Europei 1992: la favola della Danimarca

di Juventibus |

di Yuri Perrotti

Era l’estate del 1988 quando Marco van Basten, con uno dei gol più belli della storia, consegnò l’Europeo all’Olanda. Il vecchio continente era ancora nella situazione delineatasi dopo la guerra: diviso in due, gli stati capitalisti a ovest, quelli socialisti a est. I quattro anni che seguirono, e che portarono all’edizione 1992 in Svezia, avrebbero cambiato radicalmente la scena europea.

Con la caduta del muro di Berlino, molte nazioni dell’Est Europa scomparvero, e con esse le rispettive nazionali di calcio. Fu il caso di Unione Sovietica e Jugoslavia, che presero parte alle qualificazioni all’Euro ’92 e che furono smembrate pochi mesi più tardi. Entrambe avevano già raggiunto la fase finale, l’Unione sovietica a discapito nostro (con il clamoroso palo finale di Rizzitelli nella partita decisiva) e la Jugoslavia che superò la Danimarca.

In Unione Sovietica la situazione era tesa ma non tragica ed ebbe il permesso di partecipare al torneo con il nome di “Comunità Stati Indipendenti”. In Jugoslavia era invece scoppiata la guerra civile e dieci giorni prima dell’inizio del torneo, l’ONU la escluse da tutte le competizioni sportive. Fu ripescata la Danimarca, i cui giocatori erano già in vacanza. Michael Laudrup rifiutò, per vecchie ruggini col selezionatore, ma c’erano suo fratello Brian e il portiere fenomeno Schmeichel.

Il girone era durissimo; nelle prime due partite i danesi conquistarono un pari con la Svezia e furono sconfitti di misura dagli inglesi. Era quasi finita, ma nell’ultima gara sconfissero 2-1 i francesi, mentre la Svezia già qualificata fermò gli inglesi.

In semifinale, dopo il 2-2 al termine dei supplementari contro gli olandesi, fu lo stesso van Basten a sbagliare il rigore che diede ai danesi la finale. Li aspettava la fortissima Germania Campione del Mondo, ma ormai Schmeichel e compagni non si fermavano più. Regolarono i tedeschi con un secco 2-0. Il secondo gol lo segnò il capitano Vilfort, che passò le settimane dell’europeo a fare la spola tra la Svezia e casa sua, dove sua figlia di appena otto anni lottava, senza successo, contro la leucemia.

Dopo quel 1992 la storia degli Europei non fu più la stessa. E neanche quella dell’Europa.