Solita brillante fase difensiva, con in più i ribaltamenti di Costa

di Jacopo Azzolini |

costa

C’era quasi la sensazione che l’undici scelto da Allegri per la sfida del San Paolo fosse una sorta di esperimento con larga dose di imprevedibilità. Basti pensare al ritorno – almeno negli uomini – a quel centrocampo a 3 che così tanto aveva faticato nelle precedenti uscite.

In realtà, il canovaccio tattico della partita (e non era difficilissimo da prevedere) non è stato eccessivamente dissimile da quello degli anni passati. Anzi, rivoluzionarlo sarebbe stato forse anche illogico, visto che la Juventus in fase di non possesso possiede tutte le caratteristiche che il Napoli soffre, come la compattezza, l’attenzione e l’eccellente copertura degli half spaces

Il classico 442 bianconero  nega sia la profondità che lo spazio tra le linee, con un atteggiamento basso che riduce sensibilmente le soluzioni offensive del Napoli, di conseguenza i giocatori di Sarri si trovano il centro del campo blindato e sono costretti ad andare sulle fasce. Inoltre, rispetto ad altre compagini, la Juventus è in grado di mantenere viva l’attenzione anche in intere partite passate a difendersi, rendendo quindi vano il tentativo dei padroni di casa di disordinare lo schieramento avversario con una fitta ragnatela di passaggi.

La vera novità, per una Juventus che in questo inizio di stagione fatica molto a risalire il campo, si è vista nei ribaltamenti di fronte dei primi 25′. Ogni volta che si recuperava palla, c’era la sensazione di poter arrivare in porta con una facilità disarmante. Le tre punte – anche se teoricamente era un 442 pure in fase di possesso – hanno seminato il panico, palesando i limiti nella riaggressione da parte di un Napoli che accompagna l’azione offensiva con tanti uomini.

Il giocatore chiave delle offensive bianconere è stato senza dubbio Douglas Costa: tra lui, Dybala e Higuain è infatti il brasiliano quello più bravo ad attaccare in spazi larghi, con una conduzione che gli consente di coprire ampie porzione di campo palla al piede. E da lui sono nate le occasioni più nette del match.

Poco a poco, però, la Juve è stata sempre più inefficace nel contrattacco, soffrendo il brillante pressing alto napoletano e scegliendo di adottare un atteggiamento conservativo praticamente per tutto il resto dell’incontro. E, tatticamente, si è visto ben poco di innovativo rispetto a quanto si sapeva già, col Napoli che ha mostrato i soliti limiti di rosa contro squadre di un certo tipo, non riuscendo a rendersi pungente coi soliti schemi e i soliti triangoli. Evidente quanto manchino profili più individualisti, in grado di crearsi la giocata da soli quando le soluzioni minuziosamente studiate in allenamento non funzionano (è infatti un calcio estremamente organizzato).

Di conseguenza, la fisica e precisa retroguardia juventina – Benatia in stato di grazia – non ha mai dato l’idea di soffrire nonostante larghe fasi in cui sostanzialmente i campioni d’Italia non sono quasi riusciti ad allontanarsi dalla propria trequarti, gestendo con grande tranquillità i numerosi cross (ben 41). Per quanto i molti errori tecnici palla al piede abbiano impedito alla Juve di alzare il baricentro, le strette linee del 442 sono state quasi impeccabili.

Insomma, pur con ancora una fase di possesso a tratti molto migliorabile e scarsamente continua nell’arco dei 90′, è bastata la solita Juve dal blocco basso e poco propenso a farsi attrarre dal pressing per mettere – per l’ennesima volta – in crisi la produzione offensiva partenopea e sbancare il San Paolo.

Mentre c’è una Juve che può solo migliorare, il Napoli forse per la prima volta da quando Sarri siede sulla panchina sta mostrando molte difficoltà negli ultimi metri (basti pensare alle ultime sfide con Chievo e Udinese).

E questa, più che ancora che la sconfitta in sé o la situazione di classifica, è la realtà che esce dalla sfida del San Paolo.