Fa male, ma la rivivrei: storia del prima, durante e dopo Cardiff

di Massimo Zampini |

Ah, le finali!

 

Tutte con lo stesso rito, le stesse attese, le stesse emozioni. Quasi sempre con la stessa conclusione, la delusione, l’impegno a non tornarci più, perché “ora per un po’ basta con il calcio”. Per mezz’ora circa. Passata quella già si guardano i voli per l’anno dopo, ma intanto per mezz’ora ho pensato davvero a una pausa.

 

Perdonatemi, so che non è il giorno giusto per scriverlo, ma adoro quel rito: i mesi tra ottavi e semifinale, in cui non si nomina la città prescelta ma zitti zitti, ognuno davanti al proprio pc, talvolta si dà un’occhiata distratta a voli e hotel.

Così, tanto per, da soli, senza possibili sbirciate di amici e colleghi: nel segreto della cabina elettorale “Dio ti vede, ma Stalin no”, in fondo. E passi pure per Dio, ma Stalin e i miei amici non devono assolutamente vedere che sto cercando hotel a Cardiff.
Stavolta, un problema in più, le proposte da qualche mese prima: “che fai per il ponte del 2 giugno?” Alla moglie lo posso dire, tanto mi capisce, ma con gli amici devo essere vago: probabilmente sarò libero, quel weekend, ma per ora non prenoto niente, manca ancora tanto, dai. “Ma come? Organizzi sempre le cose mesi prima e ora che siamo a maggio ancora non decidi?”. Lo so, ma ora non mi va di pensarci, vediamo più avanti, anche perché poco prima nascerà mia nipote. Non c’entra molto (perché non dovresti partire per due giorni, se un mese prima nasce tua nipote?), ma mi accorgo che funziona.

 

Cardiff, la parola proibita.

Le occhiatacce agli juventini che ne parlano.

Prima c’è il Porto.

Poi il Barcellona, e quando lo batti, dopo che ha fatto un 6-1 a Cavani, Di Maria, Thiago Silva e compagnia?

Ora il Monaco, c’è andata bene. No, macché bene, questi non hanno niente perdere e M’Bappé pare Henry.

2-0 là. Ci siamo, cavolo. Ci si guarda, tesi, senza pronunciare il nome della città. L’amico rompe un implicito patto millenario e chiede timidamente “ma vogliamo vedere ora i voli per Londra prima che diventino troppo cari, nell’assurdo caso in cui…?”. Occhiataccia. Poi soluzione trovata, concessa una deroga alla prudenza: si prenota il giorno della partita, prima che si giochi, con 24 ore di tempo concessi dalla compagnia aerea per confermare il volo, altrimenti decade senza ulteriori spese.

 

Poi comincia il periodo più bello: la caccia ai biglietti, l’organizzazione della trasferta (a meno che non decidano di giocarla – e vincerla – a 3 km da casa tua, che non è mai una cattiva idea), le settimane in cui si canta felici quel coro così allegro e spensierato, invidiato da tutti: “Amsterdaaam, Amsterdaaam, ce ne andiamo ce ne andiamo ce ne andiamo ad Amsterdam” e i più recenti “ceeee ne andiamo a Berliiino, ceeee ne andiamo a Berliiino”, e così con Cardiff, che suona peggio ma chi se ne frega.

 

Stavolta, c’è pure la sera prima. Nella vigilia, a Londra, a cena si cerca di parlare di tutto meno che della sera dopo. Ci sforziamo di trovare altri temi, a volte ci riesce bene, altre siamo più goffi: a un tratto, sfogliando nervosamente twitter, ci aiuta involontariamente Di Marzio, che annuncia il possibile colpo Sczesny. In altre serate ne parleremmo per un paio di minuti, ma stasera no, stasera Sczesny è la nostra salvezza. Parliamo solo di lui, cerchiamo i dati su Wikipedia, la carriera, la storia. E’ forte? Farà il titolare? Farà solo il campionato? Ma arriverà davvero?

E come cambierà con lui il modulo? E a questo punto Dybala resterà? Frasi nonsense, che fanno ridere solo noi, ma stasera ci interessa questo.

Riesco a immaginare poche cose più belle e adrenaliniche della vigilia di una finale di Champions.

 

Stavolta se perdiamo farà male, molto più che a Berlino, dico rompendo il clima disteso. Non pensiamoci, mi rispondono gli altri. Farà male, insisto, perché stavolta ci crediamo. Si è creato un clima strano, per il quale vincere pare scontato. E’ anche “colpa” degli juventini assuefatti agli scudetti, ai media e ai tifosi avversari che sostengono che quest’anno “devi” vincere tutto, visto che hai speso così tanto. E poco importa che la Juve abbia preso Dani Alves (a zero), Higuain e Pjanic, cedendo Morata e Pogba, tutto più o meno alle stesse cifre. No, “devi vincere tutto”.

Adesso è chiaro, tira aria di triplete”, scrive la Gazzetta ad aprile dopo Barcellona, quando dobbiamo ancora vincere scudetto, coppa Italia e in Champions, oltre alla sorpresa Monaco, sono rimaste squadrette come Atletico e Real, che hanno disputato due finali negli ultimi 3 anni. Che fai, non li batti facilmente i campioni o vicecampioni d’Europa? “Adesso è chiaro, tira aria di triplete!”.

 

E poi arriva quel giorno.

 

Gli appuntamenti più disparati con varie compagnie in diversi punti della città prescelta, il pranzo in pub o birreria, le birre pomeridiane, l’eterna disputa tra il fratello che vuole entrare allo stadio e l’amico che vuole prolungare l’attesa, in cui faccio da mediatore: l’amico può godersi un’ultima birra, ma dopo si va, anche se mancano due ore.

 

Lo stadio splendido, al coperto, l’attesa che non finisce mai, i Black Eyed Peas a venti minuti dall’inizio (bello, ma quanto durano?), l’ingresso, le squadre, l’inno, partiti!, il tiro di Pjanic, il gol di Ronaldo.

 

Ci risiamo. Ci guardiamo sconsolati. E’ un sentimento che conosciamo, quello in cui l’attesa e le speranze lasciano il passo alla delusione. Il pareggio di Mandzukic, in quel modo, lo prendiamo come un dono, forse come un segnale, ma il Real ricomincia ad attaccare, rientra dagli spogliatoi più carico, mentre noi rimaniamo lì dentro.

 

Rimane l’uscita a testa bassa, la cena (prenotata all’indiano, come dopo Berlino: ok, la prossima volta cambiamo) in cui ci chiediamo cosa sia successo nell’intervallo, perché non siamo tornati in campo, qualcuno esalta il Real e Zidane, altri se la prendono con la rosa davanti con pochi cambi per questa seconda parte di stagione o con Allegri che avrebbe dovuto fare le sostituzioni quando soffrivamo nei primi dieci minuti del secondo tempo, senza aspettare i gol della sconfitta. Come sempre, c’è chi parla di maledizione delle finali, ed è il commento più noioso, quello che mi interessa di meno, anche se poi, proprio mentre in tanti stanno per prendere il treno per Londra, arrivano notizie orrende da lì, notizie orrende da Torino, e allora forse sì, stavolta il commento assume un altro significato.

 

In tanti rimane solo l’amarezza per la finale, perché davvero cominciano a diventare troppe. Qualcuno trova il coraggio pure per prendersela con società, allenatore e giocatori, e dopo sei scudetti, 3 coppe Italia e due finali di Champions in tre anni perse contro Messi e Ronaldo davvero ne invidio il coraggio.

 

In me resta la delusione, perché in effetti era vero, “stavolta farà più male”, ma anche la consapevolezza della stagione fantastica, perché darei oro per poter vincere ogni anno lo scudetto, arrivando nelle ultime fasi della Champions a giocarmela fino in fondo. Per ricordarmi ogni anno che le nostre rivali si chiamano Real, Bayern e Barcellona, molto più di quelle lagne di casa nostra.

Londra, la sera dopo, in aeroporto.

 

Vedo gli occhi degli altri juventini e mi accorgo che sì, razionalmente sanno che è stata una grande annata, ma oggi proprio non riescono a ricordarselo. Oggi provano solo tristezza, e vedendomi comunque soddisfatto della stagione, comunque fiero di essere arrivato ancora una volta in finale, mi chiedono come faccia, ora, almeno per ora, a non vedere tutto nero.

 

Me lo chiedono perché ora non pensano a quanto vinto da poche settimane, lo hanno momentaneamente rimosso, ma soprattutto me lo chiedono non sanno che io, tra i vari “firmeresti” proposti alla vigilia, ne ho firmato solo uno, il più crudele: “firmeresti di perdere a Cardiff, ma di essere in finale anche l’anno prossimo?”.

E io, cari miei, ho firmato, perché, con tutta la delusione del mondo, non cambierei mai questi percorsi esaltanti, queste giornate fantastiche, questo livello di eccellenza assoluto ormai raggiunto con qualche più indolore sconfitta agli ottavi o ai preliminari di Champions.

 

Ho firmato, felice di averlo fatto. Ma guardo le facce intorno, e non ho il coraggio di confessarlo.