A Firenze (e non solo) una nuova generazione di juventini

Tra tutte le città in cui la Juventus è vista come lo spauracchio da esorcizzare, Firenze ha un posto speciale. Non me ne vogliano i tifosi bianconeri di Roma, né quelli di Napoli, che pur hanno le loro belle gatte da pelare, ma la rivalità contro la Vecchia Signora, per come è vissuta dai viola, non ha pari altrove ed è del resto la più antica. Come raccontava qualche mese fa su Juventibus Nevio Capella, sembra che il pomo della discordia risalga addirittura al 1928, a un 11-0 (per la Juve, va da sé) che avrebbe fatto particolarmente arrabbiare i tifosi viola alla loro prima iscrizione alla Serie A. Una rivalità che sarebbe poi conflagrata col finale di campionato del 1982, con le recriminazioni arbitrali della Fiorentina (peraltro prive di fondamento) che avrebbero trasformato i gobbi nell’incarnazione dei ladri.

Ebbene, nella città in cui essere tifosi della Fiorentina è più identificante persino della Cupola del Brunelleschi, qualcosa sta cambiando. In modo strisciante, ancora appena accennato, ma sta cambiando. Molti tifosi della Juventus, troppo abituati a vincere, sottovalutano la difficoltà e il valore di sette scudetti consecutivi. Ma al di là del miracolo sportivo che quelle vittorie rappresentano, emerge un aspetto simbolico che potrebbe avere un valore storico enorme per la storia del tifo in Italia: i bambini, non solo a Firenze, ma tanto più perché succede a Firenze, cominciano a mandare segnali di distacco nei confronti della «religione» dei loro genitori: «Babbo, mi compri la maglietta di CR7?». Iniziano così, i primi vagiti di una possibile rivoluzione. Ciò non significa che quei bambini, ancora molto piccoli, diventeranno davvero tifosi bianconeri; i genitori del resto stanno correndo ai ripari, improvvisano cure Ludovico per esorcizzare il rischio: full immersion in curva Fiesole, maglietta viola e gagliardetti, prima che sia troppo tardi.

Sempre più spesso sui social si leggono post di uomini e donne affranti. Come questo: «In aeroporto, prima di partire, il mio bambino mi dice: “Mamma, mi compri qualcosa della Juve?”. Ho sentito un tonfo al cuore. L’anno prossimo farà le ferie a San Frediano», uno dei quartieri simbolo della fiorentinità (non solo, ma anche) calcistica. Alla casa del popolo dell’Isolotto, tra le poche ancora davvero rosse, a sorprenderti è il nonno che non aveva mai avuto il minimo dubbio sulla fede della sua discendenza: «I’ mi’ nipote? Ancora ‘gl’è piccino. Ma se mi diventa gobbo l’ammazzo». Una volta non c’era bisogno neppure di dirlo, il nipote non sarebbe mai diventato juventino. E quella frase al massimo veniva scomodata per parlare di politica con un «fascista» al posto del gobbo. Per chi è nato a Firenze quarant’anni fa o poco più (non a Prato, non a Arezzo, noti feudi bianconeri, ma a Firenze), dopo esser cresciuto con le stesse serenità di un Aiace Telamonio da solo davanti all’esercito troiano, è l’apocalisse di una speranza, di un futuro diverso, di una vecchiaia serena tra tanti giovani compagni di tifo.

In questo scenario, il ruolo di Cristiano Ronaldo potrebbe avere un effetto dirompente. CR7 è un simbolo, un logo, prima ancora che un calciatore straordinario, è l’immagine di un campione trasversale che suscita ammirazioni e invidie a prescindere dalla maglia che veste. Il bambino si identifica in calciatori come CR7, come Messi, prima ancora che in una squadra vera e propria. In Italia questo effetto lo creò Diego Armando Maradona, che molto più dei due scudetti del Napoli anni ‘80, portò una buona fetta di tifosi senza patria di tutta Italia a simpatizzare per gli azzurri. Cristiano Ronaldo è il grimaldello di un sabotaggio, di uno storico cambio di equilibri. Del resto, i miei colleghi del Corriere Fiorentino annusarono subito l’aria che tirava e all’indomani dell’ufficializzazione dell’acquisto del talento portoghese, pubblicarono un’intervista all’ex direttore della Galleria degli Uffizi, Antonio Natali: titolo, «Moriremo tutti juventini?». Chiedeva Edoardo Semmola: «Ma come si fa a impedire ai bambini di cadere nell’effetto ronaldizzazione? Anche a Firenze rischiamo l’emulazione a valanga: una nuova generazione a tinte bianconere…». Rispose Natali: «Bisogna insegnargli a perdere. Io ne so qualcosa: sono viola da quando ho memoria e se c’è qualcosa su cui sono preparato è la sconfitta». Ecco, almeno istintivamente i bambini lo sembrano molto meno. Con buona pace di tifosi (già da un pezzo) bianconeri che le vittorie a volte sembrano portati a sottovalutarle.