Un Europeo da Ital-Juve da sogno, (quasi) perfetto

di Sandro Scarpa |

L’Italia vince gli Europei. Lo fa contro gli Inglesi, a Wembley, in rimonta, dominando, contro la sofferenza, ai rigori, meritando. E Chiellini alza la Coppa, consegnatagli da Ceferin. Goduria!

Ma questo non è il racconto del sogno azzurro, delle notti magiche, della retorica dei sacrifici, della rivoluzione di Mancini (bravissimo), del Football is coming to Rome. Quello lo troverete dovunque oggi. Questa è Juventibus e tra 24 ore avremo la testa a Monza-Juventus.

Abbiamo goduto, godiamo e continueremo a farlo, da malati di calcio, amanti del pallone e -a volte- da osservatori neutrali, non con quelle viscere che ti bruciano dentro quando gioca la Juve, ma con entusiasmo sognante, pulito, col giusto fair play: si gode se vince l’Italia, alzando la Coppa in faccia agli Inglesi e se il gruppo è compatto, ci crede e merita; non avremmo sofferto da morire forse uscendo con austriaci o spagnoli.

Questo è il breve racconto “bianconero” di questa Vittoria. Nessuno in Italia la conosce, la venera e la rispetta quanto noi. Sappiamo cosa c’è dentro ogni vittoria, quanto è difficile vincere, quanto merito non scontato e banale ci sia dietro ogni trionfo e sappiamo come godercele, perché vincere è meraviglioso, come perdere è ancora più brutto, a volte.

Da tifosi Juve ci siamo accostati agli Europei con liberazione curiosa, dopo la prima stagione di sconfitte italiane e con lo slancio di una Champions sofferta, inaspettata e difesa nei tribunali. Volevamo vedere se i nostri erano davvero così scarsi, bolliti o strapagati. Ci siamo morsi le labbra al contorno retorico, ai preamboli Bonolisiani, alle cronache surreali Rai, a quelle tronfie Sky. Abbiamo apprezzato un girone davvero dominante contro le “piccole”.

Ci siamo ritrovati una certa amara ironia per Demiral, un ritorno di vedovanza per Spinazzola, attenuata dall’infortunio che ci ha messo una tristezza dentro per un ragazzo d’oro; poi l’entusiasmo “preoccupato” per Locatelli col prezzo che lievitava e l’inizio dei rimpianti per Donnarumma, acuiti ad ogni mezzo passo falso di Szczesny. Poi la vera cocente vedovanza: Pogba, eclatante, esagerato. Vederlo giganteggiare faceva sembrare il discreto Rabiot una tisana depurante accanto ad uno champagne che ci ha inebriato per anni e che da anni vagheggiamo. Fortuna che Cancelo e Kean non c’erano, un po’ di vedove in meno…

Intanto ci siamo beati della carica eterna di Cristiano Ronaldo Dos Santos Aveiro, che lotta ancora, macina record e sposta fatturati come bottigliette e finché è nostro ce lo godiamo, altrochè! Abbiamo riso a denti stretti per il titolare (con gol) Ramsey, sperando che qualche club inglese ci cascasse. Abbiamo sostenuto Morata, sospirando per i gol divorati, gioito per quello messo dentro, e sospirato al polpaccio di Chiellini. Deja-vu infinito.

Poi siamo arrivati al dunque: le big cadevano e l’Italia di Mancini da “migliore della storia dell’Universo” diventava più umana e –quante ne sappiamo, noi!– per questo più squadra, compatta, umile, duttile e -in definitiva- più forte.

Così ci abbiamo messo un surplus di entusiasmo ad ogni corsa indemoniata di Chiesa -cheggiocatore! Tutto nostro!- Ci siamo fomentati –da perfetti tifosi Ital-Juve– quando Chiellini, pensionato, sleale ed acciaccato, annientava Lukaku e i suoi tifosi, quelli che –da perfetti interisti anti-ItalJuve– tifavano per il belga o volevano Bastoni.

Con la Spagna si è alzata l’asticella. Così Immobile è passato da scarpa d’oro a scarpone generoso, i tiraggiro sono terminati, il barellismo imperante è declinato ed in pochi sono rimasti in piedi davvero all’altezza: i nostri, Jorginho, Donnarumma. Che potevano essere nostri, se non avessimo snobbato l’uomo del Chelsea o se il Qatar non giocasse un gioco diverso e illecito.

Chiesa cattedrale nel deserto, Bonucci e Chiellini sembravano quelli del Camp Nou contro Messi, Neymar e Suarez-, e attorno a loro, l’Italia ferita dal nostro Alvaro, si è ritrovata, Mancini si è ripreso e la squadra –umana, così umana– è tornata grande, strappando fino ai rigori, dove Morata si è trasformato in un Trezeguet 2006.

A quel punto, ammettiamolo: qualsiasi argine si è rotto. Un conto era trovare in finale la favola Danimarca (cazzarola Eriksen, che paura fottuta!), ma gli Inglesi no! Il bonario entusiasmo per l’Ital-Juve è diventato tifo accanito, passione, odio sportivo. Con gli Inglesi che se l’erano apparecchiata a Wembley, Coming Home, i tuffi di Sterling, i mille miliardi in campo e in panchina, la Premier, Boris e Ceferin. Tifiamo davvero, ma storciamo il naso alle solite porcherie di certa stampa italiana piangina e complottista.

Lì allora si tifa (quasi) come fosse la Juve. E la Juve in finale va sotto, ovvio. Poi finisce come devono finire le finali. Si continua a giocare e si vince, anche per qualche centimetro, per un palo, per un pelo. Ma vince la squadra più brava, che ha un’idea e la persegue, che ha spirito e animo, umiltà e coraggio, difesa torreggiante, centrocampo che fa la gara e va oltre un attacco Be-Be-Be da far accapponare la pelle.

Finisce così, con Chiellini Re e Papa buono (ora gli anti-Juve capiscono cosa vuol dire averlo, chissà se lo capiranno anche tutti gli Juventini), Bonucci che fomenta (ora capite perché gasa, dentro e fuori?), Berna freddissimo, Spina che esulta in stampelle (felici per lui, ma a noi servono sani), Chiesa che da “figlio di papà” chiama “mammà” e tutti gli altri, siamo felici per tutti gli altri, da Insigne in su. Ed è tutto perfetto così, magari al 99%, perché con Donnarumma sarebbe stato perfetto.

E finisce con Mancini che se la merita come se la meritava Luis Enrique, ma stavolta l’abbraccio più bello è tutto nostro, con Gianluca Vialli che la alza. Ancora. E quello si è perfetto: Campioni d’Europa. Ancora, Luca!