Fair Play Finanziario: considerazioni di un principiante

di Giuseppe Gariffo |

La sera del 15 Luglio, in piena “esaltazione Higuain”, guardavo la nota trasmissione di Bonan e Di Marzio su Sky. Lo faccio spesso, perché la trovo seria nelle argomentazioni e nelle notizie (per quanto mutevoli siano gli scenari di calciomercato, le news di Gianluca Di Marzio sono abituato a considerarle più attendibili), super partes, leggera nei toni e spesso interessante per la qualità degli ospiti. È lì che anni fa, ad esempio, ho scoperto Federico Buffa.

Quella sera tra gli ospiti c’è Mario Ielpo, ex portiere di Cagliari e Milan, avvocato da qualche anno. Mai sentito parlare, ma credo che un ex-calciatore che ha saputo conciliare sport e studio, arrivando alla laurea e all’esercizio di una professione prestigiosa, meriti stima. Lo ascolto con interesse. Dopo le ultime di Di Marzio sull’affaire Higuain, emerso il giorno prima, s’inizia a parlare del talento brasiliano Gabriel Jesus, nel mirino dell’Inter, recentemente acquisita dai cinesi di Suning. Pare che i nerazzurri siano forti sul giocatore, ma non riescano, per problemi legati al fair play finanziario, ad sferrare “l’assalto decisivo” per l’attaccante del Palmeiras. Un’opzione per aggirare le norme sarebbe l’acquisto del cartellino da parte dello Jiangsu Suning con successivo prestito all’Inter. La trovo, tra me e me, un’operazione discutibile quanto ad etica sportiva, ma vogliamo metterci noi gobbi a dare lezioni di morale, da sempre cavallo di battaglia della storia bauscia? Dopo qualche minuto viene però interpellato, sul tema, l’ospite Ielpo, e inizialmente il suo ragionamento sembra in linea con il mio pensiero: “Che Gabriel Jesus debba passare dalla Cina per aggirare il Fair Play finanziario è una cosa scandalosa”. Poi però prosegue “Questo regolamento rafforza sempre i più forti ai danni delle altre squadre”. Colpo di scena! L’Inter non starebbe aggirando una regola in modo un po’ ombroso, ma è piuttosto la vittima di un sistema iniquo, che non le consente di ridurre il gap con la Juventus e con le big europee senza ricorrere ad artifici strani.

Passano le settimane e Gabriel Jesus va al ricchissimo City di Guardiola, ma Suning esborsa tanti quattrini ingaggiando Candreva, Joao Mario e Gabigol. Quando, a fine settembre, leggo che, per rispettare le norme di FPF, è costretta a non inserire in lista Europa League Kondogbia e i due nuovi arrivi stranieri, mi tornano in mente le parole di Mario Ielpo. E mi chiedo: ma vuoi vedere che davvero il FPF è la zavorra che impedisce al calcio italiano di essere competitivo in Europa? Ed è possibile che il filotto di scudetti della Juventus sia solo conseguenza inesorabile di un regolamento che la favorisce a danno di altri? Fin quando le lacrime sul fatturato giungevano da Benitez e Sarri poteva essere “gioco delle parti”, ma qui a parlare è un ex calciatore avvocato… Dopo alcune settimane di silenzio, oltretutto, recentemente altri esponenti di spicco del nostro calcio, solitamente sobri, come De Laurentiis (“date a me 100 milioni in più e vedete se non vinco”), Zamparini e Ferrero, sono tornati a lamentare l’impossibilità di competere in Italia con la Juventus, a causa del suo fatturato e del Fair Play finanziario.

Così ho deciso di mettere da parte la ritrosia per i dati economico-finanziari e ho cercato pochi numeri che potessero darmi un quadro della situazione. Anzitutto i criteri del Fair Play Finanziario vengono resi noti dall’Uefa nel 2009, e le sanzioni entrano a regime alla fine della stagione 2010-2011. Non oggi. Chi sono dunque “i più forti”, che queste regole vorrebbero rafforzare “ai danni di altri”? Mi limito ad analizzare i dati di Inter e Juventus perché sono i due club italiani rispettivamente limitati e premiati, ad oggi, dalle logiche del FPF.

Alla fine della stagione 2010-2011 (start del FPF), un anno dopo la conquista dello storico triplete, Inter dichiara ricavi per 323 milioni a fronte di un passivo di soli (!) 69 milioni, salutato col sorriso perché appena un anno prima esso ammontava al doppio, 140. Nello stesso anno alla Juventus, reduce dal secondo degli altrettanto celebri “settimi posti”, Andrea Agnelli si trova a dover firmare il suo primo bilancio da presidente con 172 milioni di ricavi a fronte di 95 milioni di passivo. Si ricorre ad un aumento di capitale di 120 milioni, l’ultimo della recente storia bianconera.

Non occorre esplicitare ulteriormente chi fossero, all’introduzione delle nuove regole UEFA, i forti che potevano avvantaggiarsene e chi i deboli che rischiavano il baratro.

Dalla stagione successiva, in coincidenza con l’inaugurazione dello Juventus Stadium, la forbice inizia a restringersi fino a scomparire. Ma la nemesi si completa alla fine della stagione 2014-15, quando dopo soli 4 anni i dati sono, ironia della sorte, perfettamente invertiti: la Juventus arriva a fatturare quasi 323,9 milioni, l’Inter si ferma a 172. L’esatto opposto di giugno 2011! L’unica differenza è nel saldo: la Juventus dichiara un attivo di 2,3 milioni, mentre con gli stessi ricavi l’Inter quattro anni prima denunciava un passivo di 69. E il percorso sembra non arrestarsi ancora, visto che si prevedono 387,5 milioni di ricavo per il prossimo bilancio di Juventus Spa, e un trend ancora positivo grazie all’effetto effimero della plusvalenza Pogba e a quello, ben più stabile, del progetto J-Village.

Le regole del gioco si stabiliscono prima di iniziare a giocare, di solito. A volte non accade così, è vero. Si può decidere, alla vigilia di una partita scudetto, che gli extracomunitari in campo possano essere quattro e non più tre (e magari quell’extracomunitario in più, con gli occhi a mandorla, determina il match), o che avere un calciatore con un passaporto comunitario falso non vada sanzionato con un punto di penalizzazione a presenza, come da codice, ma con una semplice multa. Cambiare le regole in corsa si può, e non ci sorprenderebbe se questo un giorno accadesse anche per il FPF. Ma nel frattempo ne andrebbe sottolineata la necessaria utilità etica ed educativa (i passivi totali dei campionati europei sono scesi, con la sua introduzione, del 82,4%  in 4 anni), e piuttosto che denunciare iniquità andrebbe applaudito chi ha saputo fronteggiarlo, per trasformarlo da spauracchio ad occasione per costruire una gestione sostenibile e vincente.  Se la dirigenza Moratti, dopo la finale vittoriosa del Bernabeu, avesse ceduto al miglior offerente un paio di pezzi pregiati poi regalati anni dopo (Julio Cesar, Milito, Maicon, Lucio per fare alcuni nomi), forse non sarebbe sparita dai radar europei dopo quell’annata di gloria, e oggi chi ne ha raccolto il testimone non dovrebbe compiere atti di creatività finanziaria. E se in corso Galileo Ferraris, per tentare la risalita post-Calciopoli, avessero insistito sui “colpi” in stile Diego&Melo, anziché puntare sullo sviluppo di nuove entrate (Stadio, merchandising, Continassa) e su acquisti a parametro zero, non si sarebbe compiuta alcuna nemesi.

Ancora oggi serve salutare beniamini come Vidal, Morata e Pogba (pur con dinamiche diverse) per coniugare con la sostenibilità economica i risultati sportivi, creando i presupposti per renderli duraturi. Ci auguriamo tutti che arrivi presto il giorno in cui si potranno respingere gli assalti delle big europee ai nostri top player, offrendo loro le stesse cifre di ingaggio (chi scrive spera che questo giunga prima che qualcuno vada a bussare alla porta del procuratore del nostro numero 21). Ma la strada per raggiungere questa meta, passa attraverso una gestione responsabile, ed è la stessa che ha permesso di passare da Matri-Quagliarella a Higuain-Dybala, e da Maicon-Chivu a D’Ambrosio-Nagatomo.