Come è fatta la Lazio (e i laziali)

di Simone Navarra |

La Lazio è la squadra di fratelli, cugini e parenti lontani. Il laziale non è come quello che ti saluta o ti circonda a scuola, canzonandoti se la tua squadra ha pareggiato con il Sassuolo o perso con il Milan dopo essere stata in vantaggio 2-0. Lui conosce la sconfitta, il dolore e lo strazio. I suoi idoli sono spesso finiti male se non malissimo. Le sue speranze frustrate da un magnate che non si è preso nulla oppure troppo, regalando soldi per la vittoria truccando i bilanci, fregando un po’ qui e la. Le partite con la Lazio sono un viaggio nella storia, ma anche sfide a briscola e odore di paese, cappelli di paglia e donne con la vestaglia. Perché poche volte decidono e molte volte confondono, portano altrove. Se stai attento però potrebbero anche indicare la strada. Perché quando la Juve perde, anche sonoramente, si sono fatti dischi e registrazioni, si mandano a memoria passaggi e bomber venuti su per l’occasione. I laziali ricordano tutti i ragazzi che ci hanno segnato. Ogni azione finita o bloccata, i passaggi bruciati ed i Cuccureddu che segna contro la Roma e ci regala uno scudetto.
Loro sono così. Un po’ perduti nella cronaca e con la testa amanti del poetare confuso e sfrontato di un Pasquino qualunque. Hanno amato Gascoigne e Bruno Giordano, D’Amico e Manfredonia, Nedved e Nesta, Christian Vieri e Marchegiani. Eppure nessuno di questi è mai stato chiamato in seno alla società per allenare o governare qualche campione, più o meno imberbe. Roberto Mancini ha fatto tappa come mister ma poi si è legato ad altro. Chinaglia, nella sua parabola unica e caduta, è tornato come presidente e partito con i debitori alle calcagna. Per poi finire coinvolto in una cosa orribile che l’ha messo sotto processo sino a quando è volato via, una volta per tutte. Un capo tifoso della Lazio è stato giustiziato in un parco poco meno di un anno fa eppure nessun investigatore od inquirente si è permesso di avvicinare quella vicenda a quella della società.
Vuoi per la forza del presidente biancoceleste Lotito, che certi ultras aveva fronteggiato e cacciato. E vuoi perché di laziali è piena la città. Molto più di quel che si pensi. Ce ne sono nei gangli di ogni potere. Lo si è visto quando si era nello stesso banco degli imputati. I nostri, in fondo, hanno cercato e voluto la condanna. Loro, invece, hanno aspettato, fatto passare le settimane e poi guadagnato una penalizzazione che nell’annata successiva gli ha regalato uno dei migliori anni di sempre. Anche un loro ultimo idolo, Mauri, ha avuto guai per l’inchiesta sul calcio scommesse della procura di Cremona. A differenza di Antonio Conte, che la Federazione si affrettò a sospendere ha continuato a giocare e segnare. Ad un certo punto la sua carriera l’ha portato altrove e di quella storia è rimasta solo qualche fattura per gli avvocati.
Contro la Lazio è tutto una illusione. Se però stai attento dietro il fumo c’è l’arrosto. Basta ricordare quell’incontro in cui un timido Henry gli fece due goal. Oppure se quel danese giovane giovane che era venuto da noi, Michael Laudrup, avesse avuto altre critiche forse sarebbe potuto rimanere nella Juve. Invece fu mandato via per un Barros ed uno Zavarov. E’ come il periodo della recente e mai dimenticata quarantena dovuta al Coronavirus. Pensi di poter uscire lunedì ed invece devi aspettare un’altra settimana.
Ed intanto sei costretto a sentire che la Lazio gioca il calcio migliore, ha i giocatori più forti e se giocasse una partita contro la Juve la farebbe a pezzi. Abbiamo così mandato a memoria, in quelle settimane di Lockdown, che la squadra di Sarri era stanca, imbolsita dalle vittorie, che l’averla vista perdere con il Napoli, anche se ai rigori, è stata quasi una liberazione. La Lazio non fa paura, da questo lato della scrivania. Nemmeno se viene costruito un campo in discesa per loro ed in salita per la Juve. Bonucci e compagni credo non stiano aspettando altro dal momento in cui è ripartito il campionato. La partita con la Lazio. Vediamo come finirà.

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