Flussi #5 – Il colibrì e la Juventus

di Marco Bonomo |

Un colpo di fulmine si…prende? Si ha? Si subisce? Qualunque verbo sia, il mio ultimo colpo di fulmine è per un libro, Il Colibrì si chiama, e l’ha scritto un grande autore – nonché un grande juventino – Sandro Veronesi (ed. La Nave di Teseo). Non mi passa, il libro l’ho finito ormai da giorni, ma continuo a pensare al colibrì. Che poi è il protagonista del romanzo, mio omonimo, un Marco cui accade di tutto e che con resilienza affronta, soffre, ama, insomma vive. Ci ho pensato anche oggi, al colibrì, nel pomeriggio di un novembre che sembra davvero quello distopico di Blade Runner, per quanto piove, maledizione.

Pioveva anche a Bergamo e su una Juve che – forse nemmeno lei sa come – prende un pomeriggio sofferto, sporco, complicato e lo rigira come una omelette trasformandolo in un pomeriggio sofferto, sporco, complicato ma vincente. Ed è per questo che ho pensato ancora più ardentemente al colibrì, perché ad un certo punto l’essenza del Marco magistralmente ritratto da Sandro Veronesi si rivela attraverso le parole, attraverso una lettera.

Una lettera potente e struggente: no, Marco non è il colibrì solo perché da ragazzino faticò a crescere e per un bel po’ restò minuto. Lo è per la sua capacità di muoversi restando fermo, “fermare il mondo e il tempo intorno a sé, a volte anche risalirlo il tempo e ritrovare quello perduto”. Nessuna recensione – né tantomeno questa che tutto è tranne che una recensione – renderanno abbastanza onore alla potenza di queste parole, ma sapete, la storia dei settanta battiti d’ali al minuto per mantenersi nello stesso punto, ecco oggi la Juventus mi ha ricordato proprio il colibrì.

Si muove la Juve, per gran parte della partita. Ma sembra restare ferma, sempre lì. Ma se non si trovasse , non riuscirebbe a riprenderla, questa partita. Se non mantenesse la sua capacità che quel fino alla fine spiega meglio di qualunque analisi, non riuscirebbe ad aggiungere la parolina “vincente” anche a serate, pomeriggi, partite così. Se Gonzalo Higuain non fosse riuscito ad assorbire la stagione 18/19, adattandosi forse ad essere un nuovo Gonzalo, oggi forse non si sarebbe trovato lì a raccogliere quel rimpallo, lì al centro dell’area, lì ad aprire per Dybala. Oh, Dybala. Settanta battiti d’ali, fermo sì, mica statico, fermo nell’incantare. Resiliente ad un nervosismo iniziale che poi scivola via proprio come questa pioggia.

È una Juventus che sa attendere, fa passare la tempesta. Resta ferma, ma continua a vincere perché gli altri sono già scappati via, troppo presto. Ma quando esce il sole – metaforicamente parlando, si intende – lei è ancora lì. Magari, presto o tardi, brillerà pure un po’ di più, servirà anche questo. Ma intanto ha capito che alla perfezione si arriva soprattutto attraverso la gestione dell’imperfezione. Alla felicità – leggi vittoria – attraverso la forza di saper resistere – leggi a 20’ dalla fine senza alcun sentore di poter rimontare – anche quando la felicità sembra solo un’ipotesi e anche remota. Risale e recupera il tempo (che sembra) perduto.

E invece era solo vissuto, giocato nel suo caso. Proprio come il colibrì.


JUVENTIBUS LIVE