Le fondamenta della Juve di Allegri

di Alex Campanelli |

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Nella Juventus 2021/22 non c’era praticamente niente di Massimiliano Allegri fino al 28 settembre 2021. Non c’erano un gioco, uno spartito offensivo chiaro, un modulo che permettesse di mettere in campo tutti i migliori e degli schemi in fase di pressing, e i detrattori di Max potrebbero obiettare che in realtà queste cose non ci sono mai state. Ma non c’erano nemmeno quella solidità difensiva e quell’organizzazione che da sempre hanno contraddistinto le squadre di Allegri, allenatore che sembrava d’improvviso aver perso la bacchetta magica, dato che anche le sue peculiari intuizioni tattiche (dal rombo con Pereyra a Mandzukic esterno, passando per Sturaro col Real, per citare alcuni esempi) parevano esser diventate un’arma a doppio taglio (su tutte, Rabiot falso esterno)

Contro il Chelsea non abbiamo certamente visto una Juve spumeggiante, offensiva o moderna, non per limiti tecnici o tattici della rosa e dell’allenatore, ma perché si è scelto di puntare tutto sulle armi “classiche” della Juventus, fondamenta sicure sulle quali poi eventualmente innestare quelle novità che finora abbiamo intravisto solo nel primo tempo con il Milan. Perché dire che contro il Chelsea la Juve ha vinto “di carattere” e “di rabbia” è una pesante riduzione della prestazione, ottima in molti aspetti, che l’11 di Allegri ha offerto dinnanzi ai campioni d’Europa.

La scelta di Bernardeschi falso centravanti, poi punta insieme a Chiesa del 3-5-2 varato in corso d’opera, aveva fatto storcere il naso a praticamente ogni tifoso, oltre a risultare una pesante bocciatura per Kean, di fatto l’unico attaccante convocato. Il numero 20 ha giocato una partita attenta, senza particolari picchi, fatta eccezione per il gol divorato a pochi metri dalla porta ma soprattutto per l’assist confezionato a inizio secondo tempo. A conti fatti, va ammesso che la mossa Kansas City di Max Allegri è perfettamente riuscita.

L’altra mossa coraggiosa del tecnico, passata fin troppo in sordina, è la scelta di de Ligt (al primo big match stagionale da titolare) e Bonucci con Chiellini in panchina, ripagata dai due centrali difensivi con la loro miglior prova stagionale. Alternandosi tra marcatura stretta (de Ligt) e anticipo (Bonucci), hanno neutralizzato un Lukaku non troppo ispirato, la cui unica occasione è arrivata non a caso quando i due si sono scambiati i compiti. In generale è tutta la squadra ad aver offerto una prestazione difensiva, per attenzione, pulizia ed efficacia, ben sopra gli standard di questo primo scorcio di stagione, un compito più facile quando i centrali non barcollano praticamente mai.

C’è un ulteriore segreto di pulcinella dietro all’ottima partita di trincea della Juventus, rappresentato dal lavoro dei centrocampisti, mai così coinvolti e partecipi nella fase di non possesso. Locatelli è stato eccellente nella chiusura delle linee di passaggio e negli intercetti (4, il migliore in campo insieme a Bonucci), Bentancur si è prodigato in un numero infinito di corse all’indietro, con un intervento in scivolata su Havertz che vale quanto un gol. Meno partecipe Rabiot, ancora confinato in un ruolo né carne né pesce, col principale merito di aver offerto (ancora) la sponda di testa che mette Bernardeschi nelle condizioni di servire il passaggio decisivo a Chiesa.

Ci sarebbero fin troppe parole da spendere su Federico Chiesa, probabilmente scontate arrivati a questo punto, per quello che è già il giocatore più influente della Juventus in Europa nell’era post Cardiff, assieme a Cristiano Ronaldo. Meno ovvio è il moto perpetuo sul fronte offensivo, più idoneo a un Morata, che Allegri gli ha chiesto e che il 22 ha messo in pratica senza battere ciglio:

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La touchmap del CorSport sottolinea come Chiesa sia apparso in praticamente ogni zona del campo, senza dare punti di riferimento; quante altre ali in Europa sarebbero capaci di una partita simile?

Come ammesso dallo stesso Allegri, incalzato dall’euforico Evra nel postpartita, la Juventus deve comunque migliorare nel palleggio e in generale nella gestione della fase di possesso; nei primi e negli ultimi 15′ di gara, si sono visti sin troppi lanci lunghi senza un destinatario convincente (Chiesa, Kulusevski e Bernardeschi non sono certo adatti al gioco aereo spalle alla porta), e in diversi tratti della partita i bianconeri non sono sembrati avere idee chiare su cose fare con la palla nell’ultimo terzo di campo. In alcune, sporadiche occasioni si è visto anche del pressing alto, posizionale più che aggressivo: raramente è risultato efficace contro una squadra abituata a muovere bene il pallone come il Chelsea, ma perlomeno la squadra è quasi sempre riuscita a ricompattarsi velocemente, cosa che l’anno scorso non accadeva praticamente mai.

In avanti, la missione solitaria di Chiesa e Bernardeschi è stata resa tale dall’atteggiamento molto prudente dei quinti Alex Sandro e Cuadrado, preoccupati dai tandem esterno-trequartista sui lati del Chelsea, e dall’assenza quasi totale di inserimenti offensivi dei centrocampisti, unica eccezione la già citata sponda di Rabiot sul gol. Non è possibile chiedere sistematicamente una prestazione del genere dagli attaccanti pretendendo che siano sempre lucidi e che non esplodano mai (una chiave di lettura degli infortuni di Dybala e soprattutto di Morata), ecco perché il supporto di tutta la squadra in fase offensiva è aspetto prioritario sul quale lavorare.

Contro le grandi squadre, soprattutto in situazioni d’emergenza, la Juve può giocare partite come quella contro il Chelsea pensando ragionevolmente di vincerle, ma questa non può essere la regola. Se con le piccole realtà basteranno magari i colpi dei singoli, la folta medio-alta borghesia italiana ed europea dovrà essere affrontata con uno spartito offensivo più chiaro e organizzato di questo, in modo da non disputare sistematicamente gare di sofferenza che richiedono una soglia d’attenzione oltre la norma, e non dipendere eccessivamente dall’estro dei campioni in rosa.

Facendo un paragone con le migliori Juve del precedente ciclo di Allegri, le due squadre arrivate in finale di Champions hanno saputo mettere in piedi eroiche prestazioni difensive (col Real nel 2015, al ritorno col Barcellona nel 2017), alternate a gare nelle quali la squadra ha dominato (al ritorno col Borussia Dortmund nel 2015, all’andata col Barça nel 2017). Max ha ritrovato la prima metà della sua Juve, una metà che sembrava smarrita e che è riemersa all’improvviso in un mercoledì di coppa. Ora deve costruire la seconda metà: un compito difficile, ma senz’altro meno arduo quando si hanno delle fondamenta del genere.