First team: Juventus, la docu-serie che lascia l’amaro in bocca

 

Chi sperava di venire a capo alle sedute tattiche di Allegri, di scoprire i segreti più reconditi della preparazione atletica dei nostri giocatori, di capire nel dettaglio come dopo sei anni di scudetti consecutivi, record, Champions sfiorate, si possa ancora costruire concretamente un percorso proiettato alla vittoria di ogni competizione, dovrà mettersi l’anima in pace e attendere che a Netflix, o simili, venga un’idea migliore e più appetibile di una serie di immagini e pensierini che conosciamo ormai alla perfezione. L’unica differenza è che adesso ad esternarli non siamo più solo noi tifosi, ma la stessa società. Che io dica che perdere cinque finali di Champions consecutive nell’arco di 20 anni palesi un evidente problema di qualche tipo, è probabilmente normale, oltre che stupido e irrazionale, ma che lo stesso concetto venga in qualche modo messo in bocca a Del Piero, Torricelli, Buffon e Chiellini, che, ricordiamo, hanno vissuto esperienze e periodi europei decisamente differenti, è forse un tantino azzardato e semplicistico, ma probabilmente funzionale al racconto in parte sentimentale e in parte didascalico di First Team: Juventus.

La sensazione, infatti, è che il progetto di Netflix non scelga una strada netta, inserendosi, da una parte, all’interno del pacchetto di strategie di lancio del marchio, iniziate un anno fa con la presentazione del nuovo logo, ad un pubblico extra europeo e poco avvezzo alla dinamiche interne del nostro calcio e a cui il racconto edulcorato di un’epopea piena di eroi grandiosi ma in fondo umani possa apparire più digeribile e accattivante, e puntando, dall’altra, al cuore di noi deboli tifosi. D’altronde per esaltarci ed emozionarci basta poco, un gol di Higuain al San Paolo, l’esplosione di Dybala a inizio campionato con la 10 sulle schiena per la prima volta o l’ennesimo derby vinto, così come basta poco per cadere in depressione se si guarda all’andatura claudicante in Champions o a quella brutta sconfitta con Lazio in casa che tutt’ora vale il primo posto in campionato.

Sul piano poi prettamente narrativo, sono ormai anni che forniamo a stampa, editoria e televisioni materiale degno di interesse mediatico. D’altronde parliamo sempre di una squadra che negli ultimi sei anni è riuscita a imporsi in Italia e, un po’ meno, in Europa, collezionando 6 scudetti e 3 coppe Italia consecutive e due finali di Champions in tre anni. Ed è qui che l’epopea diventa percorso di dannazione. Le immagini e le interviste mostrate da Netflix non sono altro, infatti, che la versione più spettacolare di tutto quello che ci diciamo giornalmente in pubblico o in privato e che commentiamo alla fine di ogni partita:  “la croce della vittoria”, l’unica cosa che conta, e la maledizione delle finali di Champions, e non solo, perse. Chiosando una delle frasi più significative di Bettega, il senso dell’intero racconto sembra essere racchiuso in una sola domanda: una volta indossata quella maglia, quanto le qualità, così come i difetti, manifestate appartengono ai singoli e quanto alla storia della società?

Sembra quasi facile che arrivino i giocatori e improvvisamente sembrano dimostrare questa qualità. Ma quanto questa qualità gli è trasferita non tanto dagli uomini, ma da una storia?

Quello che si evince dalle interviste, in cui le esperienze degli ex si uniscono a quelle degli attuali giocatori, è quello che ci diciamo dal 4 giugno 2017, ovvero come ormai la storia bianconera si divida in un prima e un dopo Cardiff, in continuum di dannazione e maledizioni lanciate nella culla, di nostre paure e ansie, rese adesso reali dagli stessi calciatori. Isterie che vanno in qualche modo placate per evitare che si trasformino in qualcosa di tangibile e diventino quindi concretamente più pericolose. Più spettacolo che sostanza, insomma. Come le incursioni intimistiche nella quotidianità dei calciatori, i contesti ricamati intorno alle partite più attese e i racconti epici di carriere come quelle di Buffon, Higuain e Dybala. Mai, però, che l’obiettivo della telecamera si spinga oltre, verso ciò che non è mai stato raccontato o reso pubblico e mostri l’applicazione costante e giornaliera di tutto quello continua ad essere ribadito a parole da chiunque faccia parte dell’ambiente bianconero: cos’è la Juve quando le luci sono spente e a noi tifosi non è permesso di curiosare? Come, e perché, nasce la squadra che vediamo ogni settimana in campo? Come si mantiene viva la fiamma agonistica nel quotidiano? D’altra parte ce lo chiediamo pure noi che quell’ambiente lo conosciamo bene

Il risultato però è deformante e il braccio della bilancia che pesa di più è quello relativo al pubblico extra europeo o comunque digiuno di calcio. Non a caso la società pare avere poco apprezzato il progetto finale, da cui esce fuori un’immagine decisamente semplicistica di squadra e società. L’obiettivo era di quello di raccontare la stagione 17/18, la ricorsa al settimo scudetto consecutivo, il ritorno in Champions dopo una sconfitta che ancora brucia, ma si è trasformato in un banale Juventus for dummies. Non me ne voglia Netflix, e chi ha aiutato a realizzare la serie, ma la Juventus è un’altra cosa e forse anche i diretti interessati se ne sono accorti.

Senza dubbio un strategia di marketing riuscita, soprattutto se si guarda ai mercati inesplorati, e, contemporaneamente, un’occasione mancata, se invece si focalizza l’attenzione su noi che ci cibiamo di Juve quotidianamente e su chi segue assiduamente il nostro calcio. Un’opportunità sprecata per rispondere a numerose domande, osservare da vicino ciò che non viene mai raccontato o mostrato, capire come la Juve del dopo Cardiff stia ancora una volta alzando l’asticella per affrontare l’ennesima stagione per niente scontata e, soprattutto, per far luce su uno dei misteri più oscuri degli ultimi anni: perché si fanno sempre tutti male? Ma questa è un’altra storia che forse meriterebbe una serie a sé. Not first injuries: Juventus. Se ci sei, Netflix, batti un colpo.