Fantaccrediti Gazzetta: i punti fermi della querelle con la Juve

di Luca Momblano |

Nessuna bocca è abbastanza grande per pronunciare l’intera cosa.
(Alan Watts)

L’antidoto contro cinquanta nemici è un amico.
(Aristotele)

La Gazzetta dello Sport, un giorno, diventa un giornale come gli altri. E sbotta. Chiama in causa tutti i sindacali dello Stivale, difende il presunto intoccabile diritto di alcuni dei propri cronisti con tutte le proprie forze e ne nasce una spirale di solidarietà più o meno latente tra colleghi del mondo della comunicazione. Se non è corporativismo, è qualcosa di molto vicino a quel senso di accerchiamento professionale che si aggrappa a storie ormai antiche che poco, se non di riflesso, hanno a che fare con il mondo dello sport (chi dimentica è complice, chi urla sovente invece cerca complici). Eccola, la parola chiave, accerchiamento. Tutti accerchiati, in questo calcio. In una stagione dove la Serie A non ha conosciuto mezzo episodio discusso di campo (anzi mezzo sì, e si tratta del calcio di punizione di Pjanic a San Siro contro il Milan). A questa condizione, che è antipatica ma che sovente è anche esclusivamente mentale, ci si ribella continuando a far bene il proprio lavoro: ancora più professionalmente, ancora più determinati.
Ma veniamo ai fatti, non agli antefatti, perché oggi i primi sono “l’unica cosa che conta” e i secondi sono ben noti, ovvero fantavirgolette vs fantavita. Se non altro perché passi il giusto messaggio e ci si faccia un giudizio compiuto, per quanto personale:

– La Gazzetta dello Sport possiede n. 4 (quattro) accrediti fissi, stagionali, nominativi. Tutti confermatissimi per Juventus-Pescara. Inclusa la collega Fabiana Della Valle, da quel che risulta. Quattro giornalisti ai quali non è stato negato ciò che è stato autorizzato a inizio stagione. Parcheggi inclusi.

– La Juventus ha una propria policy circa criteri e gestione della tribuna stampa dello Stadium: chiara, pubblica e (purtroppo per tanti di noi, ma le regole sono regole e se è lecito discuterne non è poi lecito contestarle) piuttosto rigida.

– La Gazzetta dello Sport richiede n. 6 (sei) accrediti totali per Juventus-Pescara. I due aggiuntivi sono quelli che agitano il comitato di redazione, il direttore, Unione Stampa Sportiva Italiana e Federazione Nazionale Stampa Italiana. Le richieste respinte, quello che viene dipinto come il fattaccio, sarebbero quelle a nome Giovanni Battista Olivero (antefatto? ndr) e Fabio Bianchi.

– Il comunicato U.S.S.I. tira in ballo il fatto che i due giornalisti siano possessori di regolari tessere C.O.N.I. e che quindi avrebbero diritto senza se e senza ma ad accedere al luogo dell’evento. Percorso di accreditamento che comunque, per vincoli di legge, possiede un iter a se stante (mai attivato né richiesto da Gazzetta) rispetto all’accreditamento giornalisti (vedi sito Juventus). Normativa che per la precisione fu aggiornata nel 2005 e quindi vincolata a preventive richieste, senza diritto alcuno a fronte della sola presentazione della tessera stessa all’ingresso, per quanto riguarda eventi calcistici con più di 10.000 spettatori, vincolati quindi alle nominatività delle presenze.

Questo per quanto concerne il rispetto o meno delle regole. Sempre che non subentri altro che non sia di nostra conoscenza. Ma quell’ “altro” non fa parte, ai fatti, di ciò che può essere gradito o sgradito al club. Se si parla di diritti, è giusto relegare tutto il discorso a quelli. A codici, procedure, normative, regolamenti. Diversamente, la si discuta faccia a faccia. Solo a quel punto varrebbe la brutta immagine della gara a chi ce l’abbia più lungo.

NdA: noi giornalisti, da quando siamo in fasce nel mestiere, abbiamo un pessimo rapporto con gli accrediti; non con i club, proprio con gli accrediti; è che ci vengono fatti vivere male, un po’ li pretendiamo noi (per ogni genere di cosa, potendo) e un po’ vengono vissuti come una gentile concessione dall’altro lato. Un corto circuito di chi è di chi, perché e per cosa. Creano diffidenza, diventano di qua e di là strumenti per veicolare messaggi. Ricordo ancora quando, a una delle mie prime partite da cronista, mi fu intimato di non scrivere le pagelle di una partita. Era la squadra del mio paese, che sosteneva che l’inviato (in trasferta) della gara precedente non fosse mai esistito e che il pezzo fosse stato inventato di sana pianta (soprattutto le pagelle). Conoscevo personalmente quell’amico/inviato che si era arrampicato su per le strade del lago Maggiore. Ebbene, nonostante qualche strillo nelle orecchie, rimasi attaccato alla seggiola, scrissi le pagelle e nel giro di due telefonate si finì a parlare di calcio (per la cronaca: quel dirigente oggi è anima del settore giovanile del Torino). Non vantai diritti, avevo solo bisogno di portare a termine una missione. Ero sbarbato, senza colleghi al fianco, convinto, non avevo famiglia al seguito (anzi, forse sì, mio zio che pagò il biglietto) e mi sta salendo la voglia di andarle a ripescare, quelle pagelle. Terminò 4-3 se non ricordo male. Non ero ancora neppure in possesso del tesserino da giornalista. Ma già le prime regole le conoscevo, e dentro di me mi dicevo: “Stai alla larga dai virgolettati fin quando non farai le interviste per Hurrà Juventus”. Da grande, devo dire, è stato tutto poi più facile. Tranne che con gli accrediti.