Federico Chiesa, la piacevole normalità del suo universo

di Silvia Sanmory |

Se non avessi fatto il calciatore, avrei fatto il fisico. L’universo è un pensiero fisso“.

(Federico Chiesa)

L’universo. Dove non ci sono continui assoluti, dove tutto è mutevole, dove vacilla il sentimento dell’unico. Non è un caso che Federico Chiesa ne sia affascinato, in un’intervista ha dichiarato che spesso i giovani, anche nel calcio, pensano all’uno piuttosto che al molteplice, all’io esasperato, al divismo: “Oggi il calcio è molto immagine, a me interessa poco“.

L’universo di Federico è piuttosto variegato, mai banale nella sua apparente normalità.

“Mi scusi…”

E’ l’agosto del 2016, prima giornata di Campionato, la Juventus affronta la Fiorentina allo Stadium.

L’allenatore Paulo Sousa annuncia a Federico Chiesa che sarà in campo da titolare. Lui sbianca, è ammutolito quando si trova davanti Gigi Buffon, ex compagno di squadra del padre Enrico al Parma; è incredulo quando incontra Dani Alvez, sino a pochi giorni prima soltanto una presenza virtuale della sua squadra Fifa alla Playstation.

Tra il primo e il secondo tempo Federico rimane più a lungo del necessario nello spogliatoio, forse per gestire ed incanalare le tante emozioni. Al suo rientro uno steward lo trattiene: “Non possiamo fare entrare chiunque in campo“. Federico risponde: “Mi scusi, ma io avevo giocato prima“.

English Man

Se si ascoltano le sue interviste, è innegabile che Federico ha un registro linguistico completo, a tratti aulico, merito anche dei sette anni di studio e di lezioni in inglese alla Scuola Internazionale. “Mi ha insegnato a vivere open mind” dice. E gli è valsa il nomignolo de “L’inglese” da parte di molti suoi compagni di squadra.

Istruzioni per l’uso

I miei genitori mi hanno dato le istruzioni per non perdermi in un mondo luccicante ma pieno di insidie“. Soprattutto cercando di tenere Federico con i piedi ben saldi a terra. Emblematica la telefonata a casa dopo il suo primo gol ufficiale nella trasferta di Europa League contro il Qarabag nel dicembre del 2016, lui che sprizza euforia da tutti i pori (“Volevo abbracciare tutti”): “Mio papà ha detto una sola parola: “Ottimo”. Al rinnovo con la Fiorentina, Federico non ha voluto procuratori, si è presentato soltanto con il papà.

Gesti complici

Il papà Enrico è stato un attaccante di gran valore (500 partite giocate, 200 reti delle quali 138 in Serie A), Federico ha studiato nel dettaglio le sue giocate documentandosi in Rete. Tra i due c’è molta somiglianza (in tanti hanno notato che in campo hanno persino la stessa mimica facciale) ma soprattutto molta complicità, racchiusa in un gesto tenero: dopo ogni rete segnata al Figline Valdarno, squadra con la quale Enrico  ha concluso la carriera agonistica, il calciatore andava ad esultare dal raccattapalle, che altri non era che il piccolo Federico.

“Chi fa gol? Io”

E’ un bimbetto biondo e paffuto in braccio al papà quando durante un’intervista sul possibile erede di Batistuta, incalzato su chi fa gol, risponde pronto al giornalista: “Io“. Risoluto sin da allora.


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