Flussi #4 – 9 novembre, nessun giorno come questo

di Marco Bonomo |

È ancora il 9 novembre, tu ne compi 45 e mi sento un po’ meno giovane anch’io che con te sono cresciuto. Idealizzandoti, idolatrandoti, divinizzandoti. Poi, col tempo, facendo qualcosa di ancora più puro: volendoti bene. Un bene incondizionato. Sai perché? Perché io ricordo tutto. Per esempio ricordo che da bambino impazzivo quando segnava la Juve, ma leggere il tuo nome tra i marcatori al televideo o ascoltarlo alla radio, beh, era come se il cuore smettesse per un attimo di battere per rimettere a posto il microcosmo che avevo dentro. Quel microcosmo che esplose al ritorno da scuola, fremevo, mamma mi disse: ha vinto la Juve e ha segnato Del Piero. Era il 26 novembre 1996. All’epoca giocavo già sul terrazzo a tirare le punizioni, alzavo i calzettoni e li legavo con i laccetti ai lati, proprio come te.

Lo stesso terrazzo della sera del 23 maggio 1997, dove prima pregai e poi piansi. Ma non per colpa tua. In fondo con quel colpo di tacco non mi avevi illuso, mi avevi cullato. Sai, ricordo anche quel pomeriggio buio di novembre, nel 1998. Ero un bambino e non potevo percepire quanto effettivamente ti fossi fatto male, ma il vuoto allo stomaco vedendo quelle immagini da Udine, sì che lo ricordo. Il bianconero è un colore bellissimo, quindi non dirò che quella prima Juve senza di te fu per me una squadra senza colore; dirò però che al bambino che sono stato sei mancato un casino, e certamente per me quella è stata una Juve più opaca.

Ti ho aspettato e ho aspettato a lungo il tuo ritorno al gol. Nel frattempo guardavo e riguardavo una videocassetta oggi consumata dal tempo, Juvecentus, in cui la calda voce di Ferruccio Amendola ti descriveva: Del Piero, quel 10 che più che un numero sembra un voto. Come potrei dimenticarlo? Ero già un ragazzino, invece, quando a scuola il tifo cominciava ad inquinarsi e allora mi toccava difenderti da chi non amava la Juve e ripeteva ciò che i genitori dicevano mentre magari tu segnavi su punizione o a giro sul secondo palo, o al volo, o dopo averne scartati un po’, infliggendo loro dolore. Mi piaceva difendere la Juve e difendere te, da chi diceva che in Nazionale non facevi la differenza. È per questo, ricordo, che dopo Italia-Francia non ero così affranto per la sconfitta, ma perché tu avevi sbagliato. È per questo, eccome se lo ricordo, che dopo Italia-Francia ero così felice, perché avevamo vinto ma soprattutto perché tu quel rigore lo avevi segnato, e avevi segnato anche a Dortmund, regalandomi una delle più belle tachicardie che io ricordi.

E c’è bisogno che scriva quanto il tuo nome si sia inciso sul mio cuore nell’estate 2006? Ma non ricordo lo stupore, ricordo la certezza. Non ci avresti mai abbandonato, non mi avresti mai tradito. In effetti non l’hai mai fatto. Mi hai solo reso orgoglioso di fare il tifo per te. Nelle vittorie e nei trionfi, nelle notti al Bernabeu e nella perfezione del trentesimo, in rovesciata o con linguaccia a San Siro. Già, il trentesimo. Certo che ricordo l’estasi contro la Lazio, la perfezione contro l’Inter e la prima gioia allo Stadium. Ma sapete, io ricordo anche il terrore di uno Juve-Cesena quando appena entrato – in una partita che sembrava maledetta – la tua testa incontrò dei tacchetti e si lacerò come Dio comanda. E poi ti ricordo seduto in quella panchina accanto a Boniperti, o con la maglia di Scirea sulle spalle o con l’Avvocato a darti una pacca; ma anche nelle sconfitte e nelle difficoltà, con lo zigomo tumefatto a Manchester, in panchina, nelle tragicomiche stagioni prima della rinascita quand’eri l’unica luce. E cosa dovrei dire infine del 13 maggio 2012, e delle lacrime tra le più sfrenate e sincere che abbia mai versato.

Da quel giorno è cambiato tutto, ma forse non è cambiato nulla. Uno bravo direbbe: ah, da quando Del Piero non gioca più. Ma io mi emoziono ancora, anche se non giochi, che sia guardandoti con un pugno al cielo sotto la curva a Berlino, o in tv a parlare di Juve cercando di nascondere goffamente il tuo amore, nella speranza che prima o poi ti vedrò seduto con la giacca della Juventus nella tribuna autorità dell’Allianz. Al tuo posto. La prima volta che ti incontrai, ricordo, non riuscii a dirti niente di tutto questo. Dissi solo grazie, mentre le mie mani tremanti reggevano a stento la maglia che mi stavi firmando. Era un grazie perché sono stato fortunato ad averti come compagno di viaggio. Il 9 novembre non sarà mai un giorno come gli altri.

A questo punto, buon compleanno Capitano.


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