Il fenomenale caso dell’Interismo e del mondo parallelo

di Giancarlo Liviano D Arcangelo |

Un errore netto, marchiano, incredibile.

Al 96′ di Fiorentina-Inter del 24 febbraio 2019 l’arbitro Rosario Abisso manda nell’abisso, per un intero popolo, la credibilità dello strumento VAR che per anni quello stesso intero popolo ha invocato come la fine di ogni ingiustizia, la sfera oracolare, la garanzia che nessun impostore  avrebbe mai potuto togliere le meritate vittorie al grande buono, al santo, al Don Chisciotte del calcio moderno, l’Inter.

E invece niente da fare: almeno questa volta non è andata così.

Abisso, dal campo, ha visto il pallone scagliato da Chiesa carambolare su D’Ambrosio e, d’istinto, ha fischiato il rigore. Poi, per garanzia, è andato a rivederlo al monitor, dopo che in precedenza, già per due volte il VAR aveva sbugiardato le sue decisioni. Cos’era accaduto qualche attimo prima? Facile. Prima petto, poi forse il braccio, le immagini non mentono, sono chiare, anzi chiarissime. È petto.

Eppure per Abisso è rigore. Orgoglio? Autoreferenzialità al punto di vedere a tutti i costi quello che si ha già in mente? Zelanteria fuori giri nell’interpretazione visto che in stagione molti falli di mano “leggeri” si sono trasformati in rigori?

Difficile dirlo, e non è nemmeno il tema più interessante. L’errore è grave, come ne capitano tantissimi ogni anno a tutte le squadre, molto grave se si pensa che si trattava dell’ultimo minuto e che c’è stata la revisione via monitor, proprio come, ad es., accadde in Genoa-Juve dello scorso campionato, col VAR confermò un rigore per il Genoa nonostante il fuorigioco di Galabinov.

Ma il tema interessante, il cortocircuito, è la reazione di quel popolo, il popolo dell’interismo, che ancora una volta, come in tutte le polemiche che lo riguardano – che occupi il ruolo di vittima o di carnefice – riesce in un’impresa assolutamente unica, impossibile per qualsiasi altra tifoseria: poter contare su reazioni immediate solide, compatte, monolitiche. Un urlo di guerra. Noi Juventini, dopo un caso eclatante come il fallo (C’era? Non c’era) di Benatia al Bernabeu, e le dichiarazioni colorite di Buffon, eravamo divisi. Qualcuno col capitano, tanti contro. Gli interisti no, sono sempre una falange.

Ricordate Russel Crowe nel Gladiatore gridare “Testuggine! Come un sol uomo!”. Ecco: sembra che ci sia un gladiatore in ogni interista, pronto a lottare in difesa di una tesi che è una visione del mondo religiosa, un’identità netta, precisa e fondante: l’Inter è pulizia, onestà, non può ricevere favori, solo torti, è garanzia dello sport pulito. Dogma da ribadire ad ogni occasione possibile.

Un’identità forte che richiede molta fede, dogmatica e settaria. Così, che si tratti di favori o di torti – e lo diciamo con ammirazione, sbigottimento, sconcerto e al tempo stesso con una certa invidia – gli interisti reagiscono in massa, possessori di un gene unico, che si tratti di tifosi “vip” o no.

Una compattezza che non è soltanto emotività, ma assomiglia ad un codice massonico fatto di intese segrete, tecniche collaudate, strategie di creazione di post-verità sperimentate negli anni, al fine di costruire un mondo parallelo in cui credere. Un mondo irreale ma tondo come quello reale. E poiché, si sa, l’unione fa la forza, accade il miracolo. Quel mondo parallelo prende vita contemporaneamente in milioni di tifosi nerazzurri, implacabile.

Gli esempi possono essere infiniti, per riportarli tutti servirebbe un’enciclopedia.

Andando a ritroso, iniziando dall’inizio dell’era VAR, anche da poche settimane fa, Roma-Inter 2-2, incredibile rigore negato alla Roma per un fallo di D’Ambrosio su Zaniolo, l’arbitro non consulta il VAR, e nell’azione successiva l’Inter va in vantaggio. Persino una tifoseria come quella romanista, non sobria in fatto di piagnistei, reagisce in modo blando: chi grida allo scandalo, chi se la prende con i propri giocatori, chi con Pallotta o Di Francesco. Gli interisti no, approfittano di queste crepe, della frammentazione, leggono la situazione e hanno pronta la contromossa. In blocco, all’unisono, come la Wiener Philharmoniker guidata dal grande Riccardo Muti, s’inventano di sana pianta un presunto rigore di Icardi per spinta di Manolas!

Spalletti prima dice che non parla mai di arbitri, poi torna a Sky dopo un’ora per ribadire che il furto maggiore lo ha subito proprio l’Inter, Manolas ha dato una tranvata a Icardi. Un rigore a testa, ma più decisivo il loro, che a quel punto non si poteva recuperare. Plausibile? No, ma il rumore è sufficiente a coprire i brusii altrui e il fattore identitario è salvo. I buoni, i santi, possono continuare a vivere senza macchia. Nessuno ricorda chi era l’arbitro di quella gara decisiva per la Champions. La percezione pubblica è (apparentemente) salva.

La scorsa stagione è paradigmatica. Nel testa a testa contro la Lazio per la Champions (ottenuta all’ultimo respiro nello scontro diretto a poche ore dall’ufficialità del laziale De Vrij!) è rilevante l’incidenza degli errori pro-Inter e contro i biancocelesti in tanti momenti: in Milan-Lazio nonostante il VAR viene convalidato un clamoroso gol di mano di Cutrone; i laziali insorgono ma in modo blando, senza compattezza. Morale: un errore come tanti. Qualcuno lo fa notare, qualche laziale insorge, ma ancora una volta senza la giusta forza: bastano poche ore e tutto va nell’oblio.

Chi arbitrava quella gara? Esisteva un disegno dietro quell’errore? Chi avrebbe dovuto rispondere di quella vergogna assoluta? Non lo sapremo mai, perché se pensiamo al 2017-18, il vero casus belli, la prova dell’esistenza del bene assoluto (nerazzurro) e del male assoluto (indovinate chi?) si assiepa in Inter-Juventus 2-3. Gara vibrante, l’Inter la domina in 10 nonostante il rosso (sacrosanto) a Vecino, poi altri episodi discussi, una spallata in area di Cancelo a Matuidi, un secondo giallo netto a Pjanic, un’altra “tranvata” di Skriniar su Higuain lanciato a rete. La Juve vincerà la gara nel grazie a una rimonta fortunata, ma cosa resta nel ricordo generale? Il rigore su Matuidi? No. L’espulsione di Skriniar? Giammai. Resta il secondo giallo mancato a Pjanic! Non è poco per montare un caso mediatico duraturo? Sì, ma il popolo interista è una macchina perfetta, pugnace, che innescata dalla scintilla crea una forza motrice inarrestabile: la reazione compatta social, roboante e veemente (ladri, vergogna, Calciopoli) poi l’argomento fantoccio che fa da oppiaceo per il riverbero identitario: l’incredibile video di Allegri che saluta affettuosamente il conterraneo Tagliavento. Sapevano benissimo, come i lupi sanno della loro stessa fame, che con la Juve di mezzo, e la sponda dell’altro popolo “falange”, quello dei tifosi del Napoli, sarebbe bastato poco a scatenare i media, il cui funzionamento è quantitativo, per cui la Juve e i suoi eroi vanno celebrati (per la metà dei tifosi italiani juventini) o etichettati come ladri (per compiacere la metà dei tifosi anti juventina), e territoriali (i grandi poli editoriali di Roma e Milano non amano molto la Vecchia Signora).

Un copione ripetitivo, pressoché identico, c’è stato anche in Juventus-Inter 1-0 del febbraio 2017.

Partita tesa, la Juve vince 1-0 con una bomba di Cuadrado, poi prevale il nervosismo. Non succede nulla di particolare, qualche situazione al limite (fantomatica trattenuta Lichtsteiner su D’Ambrosio e deviazione in angolo di Mandzukic su Icardi in un contrasto in area), ma a fine gara, come un fulmine a ciel sereno, il popolo nerazzurro muove battaglia a testuggine. L’allenatore Pioli fa emergere due rigori non dati “clamorosi”, parte il tambureggiar della drum machine (ladri, vergogna, Calciopoli) e il solito argomento fantoccio: una punizione fatta ribattere dopo un lancio di Chiellini ad Icardi “solo lanciato a rete”. Risultato: per Inter-Samp del turno successivo, striscione “Noi non rubiamo” e – incredibile, ma geniale per il livello di impostura – l’ennesima panolada!

Tacendo sui tanti episodi singoli (non basterebbe una seduta mensile a partire dalle tibie a rischio disintegrazione per gli interventi di Gagliardini mai espulso), è meglio ricercare alcuni assoluti, ovvero rintracciare una fenomenologia.

Ricorderete che proprio un interista sui social, tal Interismo Cosmico, aveva lanciato l’hashtag #JuveOut. Un fallimento, un momento di gloria rilanciato dagli juventini, l’autore vive il momento di notorietà di warholiana memoria (un tempo 15 minuti, ora 15 secondi) come ospite al telefono in radio a “La zanzara”, sufficiente per fare da punching ball del conduttore Cruciani che lo ridicolizza.

Come mai una mozione così ghiotta per il monolite nerazzurro viene monoliticamente rigettata? Semplicissimo. Perché minacciosa per il mito fondativo e l’equilibrio identitario. Spieghiamolo: l’interismo può  contare su una vera e propria identità di popolo: ma affinché un’identità collettiva possa costituirsi in modo preciso, sedimentare così profondamente, ed entrare in azione in modo così efficiente, è necessario appoggiarla a fondamenta solide.

Una metafisica del tutto libera, una coscienza di sé libera di volteggiare nel mondo simbolico del tifo, un mondo che vive di antagonismi e rivalità, senza contraltari da sola non basta, non può bastare.

Per una triangolazione solida e duratura servono altri due elementi di alterità, due sponde. Quali? Un trauma e un nemico. Di come il tifo interista abbia costruito negli anni la sua identità attuale, lo abbiamo raccontato diffusamente in questo pezzo dello scorso 10 marzo; basterà ricordare che il trauma è Calciopoli, evento che nella leggenda nei libri sacri gli interisti fanno cominciare, simbolicamente, con lo scontro Iuliano-Ronaldo. Il nemico, va da sé è la Juventus. Il Leviatano, Moby Dick, il male assoluto che pulsa e si diffonde nell’universo, il lato oscuro dell’animo umano che prende vita in una società di calcio, con l’Inter nel ruolo del giusto capitano Achab mutilato dal cetaceo e da allora in vita con l’unica ragione della vendetta: «La Balena Bianca gli nuotava davanti come la monomaniaca incarnazione di tutte quelle forze malvagie da cui certi uomini profondi si sentono rodere nell’intimo…». Ecco perché #JuveOut non è stato monoliticamente cavalcato: avrebbe significato la perdita della grande ossessione, dell’alibi eterno. Una vera tragedia per il riverbero identitario.

Oltre al dimenticato #JuveOut, c’è un’altra minaccia perenne all’identità interista: la realtà.

La storia dell’Inter non è quella di una provinciale che può scambiare il mito dell’onestà e della lealtà con una bacheca vuota. L’Inter è stata, in due momenti nella storia, vincente, protagonista di cicli. Il primo ciclo, con Angelo Moratti, Herrera e Allodi, fu caratterizzato dalle note accuse di doping documentate anche da Gianni Brera, e dalle accuse del giornalista inglese Brian Glanville sulla corruzione arbitrale in tante gare delle vittoriose Coppe dei Campioni. Il secondo ciclo, post-Calciopoli, è stato una dimostrazione letterale dello #JuveOut. Cos’è accaduto con la Juventus prima in Serie B e poi bloccata per un quinquennio in posizioni di secondo piano dal 2006 al 2011.

Questo:

Achab di colpo diventò Moby Dick.

Come fronteggiare dati oggettivi che azzerano la credibilità identitaria come i vari passaportopoli, le prescrizioni, le telefonate di Facchetti, il doping amministrativo, le plusvalenze fittizie? Sempre allo stesso modo: con una risposta alle minacce esterne compatta e monolitica, sintetizzata da un comportamento già descritto nella guida simbolica del tifo del 7 settembre 2016: l’azzeramento dello squilibrio psichico più temuto e avversato: la dissonanza cognitiva.

Come risolverla visto che è impossibile conviverci? Attraverso le rimozioni, o attraverso uno spostamento verso il feticcio, grazie al quale l’intero piano emotivo nerazzurro si dirige compulsivamente verso il famigerato Triplete (con l’esaltazione -a distanza- dell’eroe Mourinho che sbeffeggia la Juve e del Cholo Simeone che la manda al tappeto). Ancor più di frequente però tra gli interisti si verifica l’atteggiamento che gli psicologi sociali chiamano compartimentalizzazione: la tendenza a permettere una coesistenza psichica di condizioni inconciliabili tra loro, senza angoscia o senso di colpa, o non cogliendone la contraddizione. Tale comportamento è indistinguibile dall’ipocrisia.

L’ultima grande compartimentalizzazione collettiva (dopo molti altri tentativi di imitazione), è piuttosto recente, con il passaggio in nerazzurro di Giuseppe Marotta, di colpo miracolato da un’abluzione totale dai suoi peccati bianconeri e tramutato da arrogante, ‘ndranghetista e ladro, in santo, savio, l’uomo in grado mettere in riga il grande capitano ribelle Icardi.

A noi non resta attendere il prossimo Tsunami, la scintilla, l’errore contro l’Inter, e scoprire quale nuovo arbitro, già da bambino, bramava di prendere parte al grande complotto contro il calcio pulito.

In foto, un giovanissimo Rosario Abisso in maglia rossonera