Final Eight Champions: la Lisbona di Cristiano Ronaldo

di Silvia Sanmory |

Appena sfiorò il pallone, restammo tutti incantati. Da dove è piovuto questo?”.

(Paulo Cardoso, allenatore Sporting Lisbona)

Aprile 1997, campo Sporting da Torre, a quei tempi luogo di allenamento delle giovanili dello Sporting.

Il dodicenne Cristiano, arrivato da solo in Portogallo pochi giorni prima, biglietto aereo da Madeira con tariffa ridotta considerata l’età, indossa la maglia della squadra per il riscaldamento. Fa qualche saltello, una serie di scatti, stretching, lucido come un veterano, pronto a prendere possesso della palla.

Quando sfiora la sfera pochi passaggi sono sufficienti ai presenti, dal coach Osvaldo Riva  sino ai futuri compagni di squadra, per lasciarli sbalorditi; l’osservatore Paulo Cardoso grida al prodigio tanto da annotare nel rapporto finale: “Il ragazzo ha un eccezionale talento e una tecnica già molto sviluppata. Possesso palla straordinario. Impavido ed audace“.

Il talento nel dribbling impressiona gli addetti ai lavori allo stesso modo dello spirito da leader che manifesta sin da subito il giovanissimo Ronaldo. Documentandomi nel tempo sul galattico CR7, mi sono imbattuta in un episodio che mi torna in mente ora, avvenuto pochi giorni dopo il provino. Cristiano sta giocando contro i migliori allievi della scuola calcio, tutti più grandi di lui. Un difensore lo marca molto, troppo stretto, “gli alita sul collo“. Senza perdere la calma, Ronny boy si gira a guardarlo apostrofandolo con un “Ehi ragazzino, datti una calmata“.

Ragazzino“.

Ad assistere alla scena c’è Aurelio Pereira, il responsabile acquisti e cessioni dello Sporting, che da quel momento è risoluto a reclutare Cristiano in squadra tanto da redigere un secondo rapporto per convincere definitivamente i responsabili finanziari del club dell’ottimo investimento che rappresenta.

Nell’agosto del 1997 Cristiano entra a fare parte del vivaio dello Sporting, insieme ad una ventina di altri ragazzi, tutti di almeno due anni più grandi di lui. Diventa la mascotte della scuola calcio e del Centro de Estàgio, accanto allo stadio Alvalade, il residence dove ha vissuto i primi tempi; il piccolino da proteggere, insomma, ma le cronache ci dicono che non lo rimarrà a lungo; lo racconta lo stesso Cristiano in una vecchia intervista: “Dovevo arrangiarmi da solo, mi svegliavo, lavavo e stiravo i miei vestiti, rifacevo il letto, tutte cose che di solito un dodicenne non fa perché c’è sempre qualcuno a occuparsene per lui. Nemmeno io ero abituato ma imparai in fretta, e presto diventai un uomo”.  Lo raccontano gli ex compagni della scuola calcio che lo ricordano caparbio, impegnato ogni giorno in camera a fare esercizio fisico, ad allenarsi al campo anche da solo, ad iniziare a palleggiare al mattino appena sveglio, a correre in strade in salita con i pesi alle caviglie; il talento che va di pari passo con la voglia di essere il migliore, lo spirito di competizione che sostiene anche i momenti di crisi, quando piange al telefono con la mamma per la nostalgia di casa, e che lo porta ad essere considerato il capitano anche senza una vera e propria fascia al braccio.

Per tre stagioni Cristiano non si perde d’animo, rispetta religiosamente una routine fatta più che altro di allenamenti, fa il raccattapalle agli incontri della prima squadra  e con i cinque euro a partita che guadagna si concede la pizza con i compagni in una pizzeria convenzionata. Non è ancora un vero calciatore ma gioca al livello dei migliori. Non lo scoraggia neppure la tachicardia che lo costringe ad un intervento e a tre mesi di stop.

Quando compie sedici anni, CR7 diventa il primo calciatore nella storia dello Sporting a giocare nella stessa stagione (2001 – 2002) in contemporanea con le formazioni Under 16, Under 17 e Under 18 e ad entrare in campo con la squadra titolare. Incredibile, quasi da trama di un romanzo.

La chiave di svolta è il 3 agosto del 2002, durante la sua seconda stagione da professionista.

Lo Sporting gioca un’amichevole contro il Real Betis, risultato fermo sul 2 -2. Cristiano entra in campo nell’ultimo quarto d’ora di gioco. E a un minuto dalla fine compie la sua missione: si impossessa della palla, dribbla il portiere avversario pur trovandosi in posizione sfavorevole rispetto alla porta, senza contare che un difensore sta arrivando a grandi falcate per coprirla.

Cristiano non perde lucidità, dalla linea laterale dell’area di rigore punta il palo opposto, pallonetto che gonfia la rete.

La prima di Ronaldo per il club di Lisbona.

L’emittente televisiva che trasmette l’incontro riesce a sbagliare il nome in sovrimpressione, gol realizzato da un improbabile “Custodio” Ronaldo.

Il giorno dopo, in compenso, la stampa specializzata non sbaglierà le generalità di quello che che viene definito come il realizzatore di una rete capolavoro.

Di li in poi i grandi club europei iniziano ad interessarsi al fenomeno Ronaldo, quello che svetta su tutti, che sbalordisce tutti, come quel dodicenne arrivato da solo in aeroporto con un cartello con il nome appeso al collo.

Il resto è storia.


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