Feliz, solitaria y final

di Riceviamo e Pubblichiamo |

cardiff chiuso

Quando il 22 maggio 1996 Gianluca Vialli alzava, ultimo capitano juventino, la Coppa dei Campioni, altro non ero che un bambino di cinque anni quattro mesi e nove giorni che guardava una partita come le altre e che quella partita non ricorderà mai.

 

Ci ho messo tutta una vita ad ammettere che nel mio palmarès quella coppa non esiste o, al più, che si trova nascosta in qualche angolo della memoria nel quale temo di non imbattermi mai.

Come quando ci si convince di esser parte di una storia tante volte la si è sentita raccontare, così io ho voluto credere – e per molti anni ho davvero creduto – di ricordare quella partita: la palla lenta di Penna Bianca che supera appena la linea di porta, l’errore e i miracoli del Cinghialone, le corse furiose di Torricelli, i due passi di Pessotto verso il rigore e la gioia inumana di Di Livio che saltava con occhi chiusi e picchiava la terra, come a voler scoprire se quel castello di gioia potesse crollare sotto i suoi piedi.

 

Fu ed è stata fino a poco tempo fa la Juventus, più precisamente le sue campagne europee, a far sì che esibissi di fronte ai  miei coetanei quella vittoria solo immaginata come un trofeo, un momento di gioia pura, da collocare nella stanza dei ricordi proprio accanto alla finale di Manchester per i milanisti e a quella di Madrid per l’altra sponda di Milano: vittorie piene, partite perfette per motivi diversi.

 

Il Milan, ad esempio, non aveva nulla da dimostrare. Già all’epoca, aveva cinque coppe dei campioni in bacheca e una storia che la collocava di diritto nel podio d’Europa. Non aveva bisogno di essere la migliore, probabilmente non lo era e a loro giustamente non importava nulla: dovevano solo vincere la partita e l’hanno vinta. Persino l’amaro rimpianto (e  la gioia beffarda) dei rigori e del giallo a Nedved, persino il diritto di irridere i nostri “se-ci-fosse-stato-lui”.

 

Tale e quale fu la vittoria dell’Inter su un mediocre Bayern Monaco: l’impresa era già stata compiuta, la finale aveva un epilogo già scritto, nei miei ricordi è più una passerella che una battaglia, non ho mai pensato anche solo per un secondo che l’Inter non avesse vinto la coppa al Camp Nou, tornando a Milano con lo scalpo di quei mostri lì.

Al contrario del Milan,  avevano molto da dimostrare e hanno saputo farlo. Fu una vittoria rotonda, perfetta come la gioia di quel momento. Anche loro chiudevano un cerchio e in fondo l’Inter non è mai stato niente di diverso da ciò che ha fatto negli ultimi venticinque anni: tanta poesia e nessuna prosa. Incostante, spesso senz’anima eppure talvolta di un romanticismo commovente.

 

Queste serate, ammesso che appartengano alla storia europea della Juventus ,certo non appartengono alla mia generazione..

Noialtri juventini che di anni ne abbiamo ventisei o meno, la notte dell’olimpico non ce la ricordiamo nemmeno. In compenso ricordiamo – o almeno, io ricordo – molto bene la finale con il Borussia, per la quale piansi e quella con il Real Madrid, per la quale non piansi ma provai lo stesso e identico dolore di un anno prima. Vincere solo la prima di tre finali giocate in tre anni ha lasciato la sensazione che servisse un’altra coppa per chiudere il cerchio. E invece ne abbiamo perse altre due, di finali, di cui una abbastanza dolorosa. Forse è questa costante tensione verso la vittoria che verrà, questa profonda avversione alla sconfitta, assai più dolorosa di quanto non sia piacevole la vittoria, la vera condanna della Juventinità.

 

Mettere insieme i puntini di questi ultimi venticinque anni di storia europea juventina significa quindi fare i conti con una gioia incompiuta, con la bellezza di una vittoria seppellita da una montagna di dolorose sconfitte: troppe volte la volpe bianconera ha sfiorato l’uva senza coglierla, troppe volte abbiamo saltato abbastanza in alto mancandola per una folata di vento, per il tempo di un respiro.

 

Essere juventino e avere la mia età comporta che la finale di Cardiff la si concepisca come l’ennesima opportunità di chiudere il cerchio, l’occasione di andare avanti consapevoli di aver raggiunto almeno una volta l’agognata perfezione: questa è la speranza che Cardiff conserva.

 

Un gigantesco appuntamento col destino, un bivio per milioni di strade lontane milioni di chilometri che arrivano e da li ripartono verso una felicità sconosciuta o tornano a inseguire  un sogno vecchio almeno quanto me.

 

Potrei ancora sciorinare un rosario di nomi, circostanze e fattarelli – che nella vita di un tifoso spesso hanno un peso notevole – che rendono Cardiff lo snodo di innumerevoli destini ma questa verità mi pare  per così dire,  evidente.

 

E’ uno strano paradosso della juventinità ma è un fatto che la superiorità tecnica non sia mai stata la penna per un lieto fine: penso ad Atene e alla parabola di Magath, alla tragedia dell’Heysel, due meteoriti sul rapporto tra noi e la coppa;  penso all’incredibile sconfitta col Borussia, al fuorigioco di Mijatovic e ai rigori di Manchester. Finali in cui godevamo dei favori del pronostico (certamente) e dei valori in campo (probabilmente).

E’ questa la strada che da qualche parte in Europa porta, ancora, a una finale, lastricata di orgoglio e sconfitte dolorose. Nel frattempo c’è stata  tra le altre la partita di Berlino, ma quella sconfitta non ha nulla a che fare con la storia, col destino o con la maglia, affonda le sue radici nei piedi degli avversari e più che una regola mi è sempre parsa l’eccezione che la conferma.

 

Sia quel che sia, è una di quelle serate che racchiudono tutto il senso di una vita da tifoso e che rischiano di sconvolgere in ogni caso il tuo rapporto con il fùtbol.

Una vittoria sarebbe la gioia unica e irripetibile della prima volta, un’appagante, piena e sconosciuta sensazione di sazietà.

La sconfitta sarebbe, essenzialmente, un altro inizio, il primo passo dell’ennesimo cammino  sulla via dell’ossessione.

E per quanto il pensiero mi terrorizzi nutro allo stesso tempo il sospetto che la strada potrebbe mancarmi.

 

Proprio lì, su quella strada, ci aspetterebbero le trombe a cui da molti mesi abbiamo tolto il fiato. Intonerebbero la solita melodia: perdenti. La verità, in fondo lo sappiamo anche noi.

Ma siamo perdenti “vestiti con i panni del sogno”, per dirla con Soriano. Sempre all’ultimo atto. Sempre a un passo dalla luna.

 

Jacopo Macrì