Franco Costa lo vogliamo ricordare così

Franco Costa è stato attore non protagonista di un calcio dalle poche (giuste?) immagini e dalle innumerevoli icone. Le sue: il corridoio del Comunale, talvolta il muro esterno, la cravatta con il nodo stretto da segretario di stato USA, il soprabito o cappotto con mantello a seconda delle stagioni, sovente il Borsalino “da Far West” (cit.) considerate le rigide regole televisive dei tempi, il sorriso stretto mezzo piemontese e mezzo calabrese, la voce cauta ma sicura, il microfono. In dieci secondi: l’Avvocato e la domanda più pertinente e breve possibile resa eterna dalla risposta. Marginalmente il Torino, giocoforza, anche quando finì il tempo dei grandi derby, e Giampiero Boniperti che, lui no, non come Gianni Agnelli che con la coda dell’occhio in fondo lo cercava. Volpe o segugio, Franco Costa, con la Juventus in casa, era ogni volta il settantesimo minuto di Novantesimo.

 

 

 

Cronista d’assalto, assicurano i colleghi dell’epoca. Senza la necessità impellente, stilisticamente moderna e illusoria, di paventare scenari e immaginare cosa una sola partita avrebbe potuto rappresentare nel futuro prossimo. Eccolo, testuale, in uno degli ultimi servizi (non più RAI) offerti a Videogruppo:

“Domenica 2 ottobre, ore 22.26, minuto più minuto meno. Negli studi di Telelombardia va in onda lo show di Marcello Chirico e Pietro Anastasi. Come è giusto che fosse. Dunque 2-0 nel lussuoso Stadium il Milan campione d’Italia si affloscia. I bianconeri balzano in testa alla classifica”.

Marchisio-Marchisio. D’altronde chi poteva, poi, immaginare?

In una parola: garbato. Non diverso. Franco Costa apparteneva un’intera scuola di giornalismo che si autodeclinava in base ai luoghi dello Stivale. Iconico anche quando, prima di una delle ultime dirette tv, un’assistente di studio gli cuce il bottone della giacca in men che non si dica: Franco tornerà da lei a mezz’ora dalla fine delle trasmissioni. Le regalerà, per riconoscenza, una rosa di plastica rossa fuori dal tempo.

 

Un lungo applauso è dovutoNoi, se permettete, lo vogliamo ricordare così“: