Francesco “Morgan” Morini e quella coppa nel fango di Bilbao

di Emilio Targia |

Per quelli della mia generazione, Francesco Morini era il verso di una poesia: “Zoff Cuccureddu Gentile, Furino Morini Scirea…”. Roba mandata a memoria ancor prima dell’Inno di Mameli. Scandita dalle voci stentoree ed eleganti della sacra rappresentazione domenicale del football via radio. Ascoltare quella formazione significava sentirsi un po’ più sicuri, in anni nei quali di sicuro c’era ben poco. Sul campo Morini Francesco faceva lo “stopper”, rubava palloni agli avversari col fisico e la tempra, per poi consegnar palla a Scirea Gaetano, che innescava ripartenze preziose col suo tocco elegante. Irrinunciabile, nella Juventus leggendaria di quegli anni. Così piratesco nel rapir palla che la penna scalpitante di Vladimiro Caminiti tirò in mezzo i libri di Emilio Salgari e lo ribattezzò “Morgan”, il bucaniere del football bianconero. 377 partite di furiosa energia, per disinnescare, interrompere, stroncare qualunque iniziativa avversaria, con ogni millimetro del suo corpo. 5 scudetti, 1 Coppa Italia, 1 Coppa Uefa il bottino del bucaniere. E forse proprio quest’ultimo trofeo, dopo una finale di ritorno dai ritmi furibondi, incarna al meglio il “suo” calcio, di agonismo e battaglia. A pochi giorni dalla finale di ritorno di Coppa Uefa a Bilbao, i bianconeri sono attesi per l’ultima partita di campionato a Genova. Tutta una stagione, quella del 1976-77, e un sogno europeo, in pochi giorni. E proprio in quei giorni, Morini sta per diventare padre. La Juve gli accorda un permesso di ventiquattr’ore e Morgan vola dalla moglie. Sta con lei tutta la notte e fa appena in tempo a gustarsi i primi sguardi di suo figlio, poi è già ora di tornare indietro. La Juventus aveva eliminato in Coppa Uefa prima il Manchester City, poi il Manchester United e nei quarti di finale un fastidioso Magdeburgo, battendolo all’Ernst-Grube Stadion sotto una pioggia torrenziale per 3-1. Al Comunale aveva poi liquidato in scioltezza la pratica di ritorno con un gol di Cuccureddu.

La Juventus è l’unica superstite delle quattro italiane ai nastri di partenza in Coppa Uefa: Milan, Cesena e Inter sono ormai fuori. La Juventus è attesa da una finale complicatissima. L’Athletic Bilbao infatti ha eliminato formazioni illustri, tra cui il Milan di Rivera e il Barcellona di Cruyff. Ha giocatori dalle caratteristiche molto diverse da quelle dei bianconeri, ma ha un punto di forza molto simile: il gruppo, il senso di squadra. Il Bilbao è un ottimo collettivo, composto da soli giocatori baschi. Zero stranieri in squadra, e un solo fuoriclasse, il portiere José Ángel Iribar. Una squadra che per molti tifosi baschi è molto di più che una formazione di calcio: è un simbolo. L’andata si gioca il 4 maggio 1977 in uno stadio Comunale esaurito in ogni ordine di posti. La Juventus sa bene che è a Torino che dovrà conquistare quella coppa, perché giocarsela a Bilbao nel ritorno sarebbe pericolosissimo. Fin dal primo minuto i bianconeri spingono con veemenza, e dopo un quarto d’ora Causio innesca Cuccureddu, che prolunga il pallone verso Scirea, in posizione avanzata, che alza la testa e crossa verso il centro dell’area. Sulla palla si avventa Tardelli, che a causa dell’impatto col difensore basco colpisce la palla in modo sporco, tra testa e spalla, quel tanto che basta a imprimerle una direzione inarrivabile per Iribar. Finisce 1-0, con una difesa che si conferma d’acciaio: in casa in Coppa la Juventus ha segnato 14 volte e subito solo 1 rete, ma a Bilbao i giocatori sanno bene che li aspetta una battaglia durissima.

La partita di ritorno si disputa allo stadio San Mamés, detto La Catedral, il 18 maggio. Sugli spalti non entra più uno spillo, e i quarantunomila supporter dell’Athletic cominciano a cantare ben prima del match, in un mare di bandiere basche, e nessun vessillo spagnolo. La macchia bianconera sugli spalti conta circa mille tifosi arrivati dall’Italia. Prima della partita Marco Tardelli lancia un mazzo di fiori verso le tribune, in segno di amicizia. Avversari durissimi, ma non nemici. Al fischio di inizio la Juve si schiera in maglia e pantaloncini blu con Zoff in porta, la retroguardia formata da Gentile, Morini e Cuccureddu, con Scirea a fare il libero. A centrocampo Benetti, Furino e l’Olandese Tardelli, davanti Causio come ala tornante e Boninsegna in zona gol affiancato dalla classe di Bettega. Si gioca fin da subito in un’autentica bolgia. L’Athletic, in divisa biancorossa, inizia con un ritmo forsennato, ma va fuori giri e un contropiede bianconero diventa letale: Tardelli imbecca Bettega in area, che in tuffo di testa segna un gol bellissimo e pesantissimo. L’intero stadio ammutolisce, ma lo choc dura poco. Passano solo 5 minuti e dopo un batti e ribatti in area su una deviazione fortuita di Irureta la palla finisce alle spalle di Zoff. Lo stadio riprende fiato, e si gioca di nuovo in un fracasso infernale. È un match durissimo, persino peggio di quanto temuto. Ma in campo la correttezza da parte di entrambe le formazioni è totale.

Nel secondo tempo la pressione dei baschi cresce, e la Juve arretra il baricentro per cercare di arginare la spinta avversaria. Dopo un quarto d’ora Trapattoni richiama in panchina Boninsegna per Spinosi, che dovrà aiutare ad arginare l’onda avversa nell’ultima mezz’ora. Di contro, l’Athletic inserisce Carlos, un’altra punta, e la spinta ora si fa ancora più veemente. Fin quando proprio Carlos di testa trafigge Zoff, che guarda sconsolato verso la panchina e chiede quanto manca. «Dodici minuti, Dino.» Lui scuote il capo. Ora è un inferno. La paura è di non farcela, il pubblico è come fosse sul prato, i fotografi italiani a bordo campo incitano i giocatori bianconeri. La retroguardia juventina è in trance agonistica. Sembra non finire mai. Per alcuni minuti la Juve non esce dalla propria area, poi, quando anche il senso del tempo sembra ormai perduto negli interminabili minuti di recupero, l’arbitro porta alla bocca il fischietto e mette fine a quella battaglia. I giocatori baschi crollano esausti e disperati sul campo, qualcuno piange. Per la Juventus è una liberazione, in una giostra di abbracci e urla. Il primo trofeo europeo della storia bianconera atterra a Torino. Mentre Boninsegna esce dall’aereo per primo con la coppa in mano, Francesco Morini pensa a suo figlio, e riflettendo su quel nome che aveva scelto per lui tempo prima con la moglie, “Jacopo” ha una tentazione: «Quasi quasi lo chiamo Bilbao».

(Ciao Morgan, e un gigantesco “grazie”, per quelle 377 partite da pirata, vessillo bianconero sul petto, sul mare verde del football)


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