per carriera; era un gesto obbligatorio, una passione di natura, una cosa che ti veniva di fare così, senza pensarci sopra. Era come correre e nuotare. Qualcosa che per un ragazzino del Sud cresciuto per strada, allo stato selvatico nel quartiere dei casermoni dei ferrovieri, accanto al faro e sopra la spiaggia che cominciava dove finiva la stazione di Paola, non potevi non saper fare.

Poi correre mi riusciva benissimo, correvo per ore, quasi in trance. Le gambe andavano sole. Riuscivo anche a correre forte, su distanze corte, sullo scatto. Ero già piuttosto alto e avevo le gambe lunghe, forti. Un giorno mi vide correre uno che allenava i ragazzi di una squadra di atletica dell’Aics. Mi chiese di scendere al campo e di provare sui cento metri. Il campo era lo stesso dove giocava la Paolana, la squadra di calcio del paese, che in quegli anni faceva la quarta serie. Il campo era un rettangolo di sabbia e terra secca e dura come il calcestruzzo, sotto la massicciata ferroviaria, oltre le tribune c’era la spiaggia e il mare. Il vento d’estate alzava nuvole di polvere come nel deserto. Su quella terra compatta e pietrosa non era possibile utilizzare gli scarpini chiodati, e non c’erano i blocchi. Si faceva tutto alla buona, si correva con le scarpe da calcio, con i tacchetti segati per non spaccarsi le caviglie. Si segnavano le corsie con la calce su un lato del campo e si provava a correre. Il tempo si prendeva cronometrando a mano.

Fu così che scoprì che riuscivo a fare da junior i cento metri in meno di 12 secondi: su quel terreno da patate ero uno dei più veloci in assoluto. Cominciai così a fare l’atletica, le gare in giro per la Calabria e poi anche un paio di volte i campionati nazionali Aics, a Palermo e a Bari. Sulle piste in tartan riuscivo a stare sotto gli 11,5. Una volta a Cosenza al Campo Scuola del Coni arrivai primo, e feci i cento in 11,3. Erano tempi da qualificazioni per i campionati Italiani di categoria Aics, che feci un paio di mesi dopo a Palermo, allo stadio della Favorita. Fu allora che vidi correre nelle categorie senior gente come Mennea e Fiasconaro. Mi piazzai facendo le finali nei cento junior e nella 4×100. Tempi non all’altezza delle premesse, gli avversari erano organizzatissimi, e molti erano già atleti veri, noi no. Per me il solito malessere da gara, i crampi e la testa vuota al mattino (la notte inseguivamo per le stanze dell’albergo le ragazze di una squadra Rovigo), e poi al tartan della pista e alle scarpette chiodate della Puma -blu, bellissime- ero così poco abituato che feci in tempo a provarle solo prima delle gare. Per il resto di quel mio stralcio di carriera da velocista conservo ancora qualche medaglia guadagnata in gare interregionali.

Restava il fatto che rispetto al pallone giocato per strada, in partire anarchiche e infinite che duravano da mattina sera, con i miei compagni di vita del quartiere ferroviario, quel tipo di corsa non mi ha mai dato felicità. Mi ricordo che ogni volta prima e dopo le gare avevo l’ansia che mi bloccava lo stomaco e spesso vomitavo prima e dopo il traguardo. Quello era uno sport, c’era la prestazione, la qualifica, il tempo da fare, le batterie da superare prima di entrare tra quelli che si giocavano la finale. Non era un gioco, non c’era il pallone da inseguire, non dava ali alla mia fantasia. Preferivo quelle carambole pazze dei pallonacci di gomma, il Super Tele, che era una specie di bolla dalle movenze mistiche, il Super Santos e il Tango (che erano già roba di lusso per noi borgatari di paese) e quelle ruzzolate rovinose sull’asfalto di cartavetrata del campetto di catrame sotto i palazzoni, invece che quelle tirate senza fiato dentro la nevrosi competitiva che in pochi secondi scandiva il dramma dentro margini stretti di quelle corsie da mattatoio.

Insomma l’atletica era un ripiego (per via degli occhiali da vista che portavo come fossi Berruti), a me però piaceva calciare il pallone, e ho sempre sognato, come tutti i ragazzi di quella leva del baby boom, di diventare un buon giocatore di pallone, uno da serie A, uno da Juventus; non un campione, non ci ho mai pensato, ma un “gregario eccelso”, uno come Furino, mi sarebbe bastato. Il calcio e la Juve, e gente come Furino, erano simboli che ispiravano fantasie alla portata di una metamorfosi possibile anche per me. Nonostante la vista corta, la timidezza costituzionale, la certezza inconsapevole che la mia strada comunque non fosse quella. Il pallone era comunque una fede indiscutibile, un mito fondativo. Il gioco, il gesto, le regole, la sfera, il fatto che si giocasse insieme e da soli per una squadra, avevano qualcosa che stava dentro certi misteri grandi della vita che rotolavano fuori nelle pensate in mezzo a giornate di noia e saltavano in aria dalle pagine dai libri che leggevo come un forsennato, e bastava giocare in uno spiazzo di catrame sotto il sole a picco inseguendo gli scarti imprevedibili di un pallonaccio di gomma per capirlo. Erano le “corrispondenze”, quello che cercavo di capire, i nessi tra il pallone e le cose più grandi. Io lo avevo capito che c’erano delle corrispondenze tra l’inseguimento di quella sfera incoerente e certi misteri della vita, perciò mi ostinavo a giocare al pallone, coltivandone l’epica, correndo appresso a certe illusioni a fantasie sfrenate.

Comunque sui campetti e nei tornei di quartiere mi ero guadagnato una certa fama da giocatorino di movimento, veloce, forte e rognoso (in campo smettevo di essere timido), e due nomignoli che mi apostrofavano benissimo; per i miei compagni e per tutti in campo ero due cose: “u’ dottore” (il dottore, per l’aspetto serioso e già troppo cresciuto, e per via degli occhiali da miope che solo toglievo prima di entrare in campo); l’altro era “a’ palata” (la botta, perché avevo un calcio potente che piegava le mani ai portieri, qualche volta rompeva i vetri delle finestre dei palazzi intorno ai campetti e in barriera faceva male agli avversari). Ecco, ero riuscito a guadagnarmi un doppio blasone, somma aspirazione adolescenziale tra i calciatori dei tornei da cortile. Neanche ai bravi succedeva tanto.

Quel pomeriggio infuocato sembrò durare come un mese. Furino finì la partitella nel campetto del Dopolavoro di Paola vincendo senza sforzo contro la formazione delle vecchie glorie locali messe assieme per tener testa alla squadretta di ragazzi del Club Juventus a cui lui fece da capitano. Durante quell’oretta di calcio i vecchi marpioni (gente che aveva giocato qualche campionato nel Brescia, a Perugia, nel Taranto) le avevano provate tutte per metterlo in difficoltà, ricorrendo anche a qualche colpo proibito. Lui neanche reagiva, sembrava un torero che girava rasoterra superandoli in stile, senza fatica, quasi in surplace. Dava poca confidenza, parlava pochissimo, in campo e fuori. Sembrava persino timido, pure lui. Quando uscì non sembrava neanche sudato, non mi ricordo neanche se fece la doccia dopo quella passerella. La sua era una presenza solenne, era l’araldica del calcio, l’autorevolezza che hanno solo certi giocatori di carattere, quello vero. Suo era il rispetto che si conquista sul campo, non fuori.

Io per me ricordo soprattutto questo: che quel giorno ebbi l’onore di far parte della squadretta di ragazzi scelti dal Club Juventus per affiancare Furino in quella partitella. Io correvo sulle fasce e facevo il terzino, correvo come un matto e cercavo l’avversario, la palla, mi dannavo a star dietro a marcare e cercavo lo scambio, e poi il tiro. Mi riuscì tutto bene, nonostante vedessi poco da lontano (mi mancavano già almeno due o tre diottrie). Volevo farmi notare, perché si era detto che Furino dopo la partita come osservatore avrebbe “opzionato” qualche ragazzo del Club per portarlo poi a Torino a fare selezioni e un provino per la Juve. Alla fine ricevetti i complimenti di tutti; e anche i suoi, del “Furia”. “Tu vieni a Torino a settembre”. Pareva fatta.

Invece quel provino con la Juve però non lo feci. Prima di andare a Torino per le visite mediche chiesero al Club una cartella clinica completa, “tutti i certificati del ragazzo”, i nulla osta (anche quello dell’Aics, con cui ero tesserato per l’atletica). Naturalmente risultava che ero miope e astigmatico e che portavo gli occhiali “con lenti a permanenza”. Quando me lo disse mio padre mi ricordo che non fui affatto stupito. Sapevo che non l’avrei passata liscia con quel difetto di vista, e poi a quel tempo ancora non era possibile mettere lenti a contatto morbide sugli occhi, c’erano solo quelle semirigide, fragili come vetro, pericolosissime. Era stato un sogno. Tutta una fantasia, la Juve il provino, diventare uno come Furino, un capitano da combattimento.

Dopo un po’ smisi pure con l’atletica; non reggevo più quel tipo di stress, la nevrosi agonistica che ci si doveva mettere per forza, i crampi allo stomaco, la nausea che mi davano le gare. Tornai a giocare al pallone con i compagni di sempre, nelle nostre sfide da cortile. Ma dopo quella partita vicino a Furino in campo, neanche il gioco del pallone per me fu più lo stesso. Aveva perso di realtà, ed era diventato qualcosa di più serio e nello stesso tempo aleatorio, almeno nei miei pensieri.

Non partecipavo più ai tornei ufficiali e alle sfide tra le squadre dei quartieri, solo alle partitelle improvvisate, e spesso di proposito, chiedevo che si giocasse solo con il Super Tele, il più scarso dei palloni a disposizione di noi ragazzi di quegli anni. Quel pallone era un’idea di palla, una bolla dipinta subito sverniciata dai primi calci, un fantasma di pallone. Si bucava facile, bastava un niente, o saltava la valvola e si sgonfiava sul più bello. Se finiva tra i rami di un’acacia o tra le rose di un giardino era fine certa, bastava una spina e si ammosciava. Addio partita.

Perciò giocarci era una battaglia di nervi. Il Super Tele era fatto di una sfoglia di gomma sottile, rigorosamente in bianco e nero come in bianco e nero era ancora la televisione di quegli anni, e neri erano gli ottagoni verniciati che lo decoravano, fintando la pelle dei palloni di cuoio degli anni Sessanta. Mi ricordo che aveva un odore indefinibile, tra il moplen delle bacinelle dei mercatini e le camere d’aria delle bici. Il Super Tele era il mezzo-limite, il test per misurare l’abilità di ogni aspirante calciatore in erba. Si rischiava a ogni tocco il capolavoro tecnico o la figuraccia. Era lo sbarramento invalicabile della nostra fantasia pedatoria dilettantesca, il limite invalicabile della praticabilità tecnica, il quid più ineffabile dell’esperienza pallonara adolescenziale. Se te lo scordavi al sole sulla spiaggia diventava una vescica sformata, ma si poteva davvero rigonfiarlo con la spilletta d’ordinanza, usando la pompa della bici. Però dopo il trattamento di rianimazione diventava peggio che incontrollabile. Calciarlo era come entrare nel regno filosofico della metafisica, pensiero astratto applicato al gesto puerile e puro e incommensurabile del pallone accarezzato e preso a calci, anticipo del mistero scientifico della meccanica dei quanti post-newtoniana. Ma nessuno di noi aveva in mente allora la gravità, gli studi filosofici o scientifici. Quel pallone era il totem di una religione del nostro tempo, un tempo che stava per smettere di essere infantile e spensierato.

C’era solo questo di certo: che quando ci giocavi quella sfera bitorzoluta si comportava come una specie di nuvola gonfia di vento, che appena la toccavi forzando il calcio o tentando di ammansirlo col piede più docile cambiava direzione e scivolava nell’aria, come un palloncino scappato di mano a un bambino piagnucoloso il giorno della fiera, tanto era leggero e instabile. Impossibile da palleggiare. Era la dannazione soprattutto dei portieri. Uno sferoide praticamente imprendibile, imparabile, si poteva solo respingere. Con palla da fermo rigori e punizioni erano un azzardo pure per chi tra i più esperti tentava di buttarla dentro con maestria. Se provavi a scagliarlo con forza verso la porta, quel pallonaccio prendeva la direzione di un petardo impazzito. Eppure si giocava alla grande col Super Tele rigonfiabile. Le partite erano imponderabili e potevano durare dall’alba al tramonto. La mistica dei corpi e delle sfere celesti entrava in campo e dovevi farci i conti con i piedi, che tu fossi il campioncino del quartiere o l’ultima delle “cuglie” che mettevamo dentro solo per far conto pari sulle formazioni in campo. Erano comunque partitone infinite, epiche come battaglie tra greci e persiani, col quel pallone strambo e imprevedibile che rotolava indocile, percorrendo sull’asfalto sconnesso e le cunette traiettorie simboliche come il disegno del destino incognito istantaneamente effigiato dai passaggi veloci dei nembi nel cielo pulito dei giorni di maggio. Con quel pallone ti sembrava di inseguire il vento e dar calci alle nuvole, in quei pomeriggi sotto il cielo fermo d’estate a rincorrere i sogni in sei contro sei sul campetto di Piano Torre.

È da allora, dopo che vidi giocare Furino sul campetto del Dopolavoro Ferroviario di Paola, dopo che in quel pomeriggio di polvere sfumò per via degli occhiali il mio sogno di fare come lui il giocatore nella Juve, che ho capito che la logica del calcio è quella che ti perseguiterà per il resto della vita: il pallone che ruzzola e corre è tutto il gioco, e chi vince e chi perde è solo per uno scarto da nulla, un rotolare maligno e lasco della sfera, una carambola pazza che diventa gol o autorete. Come certe traiettorie insensate del Super Tele rigonfiabile.

di Mauro Minervino

Nato a Paola, in provincia di Cosenza, nel 1959,  è un antropologo prestato alla letteratura. Autore di saggi e volumi pubblicati da diversi editori, il suo libro più recente è Stradario di uno spaesato, Melville, 2017.