Fischi allo Stadium: l’ira di chi crede alla fretta

di Valeria Arena |

C’è chi parla già di titoli di coda quando qui tutt’al più siamo nel bel mezzo di un travolgente e violento climax. Oltre tutto, siamo talmente abituati a leggere della rabbia e della rassegnazione dei perdenti da aver completamente dimenticato l’ira dei vincitori. 

Questo, infatti, è stato ed è tutt’ora un anno particolarmente strano, un anno di montagne russe, addii e nuovi inizi, in cui la collera ha finto di lasciare scampo al sollievo e all’eccitazione per il vento del cambiamento. In verità vi dico che tutta questa irritazione affonda le sue radici nella finale di Cardiff, ma qui fingeremo che i fastidi e i pruriti siano comparsi nella seconda metà della scorsa stagione, la punta di un iceberg che galleggiava in mezzo a noi da almeno due anni. 

Le crepe nelle soffitte non si riparano in mezza giornata neanche se ti chiami Mr Wolf. O forse con Mr Wolf sì, ma quelle sono cose che succedono solo nei film. Qui noi abbiamo solo Mr. Sarri, che non è solo l’uomo più distante da tutto quello che è la Juventus, ma è pure l’allenatore a cui toccato il compito più complicato e complesso di tutti: se a Conte, infatti, è stata data la possibilità di fare nuovamente il santone, di colui che resuscita i morti, e a Inzaghi di continuare da dove aveva concluso, a lui è toccata la commissione della Cappella Sistina con quel che trovata alla Continassa. Non c’è andato minimamente vicino, va bene, ma guardandoci intorno possiamo ammettere che la richiesta era tanto folle quanto assurda.

Quando ripeto, infatti, quanto sia sfiancante e difficile essere Maurizio Sarri, non lo faccio mica perché ho sacrificato la mia vita all’altare del Dio del sarrismo, ma perché effettivamente questo povero uomo gioca contro tutti: ex, ex al quadrato, tifosi, giocatori e pure se stesso. E sfido chiunque a trovare un altro con la stessa pressione sulle spalle. 

Così, siamo arrivati ai fischi, fischi che naturalmente sono di Sarri quanto dei giocatori. Fischi che diventano un punto di non ritorno nel momento in cui uno di quelli che sono in campo li nota e li affronta facendo diventare la contestazione reale e rendendo qualsiasi tentativo di insabbiamento ridicolo. Ovviamente non siamo così ingenui da pensare che fosse in atto un idillio o un breve e pacifica pausa di riflessione, ma neanche così stupidi da credere che una squadra prima in classifica e in corsa per tutto fosse in rotta con i propri tifosi. 

Viene allora da pensare che promettere quello che non sì può realizzare nel breve periodo, la Capella Sistina di cui sopra, è peggio di fallire, sebbene ci hanno sempre insegnato che le rivoluzioni necessitano di tempo; ma noi, come dice il poeta, crediamo della fretta. 

L’ira dei vincitori, scrivevo all’inizio, quella che spesso dimentichiamo o che fingiamo non ci appartenga. E siccome non esiste rabbia più funesta di un vincitore sconfitto, e conservatorismo più estremo di un cuore rivoluzionario deluso, dovevamo aspettarci che prima o poi la bomba scoppiasse e, non a caso, è scoppiata proprio nel periodo dell’anno in cui per la Juve si tirano le somme, questo perché finire i campionati settimane prima ci ha un po’ deviato la mente.

La risoluzione del cubo di Rubik sta però sempre sotto al nostro naso e, così come hanno fatto tutti, Sarri conquisterà i tifosi solo quando vincerà qualcosa che non sia la Coppa Italia. Altro che rivoluzione, un coro più reazionario di questo non si è mai sentito. 


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